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Bici, barche e assalto ai bus: l’assurda settimana di Londra senza metropolitana

(reuters)

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Da domenica scorsa la “tube” è chiusa per lo sciopero di una settimana da parte di macchinisti e lavoratori: un incubo per la capitale britannica e i suoi cittadini, che hanno dovuto ricorrere ad alternative estreme
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LONDRA – Keep calm and carry on. Mica tanto. Pure gli inglesi, fedeli all’oscuro piacere di mettersi in fila, hanno perso le staffe per il clamoroso sciopero di quasi una settimana che sta affliggendo Londra. Ovvero la città della leggendaria “Tube”, l’underground incastonata in quel "mesmerico” cerchio ma ormai sbarrata e inaccessibile da domenica scorsa. Scatenando così il caos e gli assalti di studenti, pendolari con le occhiaie, operai, broker in hangover e impiegate ai bus rossi a due piani e ai treni di superficie: gli unici mezzi rimasti a servire questi 10 milioni di abitanti dipendenti dal metrò. “È una vergogna”, ci dice Claire, madre di famiglia del quartiere di Barking che ogni giorno accumula due ore in metro da est a ovest e paga una fortuna per una babysitter con i figli.

Closed. Chiusa. Andate in pace, anzi in battaglia, tra traffico e ingorghi. Niente più assillanti annunci “Mind the gap”. Niente tsunam…

LONDRA – Keep calm and carry on. Mica tanto. Pure gli inglesi, fedeli all’oscuro piacere di mettersi in fila, hanno perso le staffe per il clamoroso sciopero di quasi una settimana che sta affliggendo Londra. Ovvero la città della leggendaria “Tube”, l’underground incastonata in quel "mesmerico” cerchio ma ormai sbarrata e inaccessibile da domenica scorsa. Scatenando così il caos e gli assalti di studenti, pendolari con le occhiaie, operai, broker in hangover e impiegate ai bus rossi a due piani e ai treni di superficie: gli unici mezzi rimasti a servire questi 10 milioni di abitanti dipendenti dal metrò. “È una vergogna”, ci dice Claire, madre di famiglia del quartiere di Barking che ogni giorno accumula due ore in metro da est a ovest e paga una fortuna per una babysitter con i figli.

Closed. Chiusa. Andate in pace, anzi in battaglia, tra traffico e ingorghi. Niente più assillanti annunci “Mind the gap”. Niente tsunami di cittadini ai tornelli. Niente stallo dell’anima, come T. S. Eliot battezzò il limbo tra una fermata e l’altra. Niente poesie, haiku e sorrisi sulle lavagnette a pennarello dei latitanti lavoratori delle stazioni metropolitane. Niente pendolari che “si agitano come conigli nei cunicoli”, John Galsworthy dixit. Niente più viaggi al termine della Central e della Circle Line, con gli sguardi bassi, attentissimi a non incrociare lo sguardo di nessun altro. Pedalare. E così decine di migliaia di londinesi si sono affidati alle bici, elettriche, regolari, o eleganti come le Brompton. Ma soprattutto, per chi non possiede una, quelle in affitto Lime, andate letteralmente a ruba (+ 93% di utilizzo rispetto alla settimana scorsa). Tanto che il Telegraph chiama “kamikaze” la lotta per accaparrarsele.

Altra speranza per voi che entrate nella città senza metro: le barche. Quelle Uber, che sì sono suggestive perché in un quarto d’ora sei dal Big Ben a Tower Bridge, o alla Battersea Power Station dei Pink Floyd. Ma costano pure dieci euro a corsa. Un lusso, come l’automobile a Londra: per i costi, il traffico, le strade anguste, ma anche per la tassa da circa 20 euro al giorno - a meno che non si abbia un’auto elettrica o poco inquinante - che il sindaco Khan ha esteso a tutta la metropoli per limitare il traffico, in nome dell’ambiente. Ieri, per tornare in Parlamento, ho preso un taxi da Tottenham Court Road al Parlamento di Westminster, attraversando il delirio a Piccadilly Circus: 40 minuti e 40 sterline, per neanche quattro chilometri del centro.

Tocca arrangiarsi. Cosa che i pragmatici inglesi sanno fare benissimo. File sin dall’alba per aggrapparsi alle sole certezze rimaste dell’imponente e profumatissimo trasporto pubblico londinese: i treni di superficie che attraversano le decine di stazioni ferroviarie in questo Regno padre della rivoluzione industriale, e la Elizabeth Line. Ossia la nuova e maestosa linea metropolitana che taglia in quattro questa megalopoli, che ti fa arrivare a Heathrow in 40 minuti, che non si è fermata in questa settimana ribelle proprio perché non è una “tube” sottoterra. E che si chiama così in onore della regina Elisabetta. God save the Queen, pensa qualche pendolare, e pure the King, di questi tempi.

Secondo le stime del comune, questo sciopero proclamato dal sindacato “Rail, Maritime and Transport” (Rmt) causerà almeno 230 milioni di sterline di danni (oltre 250 milioni di euro) alla capitale britannica. Perché in molti hanno preferito disertare il caos, rinunciando pure a cafè, bar e ristoranti del centro. Persino i Coldplay hanno dovuto rimandare due date a Wembley del loro tour.

Ma come mai tanta agitazione? Tra i lavoratori che hanno incrociato le braccia, i macchinisti delle metropolitane londinesi lamentano un salario troppo basso, oggi fermo a un minimo di 72mila sterline lorde (oltre 80mila euro) all’anno: “È insufficiente per vivere nella costosissima Londra”, sebbene ammettano allo stesso tempo che lo stipendio è sensibilmente più alto della media nazionale (66mila sterline). Ma è anche vero che per acquistare una casa nella capitale oggigiorno servono, in media, almeno 561mila sterline.

L’offerta dell’ente dei trasporti pubblici della capitale (TfL), ossia un aumento del 3,4% in busta paga, non basta a Rmt e i suoi iscritti. Anche perché “lavoriamo sempre al buio e con orari assurdi” e “chiediamo dunque una settimana lavorativa di 4 giorni e 32 ore complessive”. Richieste inaccettabili per le autorità della metropoli. Da domani, venerdì, Londra dovrebbe ritornare alla normalità. Ma la classe operaia della tube è pronta a riscatenare l’inferno, pur di andare in paradiso.

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