LISBONA – Il braccio destro al collo, scende nella piccola reception dell’Hotel Imperador, immediatamente fuori dal centro di Lisbona. Mostra il gesso: «Vado avanti con gli antidolorifici». Stefania Lepidi, 58 anni, prima ricercatrice dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, è sopravvissuta alla tragedia della Funicolare della Gloria. Le funicolari, due. Insieme al figlio Francesco, Stefania era sulla seconda, quella che, con il distacco del cavo, ha interrotto la sua salita ed è precipitata verso Placa dos Restauradores per quindici metri. «Avrei potuto prendere l’altra, che a quell’ora stava scendendo a velocità da crociera e poi, priva di ogni controllo, si è schiantata contro l’edificio rosa. Venti passi sopra di noi. Avrei potuto essere tra i sedici morti, i feriti gravi. Ne esco, invece, con una frattura ricomposta e il figlio illeso».
Torniamo alle diciotto di mercoledì. Cosa ricorda?
«Sono a Lisbona per un grande congresso di Geofisica. I lavori scientifici sono fi…
LISBONA – Il braccio destro al collo, scende nella piccola reception dell’Hotel Imperador, immediatamente fuori dal centro di Lisbona. Mostra il gesso: «Vado avanti con gli antidolorifici». Stefania Lepidi, 58 anni, prima ricercatrice dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, è sopravvissuta alla tragedia della Funicolare della Gloria. Le funicolari, due. Insieme al figlio Francesco, Stefania era sulla seconda, quella che, con il distacco del cavo, ha interrotto la sua salita ed è precipitata verso Placa dos Restauradores per quindici metri. «Avrei potuto prendere l’altra, che a quell’ora stava scendendo a velocità da crociera e poi, priva di ogni controllo, si è schiantata contro l’edificio rosa. Venti passi sopra di noi. Avrei potuto essere tra i sedici morti, i feriti gravi. Ne esco, invece, con una frattura ricomposta e il figlio illeso».
Torniamo alle diciotto di mercoledì. Cosa ricorda?
«Sono a Lisbona per un grande congresso di Geofisica. I lavori scientifici sono finiti, recupero mio figlio, che mi ha accompagnata nel viaggio, in Piazza dei Restauratori. Saliamo sul simbolo di questa città».
Era già stata sull’Elevador da Gloria?
«Molti anni fa».
Il vagone giallo parte in salita.
«Saremo stati in venticinque a bordo, direi tutti turisti. Faccio in tempo a sedermi a metà carrozza e sento il mezzo fermarsi e tornare indietro, in discesa. Dieci secondi e torna dov’eravamo partiti fermandosi, con violenza, sulle lastre di ferro che di solito si sollevano per frenare dolcemente la funicolare. Il colpo, questa volta, è stato forte».
È stata sbalzata dal posto a sedere?
«Buttata a terra, addosso a quelli che viaggiavano in piedi ed erano già caduti. Altri, sono crollati sopra di me. Ho sentito un dolore acuto al braccio. Ero sul pavimento del mezzo, bloccata dagli altri passeggeri».
Pochi secondi ed è arrivata la seconda carrozza gialla.
«Sì, era lanciata a una velocità impressionante, senza controllo. Da là sotto ho solo sentito il fragore dello schianto. Quella carrozza si è fermata, e accartocciata, contro un edificio rosa».
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Che cosa ha pensato?
«Una bomba, un attentato».
Non ha provato ad allontanarsi?
«Lo schianto sopra ha fatto crescere l’adrenalina. Ci siamo rimessi in piedi, tutti, e siamo usciti dal nostro vagone, chi zoppicando, chi sanguinando. Intorno a noi, poco più su, corpi senza vita, lanciati fuori dalla funicolare informe. Sentivo voci, gemiti. C’era chi, ancora dentro quel mezzo, stava male, molto più male di noi».
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Era ancora giorno.
«Sì, ma la luce delle sei del pomeriggio era oscurata, ci muovevamo in una nuvola di polvere. Ho raggiunto la piazza, mi girava la testa, ho detto a mio figlio che mi sarei sdraiata. Abbiamo iniziato a capire che cosa era successo, l’incidente, la tragedia».
Il figlio è Francesco Di Nardo, 25 anni. Si è laureato alla Luiss di Roma. Ricorda: «Ho guardato il telefonino e ho visto che si iniziava a parlare di tre morti, ma le ambulanze che stavano arrivando erano davvero troppe. I soccorritori tra loro lo dicevano, poi: “Ci sono almeno sedici morti”».
Stefania, la madre, riprende il racconto: «Sono stata due ore stesa nella piazza. Tremavo, di freddo e di paura. Mi hanno portato una coperta, poi una flebo per attutire il dolore del braccio. Un uomo dei soccorsi ci ha spiegato che, prima, dovevano occuparsi delle persone intrappolate nella carrozza in alto. Ho visto le cesoie dei vigili del fuoco, le stesse che avevo già visto nel 2009 nelle mani dei pompieri italiani. Il terremoto dell’Aquila. Poi le barelle che portavano via cadaveri. L’accostamento è stato immediato, e prostrante».
Dice dell’Aquila. Che cosa ha pensato?
«Che c’è sempre un errore dell’uomo dietro questi disastri. Anche qui, a Lisbona, non c’è stata manutenzione, né prevenzione. Mi ha colpito che, se un cavo si spezza, non esiste un sistema frenante automatico che intervenga ad evitare una tragedia. E tragedia è stata».