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Khatib: “Occupazione e bombe sul Qatar, così Bibi liquida la questione palestinese”

(ansa)

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L’intervista all’ex ministro del Lavoro e della pianificazione dell’Autorità nazionale di Abu Mazen: “L’obiettivo di Netanyahu è sbarazzarsi del maggior numero possibile di palestinesi e mantenere un controllo militare permanente sulla Striscia”
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GERUSALEMME – Ghassan Khatib alla pace aveva creduto davvero. Voce stimata della lunga tradizione del socialismo palestinese, ex ministro del Lavoro e della pianificazione dell’Autorità nazionale di Abu Mazen, dal 1991 fu tra i negoziatori che a Madrid scrissero le premesse per gli accordi di Oslo del 1993. Quella storia, adesso, è il fantasma di se stessa. «Netanyahu ha chiuso il processo diplomatico con le bombe sul Qatar e vuole liquidare con la forza la questione palestinese», dice Khatib, che insegna studi arabi nel più prestigioso ateneo della West Bank, l’Università di Birzeit.

Il premier israeliano ha autorizzato l’occupazione di Gaza City contro il parere del suo stesso esercito: qual è l’obiettivo?

«Sbarazzarsi del maggior numero possibile di palestinesi e mantenere un controllo militare permanente sulla Striscia. Il resto, il come, il dove, sono dettagli: ora è il turno di Gaza City, sei mesi fa è stato il turno di Rafah. Mirano a espellere la maggior parte della popolazion…

GERUSALEMME – Ghassan Khatib alla pace aveva creduto davvero. Voce stimata della lunga tradizione del socialismo palestinese, ex ministro del Lavoro e della pianificazione dell’Autorità nazionale di Abu Mazen, dal 1991 fu tra i negoziatori che a Madrid scrissero le premesse per gli accordi di Oslo del 1993. Quella storia, adesso, è il fantasma di se stessa. «Netanyahu ha chiuso il processo diplomatico con le bombe sul Qatar e vuole liquidare con la forza la questione palestinese», dice Khatib, che insegna studi arabi nel più prestigioso ateneo della West Bank, l’Università di Birzeit.

Il premier israeliano ha autorizzato l’occupazione di Gaza City contro il parere del suo stesso esercito: qual è l’obiettivo?

«Sbarazzarsi del maggior numero possibile di palestinesi e mantenere un controllo militare permanente sulla Striscia. Il resto, il come, il dove, sono dettagli: ora è il turno di Gaza City, sei mesi fa è stato il turno di Rafah. Mirano a espellere la maggior parte della popolazione perché Israele ha un problema demografico: dal suo punto di vista ci sono troppi palestinesi nella Palestina storica e vuole cercare di ridurne il numero in ogni modo possibile. Ma non capiamo quello che accade a Gaza se non guardiamo a ciò che succede in Cisgiordania a cui nessuno presta attenzione. Perché espellere i gazawi è legato all’altro obiettivo che è quello di seppellire la soluzione dei due Stati».

Ramallah, si diceva, è il cuore del futuro Stato palestinese: crede ancora che un giorno nascerà?

«Per ora c’è un’occupazione militare sempre più pressante, con l’intensificazione degli insediamenti, la limitazione della circolazione e della presenza degli abitanti palestinesi, l’impossibilità della vita economica, la disgregazione dell’Anp che stanno portando al collasso soffocandola economicamente. Potrebbe crollare da un momento all’altro perché non è più in grado di pagare gli stipendi, di garantire i servizi. E gli israeliani non nascondono questo obiettivo. Molti funzionari hanno dichiarato apertamente che stanno cercando di minare la possibilità di due Stati».

Il presidente Abu Mazen ha chiesto l’intervento della comunità internazionale per fermare l’invasione di terra a Gaza. Da che parte sta l’Europa?

«Non c’è bisogno di boots on the ground, basterebbero le sanzioni per fermare la guerra perché Israele dipende dalle sue relazioni economiche con l’Occidente, dalle forniture di armi. Ma gli europei non agiscono per diverse ragioni. La prima è l’influenza negativa degli Stati Uniti, che stanno assumendo una posizione molto parziale a favore di Israele e del genocidio. L’altra è la delicatezza della questione ebraica nella storia europea, che spinge i governi a non osare troppo contro Israele, anche se la situazione sembra cambiare un po’ sotto la pressione dell’opinione pubblica. La terza ragione sono gli interessi: Israele serve gli interessi occidentali nella regione. Prendiamo l’Italia, storicamente aveva una posizione più equilibrata sulla politica mediorientale. Con la crescita dei partiti di destra in Europa le cose sono cambiate. Eppure ci sono segnali positivi: la promessa francese del riconoscimento dello Stato di Palestina è un buon passo nella giusta direzione, anche se non basta senza le sanzioni».

Netanyahu minaccia di annettere alcune parti della Cisgiordania in risposta al riconoscimento dello Stato di Palestina. Quali potrebbero essere le conseguenze?

«L’annessione di fatto c’è già. Israele si comporta come se fosse il proprietario di questo territorio e fa quello che vuole».

Parliamo di Hamas: quali sono le responsabilità del gruppo islamista in quello che sta succedendo a Gaza?

«Non credo che Hamas abbia responsabilità nel genocidio perché anche se il 7 ottobre è stato un fatto inaccettabile, esecrabile, condannabile e non saggio, non giustifica quello che Israele sta facendo ora. Anche le guerre hanno delle leggi e Israele le ha violate tutte uccidendo civili. Ma la sicurezza non si raggiunge con la forza e a scapito della sicurezza dell’altra parte, il genocidio non li porterà più vicini al loro obiettivo. L’unico modo per ottenere sicurezza è consentire ai palestinesi di godere dei propri diritti naturali e fondamentali di libertà, sovranità, autodeterminazione. Se Israele continuerà a negarli ci porterà alla creazione di uno Stato unico in una realtà di apartheid».

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