La mamma di Hind: “La voce di mia figlia serva a svegliare il mondo, io resto prigioniera a Gaza”
di Fabio TonacciComunque andrà, Wissam Hamadah il film non lo guarderà. Non ha bisogno del cinema per riascoltare la voce di sua figlia Hind che implora aiuto da una macchina piena di cadaveri e crivellata dai colpi dell’esercito israeliano. Quella voce è dentro di lei e tutti i giorni la convoca al cospetto del suo dolore. «Non riesco a vedere “The voice of Hind Rajab”, è troppo difficile. Mio fratello che è in Russia lo ha visto. Ma io, no. Come faccio? Come fa una mamma a guardare l’assassinio della propria figlia? Spero solo che il film contribuisca a far sentire la voce di Hannud in tutto il mondo». Hannud è più di un vezzeggiativo, è la carezza di una madre triste. «La sua voce non è servita a salvarle la vita, però forse servirà a svegliare il mondo e a proteggere il futuro dei bambini di Gaza».
Wissam risponde al telefono da Gaza City, mentre i missili di Israele distruggono gli ultimi palazzi e la città è sottoposta a ordini di evacuazione. Anche il 29 gennaio 2024 la famiglia Rajab stava …
Comunque andrà, Wissam Hamadah il film non lo guarderà. Non ha bisogno del cinema per riascoltare la voce di sua figlia Hind che implora aiuto da una macchina piena di cadaveri e crivellata dai colpi dell’esercito israeliano. Quella voce è dentro di lei e tutti i giorni la convoca al cospetto del suo dolore. «Non riesco a vedere “The voice of Hind Rajab”, è troppo difficile. Mio fratello che è in Russia lo ha visto. Ma io, no. Come faccio? Come fa una mamma a guardare l’assassinio della propria figlia? Spero solo che il film contribuisca a far sentire la voce di Hannud in tutto il mondo». Hannud è più di un vezzeggiativo, è la carezza di una madre triste. «La sua voce non è servita a salvarle la vita, però forse servirà a svegliare il mondo e a proteggere il futuro dei bambini di Gaza».
Wissam risponde al telefono da Gaza City, mentre i missili di Israele distruggono gli ultimi palazzi e la città è sottoposta a ordini di evacuazione. Anche il 29 gennaio 2024 la famiglia Rajab stava provando a evacuare: vivevano nel quartiere di Tel al-Hawa, volevano rifugiarsi all’ospedale battista. Hind, 5 anni e mezzo, era salita sulla macchina con gli zii e cinque cugini, una Kia nera: sono stati uccisi in una zona dove c’erano solo carri armati israeliani. Anche l’ambulanza inviata sul posto è stata distrutta, morti i due operatori. La Kia è stata colpita da 335 proiettili. Prima di morire, Hind è stata per tre ore al telefono con la sala operativa della Mezzaluna Rossa a Ramallah e con Wissam. Gli audio, che Repubblica ha pubblicato in esclusiva l’anno scorso, sono diventati il cuore dell’acclamata pellicola della regista tunisina Kaouther Ben Hania, possibile vincitrice del Leone d’oro.
È in contatto con la produzione?
«Kaouther mi ha chiamato appena ha avuto l’idea del film, siamo diventate sorelle. Mi telefona tutti i giorni, si prende cura di me, come può. Mi auguro che il suo film vinca e che la voce di Hind si diffonda ovunque».
Ha provato a uscire da Gaza? Con il film in concorso c’era forse una possibilità?
«Abbiamo provato, ma andare via dalla Striscia è impossibile. Sarei voluta uscire, Israele non dà l’autorizzazione».
Avete fatto richiesta ufficiale?
«Credo che mio fratello e la produzione l’abbiano fatta, non conosco i dettagli. Non è facile uscire neppure per i feriti e i malati, figuriamoci se autorizzano me».
The “Voice of Hind Rajab” a Venezia è stato accolto da 23 minuti di applausi.
«Mi sono commossa. Sono così fiera della mia Hannud... In lei vivono le storie di tutti i bambini di Gaza».
Quali sono state le ultime parole che vi siete detti al telefono, quel giorno?
«Hind era nella macchina, gli altri erano già morti. Mi diceva “Mamma vieni a prendermi, sono sola, vieni a salvarmi”. Cercavo di rassicurarla, le spiegavo che l’ambulanza stava arrivando, che era vicina, ma lei mi rispondeva che erano bugie e che solo io potevo salvarla. A quel punto le ho chiesto di perdonarmi, perché questa volta non sarei riuscita ad andare da lei per prenderla tra le mia braccia, come avevo sempre fatto nella sua breve vita. Mi ha detto: “Ti perdono, mamma”. Sono le parole che mi ricordo, quelle che ascolto dentro di me».
Sono state anche le ultime?
«Eravamo in una chiamata a tre, a Ramallah gli operatori, io a Gaza City, Hind nella macchina (il telefono era dello zio, ndr). Ha smesso di parlare e allora gli operatori le hanno chiesto perché fosse in silenzio. Hannud ha detto che aveva del sangue nella bocca, sentiva dolore alle gambe e alla schiena...». Wissam si ferma, il tono si affievolisce. «...Mio dio non ci posso credere quanto ha sofferto, cosa hanno fatto alla mia Hannud... non ci posso credere che il mondo ha visto e ha sentito, e ancora permette che ci uccidano così...». Un attimo, poi riprende il racconto. «L’operatrice ha invitato Hind ad asciugarsi la bocca con la manica per vedere se il sangue usciva ancora. Lei ha risposto “Ma così sporco la maglia, non voglio che la mamma si preoccupi di lavarla”. Io ero lì, ascoltavo. Ho detto “Hannud, amore mio, asciugati la bocca, non preoccuparti della maglia, la laverò quando sarai a casa”. La sua voce si è spenta subito dopo, abbiamo perso il contatto. Erano le 7 di sera».
Ha riavuto il corpo di Hind?
«È stato ritrovato nella macchina. Gli altri cadaveri erano decomposti, il suo era intatto».
Aveva ferite da proiettile?
«Sì».
C’è qualcuno che ha aiutato lei, Wissam, in questi mesi?
«Ogni tanto mi arrivano dei soldi, pochi dollari, ringrazio chi mi aiuta. Ma a Gaza tutto è difficile. Sono rimasta sola con Eyas, l’altro mio figlio, ha 5 anni».
Cos’è successo a suo marito?
«È disperso. Di lui non ho più notizie dal dicembre del 2023, quando c’è stato un attacco all’ospedale Al Shifa».
Lei dove si trova?
«Sono in una casa con venti persone. Ci sono mio padre, mia madre, mia sorella, mio zio e sua moglie. La famiglia Rajab è numerosa».
L’occupazione israeliana di Gaza City è cominciata. Sfollerà a sud?
«Non c’è posto a sud, non ci sono case, anche le strade sono strapiene di gente. Se arriveranno i soldati, resterò qui. Non mi muovo. È una tragedia rimanere, ma è anche una tragedia andarsene».
Crede che il film su Hind possa davvero cambiare le cose?
«Porterà la voce di Gaza fuori da Gaza. Spero che il mondo l’ascolti, che intervenga per fermare il massacro del popolo palestinese. E che quel che rimane di Gaza sia risparmiato».