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La vedova di Navalny: “È morto avvelenato, ora ci sono le prove”

(afp)

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La denuncia di Yulia Navalnaya: “L’ordine è arrivato da Putin. Due laboratori hanno esaminato i resti di Aleksej”
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Nella colonia penale dell’estremo nord della Russia in cui scontava una condanna a oltre dieci anni di carcere, Aleksej Navalny morì avvelenato, come molti hanno sempre sospettato: non di aritmia cardiaca e altri problemi di salute, come da versione ufficiale del Cremlino. «Mio marito è stato assassinato nella sua cella, per ordine di Putin», afferma la vedova, Yulia Navalnaya, citando esami effettuati su campioni organici del leader dell’opposizione portati clandestinamente nei laboratori di due Paesi esteri.

Per motivi di sicurezza, la donna per il momento non rivela in che modo ha ottenuto i campioni organici, né quali siano i laboratori che li hanno esaminati, ma esorta questi ultimi a rendere pubblici i risultati degli esami. «Non resterò zitta», dichiara Navalnaya - che vive in esilio in Germania - in un video pubblicato sui social media. «Vladimir Putin è colpevole dell’assassinio di mio marito». Il portavoce del presidente russo, Dmitrij Peskov, non ha voluto commentare la gra…

Nella colonia penale dell’estremo nord della Russia in cui scontava una condanna a oltre dieci anni di carcere, Aleksej Navalny morì avvelenato, come molti hanno sempre sospettato: non di aritmia cardiaca e altri problemi di salute, come da versione ufficiale del Cremlino. «Mio marito è stato assassinato nella sua cella, per ordine di Putin», afferma la vedova, Yulia Navalnaya, citando esami effettuati su campioni organici del leader dell’opposizione portati clandestinamente nei laboratori di due Paesi esteri.

Per motivi di sicurezza, la donna per il momento non rivela in che modo ha ottenuto i campioni organici, né quali siano i laboratori che li hanno esaminati, ma esorta questi ultimi a rendere pubblici i risultati degli esami. «Non resterò zitta», dichiara Navalnaya - che vive in esilio in Germania - in un video pubblicato sui social media. «Vladimir Putin è colpevole dell’assassinio di mio marito». Il portavoce del presidente russo, Dmitrij Peskov, non ha voluto commentare la grave accusa: «Non so nulla di queste dichiarazioni, non posso dire niente al riguardo», si è limitato a dire.

Nel 2021, mentre si trovava in Siberia per continuare la sua campagna di denunce contro la deriva autocratica del capo del Cremlino, Navalny si sentì male, ritenne di essere stato avvelenato e ottenne l’autorizzazione ad andare a curarsi a Berlino, dove i medici gli salvarono la vita, confermando che gli era stata somministrata una dose letale di gas nervino, la stessa sostanza usata da agenti del Cremlino per cercare di assassinare nel 2018 l’ex-spia russa doppiogiochista Sergej Skripal in Inghilterra. Ma una volta ristabilitosi, l’avvocato e attivista per i diritti umani tornò a Mosca, determinato a continuare la sua lotta per la democrazia, nonostante i rischi. Venne immediatamente arrestato sulla base di prove inesistenti, processato e condannato a una lunga sentenza nella colonia penale numero 3, un campo di prigionia situato nell’artico russo, dove i contatti con l’esterno, compresi i suoi familiari e i suoi avvocati, erano pressoché impossibili. In uno dei rari messaggi fatti pervenire ai suoi legali, non esprimeva rammarico per la decisione di tornare in patria e diceva di aspettarsi di non uscire vivo dalla prigione. Aveva trascorso in carcere più di tre anni, quando nel febbraio 2024 il Cremlino ne annunciò improvvisamente la morte, addebitandola a disturbi di vario genere.

I suoi sostenitori e la moglie hanno sempre sostenuto che invece fosse morto avvelenato. Adesso Yulia rilancia l’accusa, citando «test di laboratorio condotti in due diversi Paesi» occidentali. Nel video postato ieri sui social, la vedova mostra foto inedite della cella in cui era rinchiuso il marito, con tracce di vomito sul pavimento, e del cortile coperto di neve dove si trovava quando avvertì il malessere. Navalnaya fornisce anche i dettagli delle ultime ore del leader dell’opposizione, basati su testimonianze dello staff della colonia penale. «Nel giorno in cui ha perso la vita, Aleksej è stato portato all’aperto per sgranchirsi le gambe», racconta. «Quando si è sentito male, i secondini lo hanno riportato in cella. Si è disteso sul pavimento, con la testa fra le ginocchia, ha cominciato a lamentarsi. Poi ha vomitato e avuto delle convulsioni. Le guardie lo hanno guardato attraverso le sbarre senza intervenire. Soltanto 40 minuti più tardi hanno chiamato un’ambulanza. Aleksey è morto poco dopo».

Sebbene si fosse sempre rifiutato di nominarlo, un mese dopo Putin disse che «la morte di una persona è sempre un triste evento» e rivelò un accordo per uno scambio di detenuti fra Navalny e «certa gente» incarcerata in Occidente, a condizione che Navalny non tornasse mai più in Russia, aggiungendo che il suo imprevisto decesso aveva impedito lo scambio. «Così è la vita», affermò il presidente russo, «non c’è niente da fare». La verità, secondo Yulia, è tutt’altra: Navalny fu avvelenato una seconda volta, in prigione, e il responsabile del suo assassinio è Putin.

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