Il passato, il presente e il futuro di Hamas in un edificio a Doha. Insieme, contemporaneamente, Khaled Meshaal, Muhammad Darwish e Khalil al-Hayya in pochi metri quadrati. Discutevano del negoziato, a quanto pare. Con dieci missili su suolo qatarino, Israele ha provato a cancellarli, per decapitare il gruppo islamista palestinese e lasciarlo, stavolta definitivamente, privo della guida politica. «I nostri leader sono sopravvissuti», sostiene però Hamas. I leader, plurale. Non è un caso: dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh (Teheran, 31 luglio 2024) e di Yahya Sinwar (Rafah, 16 ottobre 2024), Hamas ha cambiato strategia, ha spalmato il potere. Per toglierlo da un unico mirino lo ha affidato non a uno ma a cinque uomini, il direttorio. Che ieri pomeriggio, stando a quanto riferiscono i media arabi, si è riunito nel distretto di Katara, dove Al-Hayya ha l’ufficio.
Partiamo da lui, Khalil Ismail Al-Hayya, 65 anni, soprannominato Abu Osama, uno dei pochi nel politburo di Hamas a poter…
Il passato, il presente e il futuro di Hamas in un edificio a Doha. Insieme, contemporaneamente, Khaled Meshaal, Muhammad Darwish e Khalil al-Hayya in pochi metri quadrati. Discutevano del negoziato, a quanto pare. Con dieci missili su suolo qatarino, Israele ha provato a cancellarli, per decapitare il gruppo islamista palestinese e lasciarlo, stavolta definitivamente, privo della guida politica. «I nostri leader sono sopravvissuti», sostiene però Hamas. I leader, plurale. Non è un caso: dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh (Teheran, 31 luglio 2024) e di Yahya Sinwar (Rafah, 16 ottobre 2024), Hamas ha cambiato strategia, ha spalmato il potere. Per toglierlo da un unico mirino lo ha affidato non a uno ma a cinque uomini, il direttorio. Che ieri pomeriggio, stando a quanto riferiscono i media arabi, si è riunito nel distretto di Katara, dove Al-Hayya ha l’ufficio.
Partiamo da lui, Khalil Ismail Al-Hayya, 65 anni, soprannominato Abu Osama, uno dei pochi nel politburo di Hamas a poter vantare di essere nato a Gaza. Attualmente è uno dei componenti più influenti e potenti, grazie anche alla storica vicinanza con il fondatore, lo sceicco Yassin. Esponente dell’ala più estremista e sodale di Yahya Sinwar, che il 7 Ottobre l’ha pensato e messo in pratica, Al-Hayya è il responsabile per la Striscia di Gaza. Da quasi due anni guida il team negoziale a Doha, le decisioni sulla trattativa e il rilascio degli ostaggi passano da lui. La convinzione di molti, e non solo tra i palestinesi, è che uccidere lui equivalga a uccidere il negoziato.
Altro notabile della linea dura è Zaher Jabareen, l’uomo dei soldi. Si divide tra Libano e Qatar, il suo nome figura tra i partecipanti al Summit di Fuoco, come l’esercito israeliano ha battezzato l’operazione aerea su Doha. Che non si capisce se sia stata un flop oppure il successo sperato da Netanyahu, non essendo ancora chiare le sorti dei bersagli. Jabareen, 55 anni, nato a Salfit in Cisgiordania, tiene la cassa occulta di Hamas, i milioni di dollari con cui il movimento finanzia i miliziani, gli attentati e l’acquisto delle armi, in diretta collaborazione con l’Iran. La sua agenda è piena di contatti con Teheran.
In un’intervista, Jabareen ha spiegato che la lotta a Israele per lui è cominciata presto, da adolescente, quando si è messo alla guida della sua «squadra di tiro», un manipolo di giovani lanciatori di sassi che si era unito alla prima Intifada. Esperto nella costruzione di ordigni esplosivi per attacchi suicidi, già comandante nelle Brigate Qassam, Jabareen l’anno scorso ha preso il posto di Saleh al-Arouri come responsabile di Hamas per la Cisgiordania.
Su Muhammad Darwish, capo del Consiglio della Shura, il giudizio non è unanime: alcuni lo considerano una figura di secondo piano, altri invece ne registrano l’ascesa recente a livello internazionale, come dimostrerebbe l’ultima visita di Hamas a Teheran: Darwish era il primo della delegazione a salutare la Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Alì Khamenei. Il gesto è stato notato, e ha una sua rilevanza.
Khaled Meshaal, invece, non genera dubbi tra chi segue il movimento islamista: il vecchio capo di Hamas, quasi 70 anni, ha tenuto lo scettro del comando dal 1996 al 2017 ed è tuttora una voce ascoltata e rispettata. Rappresenta l’ala dialogante, quella invisa ad al-Hayya e Jabareen. Nato in un villaggio vicino a Ramallah, Meshaal ha vissuto in Kuwait (dove si è unito ai Fratelli Musulmani), in Giordania, in Siria e in Qatar. Nel 1997 ad Amman agenti israeliani cercarono di ucciderlo, avvelenandolo: l’episodio scatenò la crisi diplomatica tra Netanyahu e l’allora re Hussein di Giordania che minacciò di giustiziare gli autori e di annullare il trattato di pace se non fosse stato consegnato l’antidoto.
Infine Nizar Awadallah, l’archietto, il quinto del direttorio, dato pure lui alla riunione di Doha. Personaggio cruciale nella delegazione dei negoziatori pur non partecipando agli incontri, il 68 enne Awadallah ha seguito tutte le fasi della mediazione in questi due anni, scrivendo di suo pugno appunti, strategie e alcune delle risposte ufficiali di Hamas. Nato nel quartiere Sheikh Radwan di Gaza City, è stato avversario di Yahya Sinwar alle elezioni interne del 2021 che dovevano decretare chi avrebbe assunto il controllo politico della Striscia di Gaza.
La cupola di Hamas, ieri, era a Doha. Se i cinque sono sopravvissuti, vuol dire che il bombardamento israeliano è stato mal guidato, forse ingannato dal segnale dei telefonini lasciati alle guardie del corpo in un’altra stanza rispetto a quella del vertice. Se sono morti, per Hamas si apre il capitolo più incerto, potenzialmente finale, della sua storia.