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Bruckner “Un caos triste proseguirà l’anarchia fino al voto per l’Eliseo”

(afp)

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L’intervista al filosofo e scrittore francese: “Ci comportiamo da viziati Piangiamo come fossimo in un gulag, ma viviamo in un Paese libero”
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Parigi – Filosofo e scrittore, Pascal Bruckner osserva con sguardo disincantato la crisi politica francese dopo la caduta del governo Bayrou e la nomina-lampo di Sébastien Lecornu. La Francia, osserva, è intrappolata in un “caos triste”, segnato da deficit cronici, rivolte sociali e un Presidente ormai logorato.

La Francia è nel caos?

«È un caos triste. Dal 1973 il Paese non ha più ritrovato l’equilibrio dei conti. Viviamo in una monotonia fatta di deficit e scioperi. Oggi c’è una Francia indebitata, che passa di crisi in crisi, incapace di riformarsi a causa di due fattori. Il primo è politico: tre blocchi – destra, sinistra, centro – a loro volta divisi. Il secondo fattore è culturale. I francesi non concepiscono il debito pubblico come un problema, vedono lo Stato come una cassa senza fondo».

Che cosa rappresenta il movimento “Blocchiamo tutto”?

«Di certo, ci saranno i soliti casseurs. È una specialità francese. Prevedo qualche assalto a banche, grandi magazzini, forse ci sarà …

Parigi – Filosofo e scrittore, Pascal Bruckner osserva con sguardo disincantato la crisi politica francese dopo la caduta del governo Bayrou e la nomina-lampo di Sébastien Lecornu. La Francia, osserva, è intrappolata in un “caos triste”, segnato da deficit cronici, rivolte sociali e un Presidente ormai logorato.

La Francia è nel caos?

«È un caos triste. Dal 1973 il Paese non ha più ritrovato l’equilibrio dei conti. Viviamo in una monotonia fatta di deficit e scioperi. Oggi c’è una Francia indebitata, che passa di crisi in crisi, incapace di riformarsi a causa di due fattori. Il primo è politico: tre blocchi – destra, sinistra, centro – a loro volta divisi. Il secondo fattore è culturale. I francesi non concepiscono il debito pubblico come un problema, vedono lo Stato come una cassa senza fondo».

Che cosa rappresenta il movimento “Blocchiamo tutto”?

«Di certo, ci saranno i soliti casseurs. È una specialità francese. Prevedo qualche assalto a banche, grandi magazzini, forse ci sarà un tentativo di marciare sull’Eliseo. È un copione già visto mille volte, diventato ormai una caricatura: non una rivoluzione, solo uno stanco rito».

L’autunno sarà esplosivo?

«Ci saranno distruzioni, scioperi che continueranno. Ma la vera mitologia francese non è la Rivoluzione, è la vacanza. Lo si è visto nel Sessantotto: due mesi di mobilitazione, poi tutti al mare. Bayrou ha sbagliato a proporre di togliere due giorni festivi. In Francia è stato vissuto come un crimine contro l’umanità».

La contestazione in piazza viene sia da sinistra che da destra?

«I gilet gialli erano piuttosto di destra, oggi la rabbia si sposta a sinistra. Ma è come una fisarmonica che suona sempre le stesse melodie: sciopero generale, vecchi slogan. Intanto gli altri paesi del sud Europa – italiani, greci, spagnoli, portoghesi – hanno fatto riforme economiche senza spaccare tutto. La Francia, invece, è allo sbando. Il pilota Macron non controlla per nulla l’aereo».

E l’atterraggio quale sarà?

«La Francia è divisa in tre blocchi senza maggioranza. In Germania o in Italia si cercherebbe un compromesso: un po’ più tasse per i ricchi, meno vantaggi per gli immigrati. In Francia invece solo rivendicazioni assolute contrapposte, senza possibilità di sintesi. Anche con il nuovo premier proseguirà una sorta di sonnacchiosa anarchia fino alla prossima presidenziale».

Le dimissioni di Macron sono un’opzione?

«La situazione è già abbastanza caotica, penso che sarebbe solo peggio con una presidenziale anticipata. C’è qualcosa di paradossale in questa situazione. La Francia ha un’inflazione bassa e una crescita positiva. Rispetto a Ungheria, Slovacchia o agli Usa di Trump, la democrazia francese funziona. Ma ci comportiamo come bambini viziati. Piangiamo come se fossimo in un gulag, mentre viviamo in un Paese libero e prospero. Lo diceva Rimbaud: “Mi credo all’inferno, dunque ci sono”. C’è un narcisismo del lamento».

La Francia si è “italianizzata” con una forma di instabilità cronica?

«Sì, ma senza la gioia di vivere italiana. Qui c’è solo rabbia, tra la gente e tra i politici. Tutti attratti da una ghigliottina metaforica in un immaginario rivoluzionario ancora diffuso. Personalmente temo più la micro-decomposizione: violenze, droga, terrorismo, black bloc. Scene spettacolari come i gilet gialli possono tornare, ma senza progetto politico. E intanto Macron ha esaurito i suoi trucchi da prestigiatore. Il suo cappello è vuoto».

Perché non prende più rischi politici, visto che non può ricandidarsi?

«Punta a guidare l’Europa quando uscirà dall’Eliseo. Ma con ciò che sta accadendo in Francia, non penso ci riuscirà. Ceno con lui all’Eliseo questa settimana, vuole parlarmi dell’antisemitismo. Mi dirà che è la sua priorità, anche se l’invito mi sembra una richiesta di aiuto. Su questo fronte ha commesso molti errori. È il suo problema. Parte da una postura arrogante, senza risultati a sostenerla».

Com’è cambiato Macron?

«Lo vedevo circa due volte l’anno. Fino alla dissoluzione del giugno 2024 conservava ancora un’aura da splendente. Oggi meno. Quando è arrivato all’Eliseo incarnava una forma di speranza e giovinezza. Adesso il Piccolo Principe ha i capelli grigi. Come Obama, è invecchiato in fretta».

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