La battaglia di Gaza City è iniziata lunedì nel pieno della notte come un assedio medievale, con le truppe scelte israeliane che nell’oscurità hanno occupato le postazioni avanzate nei sobborghi da cui scagliare l’assalto finale contro Hamas. Non ci sono informazioni neutrali e non esiste una verità, ma c’è una certezza: per la prima volta nella storia si combatte casa per casa in un centro urbano popolato da 600mila persone. Non era accaduto neppure a Stalingrado nel 1942 e, per andare a tempi più recenti, nemmeno a Grozny, la capitale della Cecenia rasa al suolo dall’armata russa nel 1994 e nel 1999. È facile prevedere che quella di Gaza City sarà una carneficina, il culmine della feroce campagna lanciata da Israele all’indomani delle stragi jihadiste del 7 ottobre 2023 che, stando alle fonti sanitarie palestinesi, ha già causato oltre 65 mila morti.
Il generale Effie Defrin, portavoce dell’esercito israeliano, sostiene che «Hamas ha realizzato il più grande scudo umano della storia, impedendo ai civili di andare via dalla zona dei combattimenti». Almeno 350mila abitanti hanno comunque abbandonato Gaza City negli scorsi giorni e secondo il generale Defrin vengono trattati «in base alle regole internazionali». Si ipotizza che altrettanti possano lasciare il campo di battaglia entro una settimana.
L’obiettivo militare dell’attacco – spiegato dal ministro della Difesa Israel Katz – è eliminare l’unica brigata superstite del movimento fondamentalista, con la convinzione di azzerarlo definitivamente e ottenere così la liberazione degli ostaggi: «Vogliamo prendere il controllo di Gaza City perché oggi è il simbolo principale della capacità di governare di Hamas. Se cadrà, anche loro cadranno». Si stima che i miliziani asserragliati siano al massimo 2.500, ma in realtà un numero di uomini molto più alto potrebbe contribuire alla resistenza: contano sulla conoscenza del territorio; una rete di cunicoli e di palazzi-bunker; telecamere per avvistare i soldati e innescare trappole esplosive. Comunicano tra loro solo via cavo, evitando di usare le radio e i cellulari intercettati dall’intelligence dello Stato ebraico.
Da una settimana gli israeliani hanno colpito con 850 bombardamenti aerei gli edifici che potevano servire come posti d’osservazione e i possibili capisaldi dei terroristi. Caccia e droni continueranno senza sosta a spiare, pronti intervenire per spazzare via ogni ostacolo alla marcia dei mezzi blindati. Il piano delle Israel Defense Forces è chiaro: entreranno lentamente nei quartieri, scatenando un volume di fuoco enorme contro qualsiasi movimento sospetto. La sicurezza dei militari avrà la priorità sulla velocità dell’operazione: non andranno avanti senza la certezza di avere prima eliminato ogni insidia. Si è già visto ieri, con l’impiego di robot-bomba nelle strade dove temevano la presenza di cariche esplosive nascoste negli edifici: sono stati utilizzati vecchi cingolati M-113 telecomandati e imbottiti di tritolo, fatti saltare in aria negli incroci a rischio di imboscata.
L’avanguardia è affidata alla 98ma divisione, la più piccola ed agguerrita perché formata da paracadutisti e incursori: viene chiamata la “Divisione di fuoco” ed è composta dagli specialisti degli scontri urbani, tutti veterani che hanno già preso parte ai rastrellamenti nella Striscia. Procederanno fianco a fianco con la 162ma, detta la “Divisione d’acciaio”, con tank e mezzi blindati: hanno combattuto a Gaza per quindici mesi di fila fino a febbraio; poi sono tornati in azione un mese fa proprio nei sobborghi della città. Nei prossimi giorni li seguirà pure la 36ma, la “Divisione dell’ira”, un’altra unità di carri armati. Fuoco, acciaio e ira: gli ingredienti di questo attacco che impegna i migliori reparti dell’esercito israeliano, con oltre 800 veicoli corazzati ma meno di 50mila uomini. Tutti i manuali lo reputano un numero di fanti troppo basso per espugnare una città fortezza, che i generali delle Idf evidentemente contano di compensarlo con la potenza distruttiva di cannoni e cacciabombardieri.
L’offensiva procederà a macchia di leopardo, senza una linea del fronte definitiva. Da una parte si cercherà di obbligare i miliziani a venire allo scoperto, per accerchiarli e distruggerli. Dall’altra le teste di cuoio tenteranno di localizzare gli ostaggi e liberarli. Una missione quest’ultima che si presenta difficile, se non impossibile. «Tutti i rischi e le opportunità sono stati illustrati al livello politico in maniera chiara e professionale – ha dichiarato ieri il generale Eyal Zamir, comandante in capo delle Idf, mettendo quasi le mani in avanti – Questo è il mio dovere e sto conducendo l’operazione per raggiungere tutti gli obiettivi in maniera responsabile e sicura».