Marocco, Lachgar condannata a 30 mesi: chi è l’attivista in prigione per blasfemia
di Matilde NardiMercoledì 3 settembre un tribunale marocchino ha condannato l'attivista femminista e Lgbtq+ Ibtissame Lachgar a 30 mesi di carcere per blasfemia: la donna è stata giudicata colpevole di aver violato una parte del Codice penale che proibisce di offendere la monarchia o l'Islam con la sua maglietta con scritto “Allah è lesbica”. Assistita dagli avvocati Mohamed Khattab e Naima El Guellaf, Lachgar è detenuta dal 12 agosto 2025 nel carcere di El Arjat, vicino alla capitale, Rabat.
Stando a quanto riportato da Khattab, il tribunale ha anche inflitto all'imputata una multa di 50.000 dirham, l'equivalente di circa 4mila euro. Secondo quanto riferito da un corrispondente dell'agenzia di stampa francese Afp, fuori dall'aula amici e familiari della donna hanno iniziato a piangere quando è stata pronunciata la sentenza.
Chi è Ibtissame Lachgar
Ibtissame Lachgar, 50 anni, è una psicologa clinica e co-fondatrice, nel 2009, del Movimento alternativo per le libertà individuali, noto come Mali. È u…
Mercoledì 3 settembre un tribunale marocchino ha condannato l'attivista femminista e Lgbtq+ Ibtissame Lachgar a 30 mesi di carcere per blasfemia: la donna è stata giudicata colpevole di aver violato una parte del Codice penale che proibisce di offendere la monarchia o l'Islam con la sua maglietta con scritto “Allah è lesbica”. Assistita dagli avvocati Mohamed Khattab e Naima El Guellaf, Lachgar è detenuta dal 12 agosto 2025 nel carcere di El Arjat, vicino alla capitale, Rabat.
Stando a quanto riportato da Khattab, il tribunale ha anche inflitto all'imputata una multa di 50.000 dirham, l'equivalente di circa 4mila euro. Secondo quanto riferito da un corrispondente dell'agenzia di stampa francese Afp, fuori dall'aula amici e familiari della donna hanno iniziato a piangere quando è stata pronunciata la sentenza.
Chi è Ibtissame Lachgar
Ibtissame Lachgar, 50 anni, è una psicologa clinica e co-fondatrice, nel 2009, del Movimento alternativo per le libertà individuali, noto come Mali. È un'attivista di spicco – apertamente atea - nota per la sua difesa delle donne e della comunità Lgbtq+ in Marocco, Paese nordafricano tuttora influenzato dalla religione e dal tradizionalismo. Lachgar chiede la depenalizzazione del sesso al di fuori del matrimonio, è in favore del diritto all’aborto - oggi vietato - e ha condotto diverse campagne, in particolare contro la violenza sulle donne e gli abusi sessuali sui minori. Più di dieci anni fa ha organizzato un raduno fuori dal parlamento in cui le coppie si baciavano, in solidarietà con due adolescenti accusati di atti osceni per aver pubblicato su Facebook una foto di loro stessi mentre si baciavano.
La vicenda giudiziaria
Lachgar è stata arrestata agli inizi di agosto dopo aver pubblicato online una foto di sé stessa con indosso una maglietta con la parola “Allah” seguita da “è lesbica”. All'udienza dinanzi al tribunale di primo grado di Rabat la cinquantenne è apparsa affaticata e ha sostenuto che il messaggio sulla t-shirt era politico e non aveva alcuna intenzione di offendere la religione musulmana.
Ibtissame Lachgar ha infatti affermato che la maglietta riportava “uno slogan femminista che esiste da anni contro le ideologie sessiste e la violenza contro le donne... e non ha nulla a che vedere con l'Islam”. Ha sostenuto di aver già pubblicato nel maggio 2025 la stessa immagine online senza suscitare reazioni, e che indossava la maglietta solo durante le marce femministe in Europa o nel Regno Unito. Il post, accompagnato da una didascalia che descrive l'Islam “come fascista, fallocratico e misogino” – “come qualsiasi ideologia religiosa”, ha aggiunto – ha suscitato forti repliche in rete. Non solo richieste di arresto ma anche minacce di stupro e lapidazione.
“Dio non è solo dei musulmani, ma anche dei cristiani e degli ebrei. Non vedo alcun insulto all'Islam in quella pubblicazione”, ha detto l'avvocato El Guellaf alla corte: “Io stesso sono musulmano e non mi sento offeso”. Alla fine di agosto ha dichiarato che la sua cliente è in cura per un tumore e che a settembre avrebbe dovuto sottoporsi a un intervento chirurgico delicato al braccio sinistro.
I prossimi passi e la preoccupazione in Marocco
La difesa ha definito le accuse incostituzionali e ha dichiarato che presenterà ricorso esprimendo preoccupazione per la salute mentale della sua assistita. “Dal punto di vista giuridico, ora esiste una legge sulle pene alternative. Presenteremo una richiesta in tal senso”, ha aggiunto Khattab.
Hakim Sikouk, presidente dell'Associazione marocchina per i diritti umani (Amdh), ha definito la sentenza “scioccante” e un “attacco” alla libertà di espressione. La condanna di Lachgar ha riacceso il dibattito sullo Stato di diritto in un Paese in cui l’omosessualità è punita sul piano penale. Alcuni ritengono che sia una risposta valida alla provocazione, altri la vedono come una violazione della democrazia e della libertà di parola.