TEL AVIV – Yuval è entrato a Gaza l’8 ottobre. Non era la prima volta: a 33 anni ha combattuto già due guerre. È rimasto in un carrarmato per quattro mesi con un’idea in testa: sconfiggere un nemico che «vuole distruggerci», Hamas. Nessun palestinese è mai entrato nel suo spazio vitale, «operavamo solo in zone ‘sterili’», racconta, le cosiddette zone cuscinetto, spogliate di vita. Diciotto mesi dopo, lo incontriamo davanti al ministero della Difesa a Tel Aviv alla testa di un corteo di protesta per dire basta alla guerra. Yuval non è il suo vero nome, non vuole farsi identificare perché lavora per una società che ha contratti col governo e non vuole grane. È insieme a una decina di ragazzi e ragazze, si riconoscono perché indossano tutti una t-shirt bianca, c’è scritto: “Riservisti contro la guerra”.
Sono pochi, ma pesano, in un Paese in cui l’esercito è considerato un’istituzione intoccabile e rispettata. E Yuval ci tiene a precisare che non sono in piazza contro i militari, ma cont…
TEL AVIV – Yuval è entrato a Gaza l’8 ottobre. Non era la prima volta: a 33 anni ha combattuto già due guerre. È rimasto in un carrarmato per quattro mesi con un’idea in testa: sconfiggere un nemico che «vuole distruggerci», Hamas. Nessun palestinese è mai entrato nel suo spazio vitale, «operavamo solo in zone ‘sterili’», racconta, le cosiddette zone cuscinetto, spogliate di vita. Diciotto mesi dopo, lo incontriamo davanti al ministero della Difesa a Tel Aviv alla testa di un corteo di protesta per dire basta alla guerra. Yuval non è il suo vero nome, non vuole farsi identificare perché lavora per una società che ha contratti col governo e non vuole grane. È insieme a una decina di ragazzi e ragazze, si riconoscono perché indossano tutti una t-shirt bianca, c’è scritto: “Riservisti contro la guerra”.
Sono pochi, ma pesano, in un Paese in cui l’esercito è considerato un’istituzione intoccabile e rispettata. E Yuval ci tiene a precisare che non sono in piazza contro i militari, ma contro il governo. «Non mi pento di aver combattuto per proteggere il mio popolo, ma questa guerra non ha più senso, deve finire. Abbiamo superato troppe linee rosse. Sono in gioco il futuro dei palestinesi e l’anima di Israele», dice mentre ci allontaniamo in cerca di un angolo silenzioso.
La prima linea rossa, per lui, è stata ad agosto del 2024: «Sapevamo che andare a Rafah avrebbe messo a rischio i nostri ostaggi, e lo abbiamo fatto lo stesso: sei sono morti». Sette mesi dopo, Netanyahu stracciò l’accordo di tregua faticosamente mediato dall’amministrazione Biden e sostenuto dalla maggioranza degli israeliani. «Mi sono sentito tradito. E ora ogni volta che sento “occupiamo questo posto o quell’altro”, a Gaza, penso che sia una trovata pubblicitaria. Continuano a ripetere che è l’ultima battaglia, quella decisiva, ma sono tutte balle. È un governo di bugiardi».
Anche Dan Gabrieli, 37 anni, due figli, a Gaza c’era già stato, nel 2018. Ha servito nei primi 5 mesi di questa guerra come medico militare, non se ne pente. «Abbiamo fatto cose che dovevano essere fatte, trovato armi, nascondigli, sgominato piani di attacco, era necessario per ridurre il potere militare di Hamas». Ma ora l’hanno richiamato e probabilmente diserterà.
«Non c’è nessun risultato ulteriore che si possa raggiungere a Gaza – spiega. Vogliono rioccupare luoghi in cui siamo già stati e quando siamo andati via il vuoto è stato riempito da Hamas. Perché la soluzione è politica: anche la II guerra mondiale è finita con il piano Marshall e la conferenza di Potsdam». Non è l’orizzonte a cui guardano i ministri al governo come Ben Gvir, che parla di costruire un quartier generale vista mare per la polizia israeliana a Gaza City. «Gaza non è nostra, non è la nostra terra, anche secondo la Bibbia, dobbiamo andarcene e ricostruire».
A sentir nominare Ben Gvir, Yuval si contorce. «Sono nato tre anni prima dell’omicidio Rabin, è la storia della mia infanzia, e Ben Gvir era il male, il fomentatore di violenza. Mi vergogno di essere rappresentato da lui. Per uscire da questo inferno i palestinesi devono combattere i loro jihadisti e noi i nostri estremisti». Yuval li vede, i palestinesi. «Ma molti miei amici no. La società israeliana è ancora immersa nel suo dolore, dopo il 7 ottobre anche la sinistra, di cui io faccio parte, si è sentita tradita. È molto difficile da capire, lo so. Ma penso che solo dopo aver risolto il nostro problema, potremo tornare indietro e tornare a vedere le sofferenze dei palestinesi. Temo il giorno dopo la guerra quando la gente si renderà conto di quello che abbiamo fatto in nome della vendetta». Crimini di guerra? «Io non ne sono a conoscenza. Ma certo persone innocenti sono morte».