NEW YORK - L’uomo che si presentava come il “guerriero della libertà d’espressione” ha dichiarato guerra ai media americani, con l’obiettivo di censurarne i contenuti. Brendan Carr, 46 anni, è il personaggio al centro del caso che ha fatto parlare negli Stati Uniti, per la prima volta in modo netto, di attacco alla democrazia.
Presidente della Fcc, l’agenzia federale che regola le telecomunicazioni, Carr aveva criticato pubblicamente le parole del conduttore Jimmy Kimmel, che nel suo show televisivo su Abc aveva accusato i repubblicani di voler sfruttare politicamente la morte dell’attivista conservatore Charlie Kirk. Da quando Donald Trump lo ha nominato alla guida della commissione, Carr ha avviato indagini su Abc, Cbs e Nbc News. “Gli americani - aveva detto a luglio - non si fidano più dei media nazionali tradizionali per riportare le notizie in modo completo, accurato e imparziale. E’ tempo di un cambiamento”. Da mesi la Casa Bianca ha cambiato selezione dei giornalisti a cui apr…
NEW YORK - L’uomo che si presentava come il “guerriero della libertà d’espressione” ha dichiarato guerra ai media americani, con l’obiettivo di censurarne i contenuti. Brendan Carr, 46 anni, è il personaggio al centro del caso che ha fatto parlare negli Stati Uniti, per la prima volta in modo netto, di attacco alla democrazia.
Presidente della Fcc, l’agenzia federale che regola le telecomunicazioni, Carr aveva criticato pubblicamente le parole del conduttore Jimmy Kimmel, che nel suo show televisivo su Abc aveva accusato i repubblicani di voler sfruttare politicamente la morte dell’attivista conservatore Charlie Kirk. Da quando Donald Trump lo ha nominato alla guida della commissione, Carr ha avviato indagini su Abc, Cbs e Nbc News. “Gli americani - aveva detto a luglio - non si fidano più dei media nazionali tradizionali per riportare le notizie in modo completo, accurato e imparziale. E’ tempo di un cambiamento”. Da mesi la Casa Bianca ha cambiato selezione dei giornalisti a cui aprire le porte dello Studio Ovale, con il risultato che a fare le domande sono spesso blogger, influencer e piccoli media conservatori, che invece di porre questioni offrono assist a Trump. Non che le domande degli altri fossero più ficcanti, come era avvenuto durante il primo mandato, ma il clima è cambiato. Adesso lo è anche per le televisioni.
Carr è diventato il simbolo della censura di governo, deciso a reprimere il dissenso e le critiche. Il presidente della commissione appare impermeabile alle critiche. Rispetto ad altre nomine, lui è tra i maggiori esperti del settore di sua competenza.
Carr, 46 anni, nato a Washington, studi alla Georgetown, era da tempo un membro della commissione e in passato aveva svolto il ruolo di consulente. Confermato all’unanimità dal Senato per tre volte, è stato lasciato alla Fcc anche dal predecessore di Trump, Joe Biden. Prima di entrare come membro nel 2012, ha lavorato come avvocato nello studio Wiley Rein e fatto pratica nella Corte d’appello degli Stati Uniti. Molti, però, sostengono che a stregare il tycoon non sia stato il suo curriculum, ma quello che aveva scritto in “Project 2025”, il manifesto della destra autoritaria americana che ha indicato le linee guida per fare degli Stati Uniti un Paese cristiano, suprematista bianco e sovranista.
Nel suo intervento Carr aveva esposto il piano per smantellare la forza lavoro federale e le agenzie di governo, ma anche la strategia per ridurre al silenzio i media, togliendo le tutele ai giornalisti e obbligando le reti a dare più spazio ai conservatori. Una volta nominato, non ha perso tempo: a marzo ha avviato un’indagine sulle politiche inclusive di Walt Disney e Abc, considerate da Trump discriminatorie. Poi ha aperto fascicoli sui notiziari di Cbs e Nbc. A luglio ha salutato la fusione Paramount-Skydance come un’opportunità per riportare equilibrio alla “un tempo prestigiosa” Cbs. La dichiarazione è arrivata prima che la rete annunciasse la cancellazione del “Late Show” di Stephen Colbert, altro conduttore sgradito alla Casa Bianca. Parlando del caso Kimmel, Carr ha detto a Fox News che le emittenti con licenza federale hanno “un obbligo unico di operare nell’interesse pubblico” e ha minacciato rappresaglie verso la compagnia proprietaria di Abc, impegnata in una fusione da 6,2 miliardi e di cui ha bisogno del via libera della commissione presieduta proprio da Carr.