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Richard Ford: “C’è gente pessima che influenza Trump come fosse un bambino”

(agf)

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L’intervista allo scrittore: “Il presidente sembra ubriaco di potere, un po’ fuori di testa, e certamente sotto l’influenza di persone pessime. È al centro di una specie di vortice che non controlla veramente”
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Alla vigilia delle ultime presidenziali americane Richard Ford — autore di opere come Il giorno dell’Indipendenza, Scusate il disturbo, Per sempre, pubblicati in Italia da Feltrinelli — aveva detto di non credere che Donald Trump volesse essere davvero un dittatore. Ma che di certo molte persone malvagie intorno a lui avrebbero voluto che lo fosse. Lo scrittore nato in Mississipi e vissuto tra New York — dove ha insegnato alla Columbia — New Orleans, il Montana, risponde ora dal Maine. Non crede di aver sottovalutato Trump, ma pensa sia arrivato il momento di agire per fermarlo.

L’America rischia di diventare il contrario di una democrazia?

«Trump sembra ubriaco di potere, un po’ fuori di testa, e certamente sotto l’influenza di persone pessime. È al centro di una specie di vortice che non controlla veramente. È presidente da appena otto mesi e finora è stato indubbiamente terribile, ma non so ancora se sia un dittatore. Stalin ha voluto esserlo per tutta la vita e ci è riuscito. Trum…

Alla vigilia delle ultime presidenziali americane Richard Ford — autore di opere come Il giorno dell’Indipendenza, Scusate il disturbo, Per sempre, pubblicati in Italia da Feltrinelli — aveva detto di non credere che Donald Trump volesse essere davvero un dittatore. Ma che di certo molte persone malvagie intorno a lui avrebbero voluto che lo fosse. Lo scrittore nato in Mississipi e vissuto tra New York — dove ha insegnato alla Columbia — New Orleans, il Montana, risponde ora dal Maine. Non crede di aver sottovalutato Trump, ma pensa sia arrivato il momento di agire per fermarlo.

L’America rischia di diventare il contrario di una democrazia?

«Trump sembra ubriaco di potere, un po’ fuori di testa, e certamente sotto l’influenza di persone pessime. È al centro di una specie di vortice che non controlla veramente. È presidente da appena otto mesi e finora è stato indubbiamente terribile, ma non so ancora se sia un dittatore. Stalin ha voluto esserlo per tutta la vita e ci è riuscito. Trump recita, gioca a tutto senza essere serio su nulla. Non ha convinzioni, non è un bolscevico, non ha in sé una vocazione rivoluzionaria. È solo un bambino nelle mani di adulti molto pericolosi».

Che cosa significa per gli Stati Uniti l’assassinio di Charlie Kirk?

«Prima che Charlie Kirk venisse assassinato, un omicidio ingiusto e senza senso, non sapevo nemmeno chi fosse. Forse avevo sentito il nome, ma nulla di più, e non si può dire che non mi informi. Un primo dato è questo: la sua morte non significa molto per la maggior parte degli americani. I repubblicani Maga invece stanno cercando di farne un santo. Stanno sfruttando la sua morte molto più della sua vita, per guadagno politico. Come sempre, raccontano bugie: che fosse un uomo pacifico, quando in realtà era molto violento: sosteneva il governo israeliano, impegnato in un genocidio a Gaza; fomentava il risentimento contro le persone transgender. In vita ha promosso divisione e violenza. Ora lo trasformano in un’icona, in un simbolo utile alla loro causa».

Si aspettava che usassero la sua morte contro l’opposizione cercando di silenziarla?

«Non è una novità. Già in campagna elettorale Trump aveva detto apertamente cosa avrebbe fatto. In parte sono sorpreso perché credo che gli americani non dovrebbero fare queste cose: zittire la stampa, demonizzare gli avversari, che poi è quello che fanno i despoti. Ma conoscendo Trump, il suo carattere e la sua storia, c’era da aspettarselo. Quello che mi sorprende è il Congresso, che resta fermo e non fa nulla. Trump lo capisco: è uno sprovveduto. Ma i parlamentari che scelgono di ignorare la realtà, quelli proprio no».

Lei ha descritto, soprattutto attraverso Frank Bascombe, la classe media americana: i sogni, le delusioni, le paure, l’infaticabile ricerca della felicità. È cambiato tutto?

«Nei miei romanzi non ho mai cercato di descrivere “l’americano”, ma solo una persona specifica, Frank Bascombe. Da fuori, dall’Europa, si può pensare “ecco, questo è l’americano”, ma non era mia intenzione. Se sorvoli un sobborgo e vedi un uomo tagliare il prato, e poi ti avvicini, potresti scoprire che quell’uomo è pachistano. Gli americani non sono mai una sola cosa».

Le sembra che l’ideologia Maga stia diventando prevalente? Invincibile?

«No. Sono rumorosi, hanno seguito, ma non sono centinaia di milioni. Ed è per questo che Trump cerca di manipolare le elezioni di medio termine: se fossero del tutto legittime, perderebbe gran parte del sostegno. La maggioranza degli americani pensa che sia irresponsabile, che sia un pazzo».

Il licenziamento di Jimmy Kimmel, la fine del programma di Colbert…

«A me non importa di queste persone. L’altra sera lo dicevo al governatore del Maine: ci sono molte cose terribili che Trump vuole fare ai media, ma Jimmy Kimmel non è “la collina su cui morire”. Non è lì che scelgo di piantare la mia bandiera. Ciò che mi importa davvero è che il presidente della Commissione federale delle Comunicazioni abbia fatto pressione sull’Abc perché lo licenziasse, così da poter approvare una grande fusione aziendale. Il problema non è Kimmel: il problema è che i media vengono controllati per fare affari con Trump».

Fa impressione il modo in cui gran parte delle grandi corporazioni si stia inchinando al nuovo potere. L’indipendenza dei media è a rischio?

«Da sempre è in corso una lotta tra l’indipendenza dei media e le pressioni del governo. Oggi la bilancia è più spostata a destra, ma la dinamica non è nuova. Solo più evidente e brutale. Ma il problema di fondo è sempre lo stesso: l’avidità. Mi chiedo: quanti soldi servono ancora a queste persone? Perché Bezos, Zuckerberg o altri improvvisamente sostengono Trump? Hanno già tutto. È come se volessero conquistare il mondo, senza sapere che farsene».

Colum McCann ha parlato a Repubblica di una crescente paura nel Paese. E di sua moglie Allison, insegnante in una scuola piena di bambini rifugiati, terrorizzata all’idea che arrivino i poliziotti dell’Ice.

«Capisco benissimo Allison. È nel mirino: se l’Ice entrasse nella sua scuola per portare via quei bambini, la sua vita sarebbe a rischio. Potrebbero ucciderla. Arriverebbero mascherati, con le armi. È quello che stanno facendo. Io vivo in una fattoria nel Maine, non sono esposto come lei, ma capisco la paura. La domanda che dobbiamo porci è: cosa possiamo fare?».

La risposta?

«Esporre questi comportamenti, portarli all’attenzione pubblica. Non basta scrivere articoli, bisogna agire: votare, scendere in piazza, rischiare in prima persona. Bisogna fare come Allison, mettersi in mezzo. Forse non funziona subito, ma alla lunga può funzionare. Qualcuno dovrà pagare un prezzo, qualcuno dovrà perdere qualcosa. La soluzione non è la violenza: loro hanno più armi, hanno l’esercito. Gli americani — e direi non solo loro — devono capire una cosa fondamentale: eleggere un presidente è un atto enorme e non lo si può fare con leggerezza. Se scegli la persona sbagliata, le conseguenze possono essere disastrose. In altre parole: gli americani — e non solo loro — devono diventare cittadini migliori».

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