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Droni contro droni, ecco come funziona lo scudo che proteggerà l’Italia

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Il capo dell’Aeronautica a Montecitorio: affidare la protezione ad automi intercettori gestiti dall’intelligenza artificiale. Il generale Conserva: si può fare in tre anni
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Droni contro droni. Una barriera di automi combattenti per proteggere i cieli italiani: robot “angeli” contro robot “diavoli”, in un duello gestito dall’intelligenza artificiale. Non è fantascienza, ma lo scenario operativo che il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica ha presentato oggi a Montecitorio: una prospettiva che secondo il generale Antonio Conserva si può concretizzare nel nostro Paese “in tre anni”. La lunga audizione alla Camera è coincisa con la massima allerta per l’ondata di velivoli senza pilota russi che sono penetrati in Polonia, ma il problema era già in testa alle priorità del generale Conserva – nominato al vertice dell’Arma azzurra nello scorso maggio dal ministro Guido Crosetto – illustrate ai parlamentari. L’alto ufficiale ne ha elencate complessivamente dodici e ha messo in cima le minacce che sono emerse dal conflitto ucraino. Primo: la difesa antimissile e antidrone. Secondo: gli scudi di droni intercettori.

Il muro antidroni di Ursula

Ursula von der …

Droni contro droni. Una barriera di automi combattenti per proteggere i cieli italiani: robot “angeli” contro robot “diavoli”, in un duello gestito dall’intelligenza artificiale. Non è fantascienza, ma lo scenario operativo che il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica ha presentato oggi a Montecitorio: una prospettiva che secondo il generale Antonio Conserva si può concretizzare nel nostro Paese “in tre anni”. La lunga audizione alla Camera è coincisa con la massima allerta per l’ondata di velivoli senza pilota russi che sono penetrati in Polonia, ma il problema era già in testa alle priorità del generale Conserva – nominato al vertice dell’Arma azzurra nello scorso maggio dal ministro Guido Crosetto – illustrate ai parlamentari. L’alto ufficiale ne ha elencate complessivamente dodici e ha messo in cima le minacce che sono emerse dal conflitto ucraino. Primo: la difesa antimissile e antidrone. Secondo: gli scudi di droni intercettori.

Il muro antidroni di Ursula

Ursula von der Leyen ha parlato ieri di costruire “un muro anti-droni sul confine orientale” e il capo di Stato maggiore ha spiegato come l’Italia intende declinare questo concetto: “I velivoli senza pilota sono un problema serio perché sono uno strumento a basso costo. Nello sciame che attacca ce ne possono essere di armati oppure di disarmati, che fanno sprecare molti missili alla contraerea o ai caccia supersonici. Quindi è importante dotarsi di sistemi protettivi ugualmente a basso costo e i droni difensivi potrebbero essere la risposta. Oggi siamo pronti a fermare le aggressioni utilizzando i caccia intercettori e altri strumenti molto costosi, mentre dobbiamo trovare soluzioni che siano efficaci e low cost”.

Reazione automatizzata

E’ uno dei problemi emersi ieri nella battaglia notturna nei cieli polacchi: gli F-16 di Varsavia hanno abbattuto un incursore russo del valore di circa 10 mila euro utilizzando un missile che ha un prezzo superiore a un milione di euro. “I caccia e le armi ad alto costo si devono occupare della fascia alta delle minacce, come i missili ipersonici – ha detto Conserva -. Per i droni invece dobbiamo aumentare la quantità dei mezzi di difesa, puntando alla massima qualità ma con spese contenute”. E’ la linea che sta venendo adottata da Kiev e in parte da Mosca: una nuova generazione di droni-abbatti-drone, che costano dieci-venti volte meno dei missili terra-aria e una volta individuato il bersaglio procedono da soli a distruggerlo grazie all’intelligenza artificiale. “Dobbiamo fare un salto quantico – dichiara l’ufficiale -. L’investimento dovrà essere concentrato sui sensori e sugli algoritmi che devono raccogliere le informazioni e presentare un quadro della situazione il più possibile chiaro. A quel punto l’operatore umano può autorizzare la “difesa automatica” di una nave o di una brigata in movimento. Perché ormai i droni sono in grado di costruire un vero e proprio perimetro di sicurezza intorno a una centrale elettrica ma anche intorno alle unità navali e terrestri. Grazie all’intelligenza artificiale e a software evoluti si possono creare dei sistemi di autoprotezione delle forze e delle infrastrutture critiche che, quando l’operatore umano confermerà che sono sotto attacco, diano una risposta immediata e a basso costo”.

La rete dei sensori

I tempi per schierare la falange dei droni intercettori? “Nel breve-medio termine. Le nostre industrie hanno una grande esperienza, oltre alla competenza tecnologica nella sensoristica e nei software per il comando e controllo: per questo sono ottimista e, se avremo le risorse, credo che si potrà realizzare questa capacità difensiva entro tre anni”. Per distruggere i droni bisogna però avvistarli e seguirli, una condizione che spinge il generale Conserva a indicare come terza priorità le reti di sensori in grado di individuare “minacce puntiformi”, molto più piccole dei normali aerei, realizzate in vetroresina che le rende meno visibili ai radar, prive di motori a reazione che emettono calore e spesso molto silenziose. “Per tracciarle servono sensori multispettrali, non solo radar ma pure infrarossi attivi e passivi o apparati ottici”. E l’alto ufficiale cita il compito decisivo degli aerei radar - senza parlare del ruolo svolto dal CAEW italiano nel coordinare l’operazione nei cieli polacchi - ma pure il potenziamento delle antenne basate a terra.

La deterrenza dei missili

Nell’audizione di Conserva c’è un altro punto molto innovativo, dal punto di vista strategico e del concetto di sicurezza nazionale: il generale ha parlato di una deterrenza italiana, ossia la capacità di concretizzare una ritorsione che dissuada gli avversari dal tentare un attacco ai nostri danni “attraverso la dimostrazione di una forza tale da rendere inaccettabili i costi di un’aggressione. In questo senso occorre far leva non solo sulla capacità di difenderci, ma anche sulla dimostrazione tangibile della nostra forza, risolutezza e capacità di proiezione di potenza in qualsiasi teatro operativo, dimostrando la nostra determinazione a proteggere ”. Per questo ritiene sia necessario dotarsi di armi “Deep Strike”, capaci cioè di colpire in profondità volando per 1000-1500 chilometri: si tratta di acquistare missili a lungo raggio che rendano possibile una reale ritorsione. Si tratta di strumenti che il nostro Paese non ha mai posseduto, perché faceva affidamento sull’ombrello americano. Il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica insiste sulla collaborazione con gli alleati, della Nato e dalla Ue, ma pone l’accento sulla “autonomia strategica nazionale”: “L’adesione dell’Italia alla Nato e alla Ue non fa venire meno ma rafforza la responsabilità di dotarci delle necessarie capacità operative di difesa”.

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