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La disperazione della città sotto i volantini di sfratto: “Evacuare è impossibile”

(agf)

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Con il sud già stipato di tende, chi è rimasto nel capoluogo non ha scelte. “Mentalmente la popolazione è al collasso”
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Tel Aviv – Quando questi volantini dell’Idf cadono dal cielo significa che dobbiamo evacuare l’area», Rosey li inquadra dall’interno del suo appartamento a Gaza City e i pezzi di carta rotolano leggeri nell’orizzonte ingrigito dal fumo dei raid israeliani come se fossero coriandoli tristi. «Tutti chiedono dalle finestre “che c’è scritto?”, “cosa dicono?”, ora me ne faccio portare uno». La giovane si definisce nata e cresciuta da tre generazioni in Kuwait ma attualmente intrappolata nella Striscia. Sul suo account Instagram tiene quello che chiama «un diario digitale della Terza guerra mondiale» e nel video pubblicato ieri, poco dopo, la si vede mentre legge il flyer nel quale l’esercito israeliano indica ai residenti della zona di sfollare ad al-Mawasi. «Io però non me ne vado – dice guardando in camera – è la prima volta che trovo un posto dove mi sento a mio agio. Finalmente avevo trovato una casa e internet, se devo morire morirò in questo appartamento, non morirò mentre fuggo o in…

Tel Aviv – Quando questi volantini dell’Idf cadono dal cielo significa che dobbiamo evacuare l’area», Rosey li inquadra dall’interno del suo appartamento a Gaza City e i pezzi di carta rotolano leggeri nell’orizzonte ingrigito dal fumo dei raid israeliani come se fossero coriandoli tristi. «Tutti chiedono dalle finestre “che c’è scritto?”, “cosa dicono?”, ora me ne faccio portare uno». La giovane si definisce nata e cresciuta da tre generazioni in Kuwait ma attualmente intrappolata nella Striscia. Sul suo account Instagram tiene quello che chiama «un diario digitale della Terza guerra mondiale» e nel video pubblicato ieri, poco dopo, la si vede mentre legge il flyer nel quale l’esercito israeliano indica ai residenti della zona di sfollare ad al-Mawasi. «Io però non me ne vado – dice guardando in camera – è la prima volta che trovo un posto dove mi sento a mio agio. Finalmente avevo trovato una casa e internet, se devo morire morirò in questo appartamento, non morirò mentre fuggo o in qualche tenda».

E la sua non è una scelta solitaria. Nelle immagini pubblicate sui canali social di “Eye on Palestine” si vede un uomo che parla davanti a quello che resta della Mushtaha Tower. «Moriremo a Gaza, ditelo a Netanyahu che noi da qui non ce ne andiamo». In un altro video si vedono alcuni bambini che stracciano i volantini dell’esercito e li lanciano in aria. Anche uno di loro grida: «Non ce ne andiamo».

Restare però non significa soltanto voler resistere all’occupazione israeliana, per molti è una decisione dolorosa che arriva dopo decine di altri sfollamenti e ora l’idea di rimettersi ancora in viaggio verso l’ignoto e senza la garanzia di una sicurezza è insopportabile. «La situazione della salute mentale è sconvolgente, e il caos generato dagli ordini di evacuazione imposti dall’Idf aggrava ulteriormente una popolazione già profondamente traumatizzata», racconta Marco Sandrone, capo progetto di Medici Senza Frontiere a Gaza City.

Per tanti altri restare è una via obbligata, andarsene può arrivare a costare cifre che in pochi possono permettersi. Ad Al-Jazeera Ahmed Ghazal, 30 anni, racconta: «La mia casa non esiste più, sto cercando qualsiasi cosa utile: materassi, coperte o cuscini, per poterne vendere alcuni e conservare il resto per lo sfollamento». Così gli oggetti del passato, quei pochi salvati dalla distruzione, diventano merce di scambio per provare a comprare ancora un po’ di futuro. Ibrahim Al-Joumla, 39 anni, spiega ad Afp di essere fuggito con la sua famiglia da un quartiere di Gaza City a un altro a causa dei bombardamenti, non sa neppure lui dove andare, né come. «Siamo a piedi. Anche se decidessimo di fuggire, non abbiamo soldi», confida.

«Il viaggio da Gaza City verso sud può arrivare a costare fino a mille dollari e poi c’è la terra da affittare per posizionare una tenda», racconta Francesco Sacchi, capo missione Emergency in due cliniche tra al-Qarara e al-Mawasi, proprio nella zona indicata ieri dall’Idf come “umanitaria”. «Ma qui nessuna area umanitaria si salva dai bombardamenti». Racconta di una al-Rashid Street, la strada costiera che corre verso sud, piena di traffico e persone, già «talmente fitta di tende sul lato della riva, dove la spiaggia non è di nessuno e accamparsi non costa niente, che è impossibile vedere il mare. Sembra simile a prima del 19 gennaio, prima della tregua, quando ancora tutti dovevano tornare al nord». Anche dall’altro lato, quello sinistro scendendo verso Khan Younis, a pagamento, dice che negli ultimi giorni sono spuntate nuove tende ma in generale il grande esodo da Gaza City assediata ancora non c’è stato.

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