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Russia indebolita dalle sanzioni. Ma l’export di gas e petrolio non è stato colpito abbastanza

(reuters)

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Gli indicatori economici della Federazione hanno cominciato a mostrare le prime crepe: la crescita nel 2025 sta rallentando
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Diciotto pacchetti di sanzioni e Mosca è ancora lì. Mentre l’Europa ragiona su nuove misure contro la Russia il dubbio che si affaccia è se tre anni di restrizioni nei confronti di Putin siano riusciti davvero a mettere in difficoltà il Paese. E, soprattutto, se nell’arsenale europeo esistano ancora strumenti utili per assestare un colpo significativo al Cremlino. La chiave per fare male all’economia russa — spiegano gli analisti — passa da una stretta ulteriore all’export di petrolio ma il rischio è di farsi più male del danno che si pensa di infliggere.

Gli indicatori macroeconomici per la prima volta quest’anno hanno cominciato a mostrare le prime crepe. Nel secondo trimestre il Pil russo ha rallentato all’1,1% su base annua, in decisa frenata rispetto ai ritmi regi…

Diciotto pacchetti di sanzioni e Mosca è ancora lì. Mentre l’Europa ragiona su nuove misure contro la Russia il dubbio che si affaccia è se tre anni di restrizioni nei confronti di Putin siano riusciti davvero a mettere in difficoltà il Paese. E, soprattutto, se nell’arsenale europeo esistano ancora strumenti utili per assestare un colpo significativo al Cremlino. La chiave per fare male all’economia russa — spiegano gli analisti — passa da una stretta ulteriore all’export di petrolio ma il rischio è di farsi più male del danno che si pensa di infliggere.

Gli indicatori macroeconomici per la prima volta quest’anno hanno cominciato a mostrare le prime crepe. Nel secondo trimestre il Pil russo ha rallentato all’1,1% su base annua, in decisa frenata rispetto ai ritmi registrati negli scorsi anni. E a giugno era stato lo stesso ministro dello sviluppo economico Maxim Reshetnikov a mettere in guardia: «Siamo sull’orlo di una recessione». «Le sanzioni occidentali hanno dato un bel colpo che però è stato controbilanciato da almeno tre fattori che hanno sostenuto l’economia di Mosca», sottolinea Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi. «Prima di tutto i proventi dall’export di gas e petrolio, schizzati quando è scoppiata la guerra. Poi la spinta dell’economia di guerra, che ora pesa quasi per il 7% del Pil russo, e il sostegno arrivato dalla Cina».

Se insomma l’effetto delle sanzioni non è stato avvertito in maniera così netta come ci si aspettava è perché senza le misure europee la crescita russa sarebbe stata ancora più sostenuta. «Le sanzioni hanno ridotto i proventi da petrolio e gas, ma non abbastanza. Le sanzioni finanziarie e commerciali aumentano il costo della guerra, ma si dovrebbe fare di più per renderla troppo costosa per la Russia», spiega Torbjörn Becker, direttore del Stockholm Institute of Transition Economics. «È una guerra di logoramento e ora la Russia sta esaurendo le riserve, quindi il tempo non è dalla sua parte», aggiunge.

"Limitare ancora i ricavi da petrolio e gas”

Non c’è soltanto il Pil in frenata. L’inflazione corre al 9% con i tassi di interesse al 22%, non esattamente un toccasana per l’economia di un Paese, visto che tassi alti significa credito impossibile per cittadini e imprese. Il momento sarebbe propizio per provare a colpire economicamente Mosca. Ma come? «Bisogna limitare ulteriormente i ricavi da petrolio e gas, abbassare il tetto al prezzo del petrolio e sanzionare la shadow fleet (la cosiddetta flotta ombra che trasporta il greggio russo ndr), fermare le importazioni di Gnl russo nell’Ue imporre sanzioni secondarie ai Paesi che aiutano la Russia ad aggirare le sanzioni», sottolinea ancora Becker.

Ma esiste anche un rischio boomerang, e cioè che le misure adottate finiscano di produrre più danni che benefici. Un esempio su tutti: i maxi dazi al 50% adottati dagli Stati Uniti nei confronti dell’India come ritorsione per il suo ruolo di acquirente del greggio di Mosca. «Oggi — dice Villa — il petrolio russo vale il 10% dell’offerta mondiale, se gli sbarri la strada dell’export rischi un aumento molto forte dei prezzi con conseguenze per tutti. In altre parole possiamo ancora aumentare la pressione, ma rischiamo di farci male».

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