Tel Aviv – Chef, proprietari di noti ristoranti e studiosi di cucina israeliani posano con una pentola vuota tra le mani e un messaggio, “Resistere alla fame”, scritto in ebraico, inglese e arabo. Chiedono che il dramma della carestia imposta a Gaza dal governo Netanyahu finisca subito e lo fanno per una campagna social che da qualche giorno sta polarizzando il dibattito. «Quando vedo un bambino morire di fame, le mie lacrime scendono prima che il cervello capisca se è ebreo o musulmano», è la frase che accompagna il ritratto di Aviram Katz, proprietario di diversi ristoranti gourmet di Tel Aviv; «Non posso più tacere davanti al conflitto che continua, alla prigionia dei nostri ostaggi e alla fame dei bambini di Gaza», è il pensiero di Yahoma Levi, a capo della proposta culinaria della catena di ristoranti Cafe Landwer; «Il cibo non è un’arma di guerra», è la frase della chef Avivit Priel; «Siamo uomini e donne di cibo, tradiremo noi stessi restando in silenzio davanti alla fame siste…
Tel Aviv – Chef, proprietari di noti ristoranti e studiosi di cucina israeliani posano con una pentola vuota tra le mani e un messaggio, “Resistere alla fame”, scritto in ebraico, inglese e arabo. Chiedono che il dramma della carestia imposta a Gaza dal governo Netanyahu finisca subito e lo fanno per una campagna social che da qualche giorno sta polarizzando il dibattito. «Quando vedo un bambino morire di fame, le mie lacrime scendono prima che il cervello capisca se è ebreo o musulmano», è la frase che accompagna il ritratto di Aviram Katz, proprietario di diversi ristoranti gourmet di Tel Aviv; «Non posso più tacere davanti al conflitto che continua, alla prigionia dei nostri ostaggi e alla fame dei bambini di Gaza», è il pensiero di Yahoma Levi, a capo della proposta culinaria della catena di ristoranti Cafe Landwer; «Il cibo non è un’arma di guerra», è la frase della chef Avivit Priel; «Siamo uomini e donne di cibo, tradiremo noi stessi restando in silenzio davanti alla fame sistematica di Gaza», dice Nof Atamna, chef e vincitrice di Masterchef.
La campagna è stata commissionata dal marchio di abbigliamento israeliano Comme Il Faut, da sempre vicino alle tematiche di attualità e dall’inizio della guerra molto attivo con azioni simili per chiedere il rilascio dei cittadini catturati il 7 ottobre. Eppure stavolta l’iniziativa non ha ottenuto il consueto successo, anzi è stata duramente attaccata perché considerata pro-Hamas, al punto che i commenti sono stati disabilitati dai post e ora alcuni dei partecipanti denunciano addirittura di aver ricevuto minacce di morte. Ad organizzatori e testimonial si rimprovera di non avere a cuore la causa nazionale, ovvero quella della restituzione degli ostaggi, e di preoccuparsi di fake news, ovvero che a Gaza si muoia di fame, o di situazioni che esulano le responsabilità di Israele, dato che sarebbe solo Hamas a negare il cibo agli abitanti della Striscia. Il dibattito ha coinvolto altri chef e personaggi del mondo del food fino a spingere il marchio a pubblicare un comunicato di risposta. «Il nostro dito è puntato contro il nostro governo. Anche Hamas è responsabile del disastro umanitario, ma non è a loro che ci rivolgiamo. Parliamo al nostro governo al quale siamo legati come cittadini».
Il primo chef israeliano a intervenire sul tema della fame a Gaza era stato la stella della cucina vegetale Yotam Ottolenghi. «Gli eventi non possono giustificare la negazione del cibo a un’intera popolazione. Tra blocchi degli aiuti e raid su chi li cerca, a Gaza le persone stanno morendo di fame. Mi vergogno». Assaf Granit, lo chef più famoso del Paese, prima stella Michelin israeliana e difensore di Israele arruolatosi come riservista subito dopo il 7 ottobre, sul tema della carestia nella Striscia, invece, non si è ancora pronunciato.