GERUSALEMME – Sorridente accanto a uno Smotrich ancora più radioso, ieri Netanyahu si è fatto fotografare mentre firmava il progetto che di fatto spezzerà la Cisgiordania in due, «seppellendo l’idea di uno Stato palestinese», come disse lo stesso ministro delle Finanze a fine agosto autorizzando la costruzione di oltre tre mila case nell’area cosiddetta E1. Sono dodici chilometri a est di Gerusalemme, nel tratto che collega la città santa all’insediamento di Ma’ale Adumim, una delle più grandi colonie illegali israeliane in cui vivono 40mila persone, e che dagli anni Novanta la destra israeliana sogna di trasformare nella Grande Gerusalemme. Per anni, il progetto è rimasto fermo per l’opposizione della comunità internazionale, che lo ha sempre considerato una minaccia per qualsiasi accordo che si basi sulla soluzione dei due Stati. Ma «oggi sta succedendo qualcosa di enorme. Questo progetto raddoppierà la popolazione di Ma’ale Adumim. Qui vivranno 70mila persone entro cinque anni. Sar…
GERUSALEMME – Sorridente accanto a uno Smotrich ancora più radioso, ieri Netanyahu si è fatto fotografare mentre firmava il progetto che di fatto spezzerà la Cisgiordania in due, «seppellendo l’idea di uno Stato palestinese», come disse lo stesso ministro delle Finanze a fine agosto autorizzando la costruzione di oltre tre mila case nell’area cosiddetta E1. Sono dodici chilometri a est di Gerusalemme, nel tratto che collega la città santa all’insediamento di Ma’ale Adumim, una delle più grandi colonie illegali israeliane in cui vivono 40mila persone, e che dagli anni Novanta la destra israeliana sogna di trasformare nella Grande Gerusalemme. Per anni, il progetto è rimasto fermo per l’opposizione della comunità internazionale, che lo ha sempre considerato una minaccia per qualsiasi accordo che si basi sulla soluzione dei due Stati. Ma «oggi sta succedendo qualcosa di enorme. Questo progetto raddoppierà la popolazione di Ma’ale Adumim. Qui vivranno 70mila persone entro cinque anni. Sarà un cambiamento immenso», ha detto il premier israeliano, chiarendo ancora una volta che non «ci sarà uno Stato palestinese».
Netanyahu si prepara alla grande controffensiva di fine settembre, quando all’assemblea delle Nazioni Unite diversi Paesi riconosceranno lo Stato di Palestina. L’ultradestra messianica vuole arrivarci cambiando lo status quo e spinge per annettere parti della Cisgiordania. Una mossa, però, che metterebbe a rischio i rapporti con alcuni dei Paesi arabi che hanno deciso di normalizzare le relazioni con Israele attraverso gli accordi di Abramo, in primis gli Emirati arabi uniti, già molto irritai dal bombardamento israeliano su Doha, che ha rotto il patto tacito di non aggressione con le monarchie della regione e ieri è stato condannato anche dal consiglio di sicurezza dell’Onu, Usa compresi.
L’attacco israeliano e la guerra a Gaza saranno al centro della riunione di emergenza con i Paesi della regione che il Qatar ha convocato per il fine settimana proprio a Doha per discutere della risposta da dare a Israele. I negoziati sono fermi e l’Idf ha intensificato i bombardamenti su Gaza City, dove solo ieri sono morte 53 persone, secondo fonti mediche contattate da Al Jazeera. Almeno 200mila gazawi sono già stati costretti a fuggire dalla loro città, mentre l’aviazione sbriciola uno dopo l’altro i pochi edifici ancora rimasti in piedi. Da luglio ad agosto, dice l’Unicef, la percentuale di bambini palestinesi che soffrono di malnutrizione acuta in tutta Gaza è salita dall’8,3% al 13,5%. Solo a Gaza City, è al 19%, rispetto al 16% di luglio: «un bambino su 5».
La situazione nella Striscia è stata oggetto dell’ennesimo scontro con la Spagna. Netanyahu ha accusato Sánchez di «minacce genocide contro l’unico Stato ebraico del mondo» perché il premier spagnolo aveva annunciato nuove misure per “fermare il genocidio” con queste parole: «La Spagna non ha bombe nucleari, né portaerei o grandi riserve di petrolio, da soli non possiamo fermare l’offensiva israeliana. Ma questo non significa che smetteremo di provarci. Perché ci sono cause per cui vale la pena lottare, anche se non è solo nelle nostre mani vincerle».