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Armenia, monte Ararat addio: via dai timbri sui passaporti per normalizzare i rapporti con Erdogan

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La vetta biblica è un simbolo dell’identità del Paese ma geograficamente è in Turchia. Con cui i confini sono ancora chiusi
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TBILISI – Ararat addio. Dal 1° novembre, l’Armenia eliminerà il profilo delle due cime innevate del monte, sacro per la popolazione caucasica, dai timbri sui passaporti di chi entrerà e uscirà dal Paese. La decisione di Erevan punta a facilitare il processo di normalizzazione dei rapporti con la Turchia, dove oggi la vetta è geograficamente situata.

Identificato fin dal Medioevo come il luogo, descritto nella Genesi, sulle cui pendici si posò l’Arca di Noè dopo il Diluvio universale, l’Ararat – in realtà un vulcano dormiente – riveste un ruolo centrale nella costruzione dell’identità del popolo armeno, il primo al mondo ad abbracciare il cristianesimo come religione di Stato. Si staglia nell’attuale regione turca dell’Anatolia orientale, la porzione ovest di quello che ancora adesso è chiamato Altopiano armeno, una vasta area storicamente nota come Armenia occidentale.

Tra storia e leggenda

Lì, l’impronta del popolo arme…

TBILISI – Ararat addio. Dal 1° novembre, l’Armenia eliminerà il profilo delle due cime innevate del monte, sacro per la popolazione caucasica, dai timbri sui passaporti di chi entrerà e uscirà dal Paese. La decisione di Erevan punta a facilitare il processo di normalizzazione dei rapporti con la Turchia, dove oggi la vetta è geograficamente situata.

Identificato fin dal Medioevo come il luogo, descritto nella Genesi, sulle cui pendici si posò l’Arca di Noè dopo il Diluvio universale, l’Ararat – in realtà un vulcano dormiente – riveste un ruolo centrale nella costruzione dell’identità del popolo armeno, il primo al mondo ad abbracciare il cristianesimo come religione di Stato. Si staglia nell’attuale regione turca dell’Anatolia orientale, la porzione ovest di quello che ancora adesso è chiamato Altopiano armeno, una vasta area storicamente nota come Armenia occidentale.

Tra storia e leggenda

Lì, l’impronta del popolo armeno è tracciabile almeno dal VI secolo a.C. e, secondo alcuni studiosi che reputano l’antico regno di Urartu un suo precursore, potrebbe risalire addirittura al IX. Il nome originario del Paese caucasico, nella lingua locale, era Hayk, derivato dal mitico patriarca che, secondo lo storico Movses Khorenatsi, vissuto nel V secolo, era un discendente diretto del biblico Noè attraverso suo figlio Jafet. Secondo la leggenda, il potente arciere Hayk sconfisse il tiranno babilonese Bel nel 2492 a.C. e fondò la sua nazione ai piedi dell’Ararat.

Dopo il genocidio

Dopo il crollo dei grandi stati armeni dell’antichità, la montagna è passata sotto il dominio di diversi imperi. Per tutta la seconda metà dello scorso millennio, la vetta e le sue regioni occidentali sono state controllate dagli Ottomani, mentre le aree a est prima dai Persiani, poi dalla Russia zarista. Ciò che non è mai mutato è stata la presenza costante degli armeni in queste terre. Finché, tra il 1915 e il 1917, le autorità ottomane non misero fine a secoli di vita armena intorno all’Ararat, con quello che l’Italia e altri 33 Paesi, in accordo con il consenso della comunità accademica, riconoscono come un genocidio. I massacri e la pulizia etnica dei sopravvissuti proseguirono anche durante la guerra d'indipendenza turca, scaturita in seguito alla sconfitta dell’Impero ottomano nel primo conflitto mondiale. E quando i confini nella regione vennero ridefiniti, l’Ararat si trovò all’interno della nuova Repubblica di Turchia, istituita nel 1923.

L’Ararat nella società armena

Dalla polverosa Erevan, le cime del monte si innalzano maestose, sovrastando l’intero panorama urbano. Sembrano quasi poter essere toccate, nonostante si trovino dall’altro lato della frontiera. Non esiste una cartolina della capitale armena in cui non compaiano i contorni delle sue due vette principali, più o meno distinti a seconda delle condizioni atmosferiche. Il memoriale del genocidio, costruito nel 1967, è orientato verso l'Ararat.

Importanti marchi di brandy e sigarette prendono il proprio nome dal sacro monte, così come molti armeni, incluso l’attuale ministro degli Esteri, Ararat Mirzoyan. Una delle battute più in voga sulle reti sociali in questi giorni suggerisce al capo della diplomazia armena di ribattezzarsi Aragats Mirzoyan. L’Aragats, la cima più alta della Repubblica di Armenia, è sempre più valorizzato dal premier Nikol Pashinyan, che ne ha fatto persino appendere un enorme dipinto nel suo ufficio, in una chiara volontà di ridimensionare simbolicamente il monte Ararat.

La scelta del premier

La scelta, controversa, di eliminare la vetta biblica dai timbri apposti sui passaporti si inserisce nella più ampia strategia di Pashinyan, le cui origini possono essere individuate nelle settimane successive alla perdita del Nagorno Karabakh, volta a rimodellare radicalmente l'identità del Paese. Il progetto ideologico “Vera Armenia” è stato ufficialmente delineato dal premier in un discorso alla nazione nel febbraio di quest’anno come alternativo alla nozione di “Armenia storica”, ancorata a narrative su territori che si trovano al di fuori dei confini internazionalmente riconosciuti dello Stato. Pashinyan, consapevole della debolezza del Paese, sta cercando non solo di arrivare alla firma di un accordo di pace comprensivo con l’Azerbaijan che metta fine a oltre trent’anni di guerra, ma anche di ristabilire relazioni diplomatiche e scambi commerciali con Ankara, l’alleata di ferro di Baku. La riapertura dei confini con la Turchia, chiusi fin dagli anni ’90, consentirebbe all’Armenia di uscire dall’isolamento regionale e ottenere un collegamento terrestre con l’Europa. Non è certo un caso che il decreto sulla modifica dei timbri di frontiera arrivi in concomitanza con l’arrivo a Erevan dell’inviato speciale di Ankara, Serdar Kilic.

Nello stemma

Un Ararat stilizzato, che svetta su un mare simbolo del Diluvio universale, è presente anche nello stemma del Paese caucasico. Pashinyan l’ha criticato in più occasioni. Per modificare l’emblema nazionale è però necessaria una revisione costituzionale, da approvare tramite referendum. Una task force governativa è già al lavoro sulla stesura di una nuova Carta, che verosimilmente includerà anche questo punto. Il premier presenta l’iniziativa come un passo per rendere l’Armenia “più competitiva e sostenibile nelle nuove condizioni geopolitiche”. Tuttavia, la richiesta di cambiamenti alla Costituzione è arrivata dall’Azerbaijan: Baku pone infatti come condizione imprescindibile per la firma del trattato di pace l’abolizione di ogni riferimento alla riunificazione dell’Armenia con il Nagorno Karabakh.

Secondo diversi analisti, il referendum potrebbe tenersi insieme alle elezioni legislative di giugno 2026. Un appuntamento chiave, che chiarirà se il Paese è disposto a seguire Pashinyan lungo una strada fatta di compromessi e mutamenti profondi, credendo nella sua promessa di un futuro segnato da stabilità, sviluppo economico e riconciliazione.

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