Israele bombarda in Qatar i negoziatori di Hamas, Doha: “Terrorismo di Stato”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoTEL AVIV – Volevano eliminare l’intera leadership di Hamas all’estero, ma i servizi israeliani potrebbero aver mancato l’obiettivo. Sono da poco passate le 14.30 in Italia quando 10 jet da combattimento dell’Idf bombardano una palazzina di tre piani nel quartiere Katara, a Doha, zona di ambasciate ed expat: è la prima volta che Israele colpisce una capitale del Golfo e la prima in cui attacca un paese non-nemico dall’operazione Entebbe del 1976 in Uganda che portò alla liberazione degli ostaggi del volo 139. L’intelligence è sicura: la dirigenza di Hamas è riunita nell’edificio per discutere l’ultima proposta di accordo presentata dall’amministrazione Trump per la liberazione degli ostaggi e la fine della guerra.
Nel mirino ci sono i volti che compaiono in un video impresso nella memoria di Israele: la mattina del 7 ottobre, Khalil al-Hayya, Ismail Hanieh (ucciso poi dagli israeliani nel luglio 2024 a Teheran), Khaled Meshal e altri capi del gruppo islamista pregano a Doha mentre al…
TEL AVIV – Volevano eliminare l’intera leadership di Hamas all’estero, ma i servizi israeliani potrebbero aver mancato l’obiettivo. Sono da poco passate le 14.30 in Italia quando 10 jet da combattimento dell’Idf bombardano una palazzina di tre piani nel quartiere Katara, a Doha, zona di ambasciate ed expat: è la prima volta che Israele colpisce una capitale del Golfo e la prima in cui attacca un paese non-nemico dall’operazione Entebbe del 1976 in Uganda che portò alla liberazione degli ostaggi del volo 139. L’intelligence è sicura: la dirigenza di Hamas è riunita nell’edificio per discutere l’ultima proposta di accordo presentata dall’amministrazione Trump per la liberazione degli ostaggi e la fine della guerra.
Nel mirino ci sono i volti che compaiono in un video impresso nella memoria di Israele: la mattina del 7 ottobre, Khalil al-Hayya, Ismail Hanieh (ucciso poi dagli israeliani nel luglio 2024 a Teheran), Khaled Meshal e altri capi del gruppo islamista pregano a Doha mentre al Jazeera manda in onda le immagini degli attacchi a Israele. Ma qualcosa sembra andare storto: l’attacco colpisce «la residenza del capo negoziatore Khalil Al-Hayya, mentre l’incontro dei vertici si teneva in una casa vicina», ricostruisce il quotidiano saudita con base a Londra Al-Sharq Al-Awsat.
A sera, le versioni divergono: fonti israeliane fanno trapelare “ottimismo” sulla riuscita dell’operazione, Hamas afferma che le vittime sono sei, tra cui tre guardie del corpo, un collaboratore e il figlio di Khalil al-Hayya, capo negoziatore, ma dice che i vertici del gruppo sono «illesi». Il raid indigna l’intero mondo arabo e apre una crepa tra Washington e Gerusalemme.
La Casa Bianca fa sapere di essere stata avvertita dal Pentagono e di aver a sua volta allertato i qatarini, che però negano. Il Qatar è uno dei principali alleati Usa nel Golfo, ospita la più grande base americana nella regione ed è interlocutore in molte crisi mediorientali. Trump non è contento dell’operazione, anche se è convinto che «eliminare Hamas sia un obiettivo lodevole», dichiara la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. «Bombardare unilateralmente una nazione sovrana e stretta alleata degli Stati Uniti che sta lavorando correndo rischi con noi per mediare la pace – non favorisce gli obiettivi di Israele o degli Stati Uniti».
Poco dopo il presidente Usa chiama l’emiro del Qatar, a cui promette che non ci saranno più episodi di questo genere nel suo paese, e Netanyahu. Il premier israeliano ostenta soddisfazione - «I giorni in cui i leader terroristi godevano dell’immunità ovunque sono finiti, l’attacco in Qatar è stato condotto in modo ottimale e preciso» – e dice che «la guerra a Gaza può finire immediatamente», se Hamas accetterà le condizioni di Israele, ovvero la liberazione di tutti gli ostaggi e il disarmo.
Intorno la regione ribolle. Il Qatar denuncia il «terrorismo di Stato» di Israele e invoca una «risposta regionale alla sua condotta barbara», la Lega Araba parla di violazione di «tutte le norme internazionali», l’Onu stigmatizza la «violazione della sovranità del Qatar», sauditi e giordani offrono solidarietà all’emiro, lo stesso l’Egitto. Le capitali arabe si chiedono ora quanto sia affidabile l’alleato americano. Alza la voce anche la Turchia, l’altro rifugio di Hamas. In Israele, le famiglie degli ostaggi piombano nell’angoscia: ancora una volta «Netanyahu sabota i negoziati». Doha promette di continuare a mediare, ma a Gaza si continua a morire, sopra e sotto i tunnel.