New York - La crisi dei cieli tra Stati Uniti e Venezuela si aggiunge a quella via mare. Due caccia venezuelani F-16 hanno sorvolato il mar dei Caraibi meridionale, passando sopra il cacciatorpediniere lanciamissili della Marina statunitense Jason Dunham. È la nuova escalation tra Donald Trump e il presidente venezuelano Nicolás Maduro e conferma la pericolosa assenza di un canale diplomatico tra i due Paesi. La nave da guerra non ha reagito, ma nessuno può garantire che lo scontro non esploda in futuro. Il Pentagono ha parlato di «mossa provocatoria condotta dal cartello che governa il Venezuela» e ordinato, in risposta, l’invio di dieci jet F-35 a Porto Rico, ufficialmente inseriti in una più ampia operazione antidroga.
Siamo alla prova di forza di due presidenti molto simili: parlano per simboli, lanciano azioni eclatanti per galvanizzare la propria base. Il successore di Hugo Chávez ha ordinato una giornata di mobilitazione popolare contro gli yankee, mentre il ministro della Dife…
New York - La crisi dei cieli tra Stati Uniti e Venezuela si aggiunge a quella via mare. Due caccia venezuelani F-16 hanno sorvolato il mar dei Caraibi meridionale, passando sopra il cacciatorpediniere lanciamissili della Marina statunitense Jason Dunham. È la nuova escalation tra Donald Trump e il presidente venezuelano Nicolás Maduro e conferma la pericolosa assenza di un canale diplomatico tra i due Paesi. La nave da guerra non ha reagito, ma nessuno può garantire che lo scontro non esploda in futuro. Il Pentagono ha parlato di «mossa provocatoria condotta dal cartello che governa il Venezuela» e ordinato, in risposta, l’invio di dieci jet F-35 a Porto Rico, ufficialmente inseriti in una più ampia operazione antidroga.
Siamo alla prova di forza di due presidenti molto simili: parlano per simboli, lanciano azioni eclatanti per galvanizzare la propria base. Il successore di Hugo Chávez ha ordinato una giornata di mobilitazione popolare contro gli yankee, mentre il ministro della Difesa Vladimir Padrino López ha dichiarato nei giorni scorsi che il Paese è «pronto» a «ogni attacco». In realtà il Venezuela non ha i mezzi per impensierire gli Usa, ma dispone di droni-kamikaze e barchini d’assalto forniti dall’Iran, suo alleato. La tensione è destinata ad alzarsi ancora. Bisogna capire in che modo.
Il sorvolo dei jet venezuelani è avvenuto due giorni dopo che gli Stati Uniti avevano annunciato l’uccisione di undici narcos, intercettati a bordo di una imbarcazione nel mare dei Caraibi, e una settimana dopo l’invio nelle acque al largo del Venezuela di otto navi militari, tra cui tre cacciatorpedinieri lanciamissili, e un sommergibile, oltre a l’impiego di aerei spia e droni Reaper. Il video di ventinove secondi dell’“annientamento” degli undici presunti trafficanti, pubblicato sui social da Trump, ha provocato irritazione in alcuni governi del Sudamerica, tra cui quello colombiano. Caracas ha definito il video una patacca, «creata dall’intelligenza artificiale», mentre il tycoon ha parlato di membri della gang criminale Tren de Aragua «diretti negli Stati Uniti per uccidere molte persone». Il segretario di Stato Marco Rubio, accusato da Maduro di voler fomentare la guerra, ha annunciato che altre operazioni simili verranno condotte in futuro, ma intanto l’ultima resta misteriosa: non sono stati forniti né i nomi degli undici presunti narcos uccisi né i loro legami con Maduro, incriminato nel 2020 dalla giustizia americana come “narcoterrorista” e sul quale Washington ha messo una taglia da 50 milioni di dollari.
Al momento gli analisti in Usa escludono un’invasione del Venezuela. Trump punterebbe a mettere in crisi Maduro e spingerlo a cedere la guida a uno più gradito agli Usa. Quella avviata dal tycoon resta una strategia molto costosa per contrastare il narcotraffico. Il clima da guerra fredda nei Caraibi richiama le tensioni degli anni ’60, quando l’Unione Sovietica usava Cuba come piattaforma per sfidare l’influenza statunitense nell’emisfero. Anche allora sorvoli di aerei e schieramento di navi da guerra erano strumenti di pressione politica. L’ex presidente Chávez, nei primi anni duemila, aveva usato la retorica delle manovre militari per segnare la distanza tra Venezuela e Stati Uniti. Ma alla Casa Bianca non c’era uno come Trump, che usa lo stesso linguaggio.
Maduro ha intanto avvertito che il Paese sudamericano passerà a una "fase di lotta armata" se dovesse subire un'aggressione militare dagli Stati Uniti. Durante l'evento "Attivazione dell'Unità comunale della milizia, al combattimento" trasmesso dalla televisione statale Vtv, il capo di stato ha parlato di una "risposta pianificata e organizzata di tutto il popolo" per difendere la sovranità e l'integrità territoriale. Ha poi specificato: “Nessuna delle differenze che abbiamo e abbiamo avuto può portare a un conflitto militare”.