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Nella Harvard palestinese:“Il riconoscimento all’Onu è la nostra ultima carta”

La Birzeit è una Palestina in piccolo, con qualcosa in più: fino a due anni fa è stato l’unico posto della Cisgiordania dove si votava, seguitissime elezioni per il consiglio degli studenti, un termometro degli umori nazionali
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GERUSALEMME – Il fatto è che questa non è una festa, ma una scommessa sulla vita. «Tra un anno potresti tornare e non trovarla più, la Palestina. Perciò si, sto con Macron, i canadesi, gli australiani, gli arabi e tutti quelli che vogliono darci una mano», dice Hamza Barhosh, 22 anni, vestito di nero con un caldo che squaglia in mezzo ai palazzoni dell’Università di Birzeit, 10 minuti di macchina da Ramallah, il cuore dello stato che la Francia riconoscerà lunedì all’Onu con altri dieci Paesi. E’ la “Harvard palestinese”, l’ateneo più prestigioso della Cisgiordania dove hanno studiato dirigenti di Fatah e di Hamas, come Khaled Meshal, banchieri come l’economista Salam Fayyad, ex premier, leader politici come Marwan Barghouti, da 20 anni in prigione. Barhosh studia ingegneria informatica ed è uno dei capi del braccio studentesco di Fatah, il partito erede di Arafat. «Non mi faccio illusioni sul riconoscimento, non ho speranze perché il progetto israeliano è di cancellarci: qui non c’è …

GERUSALEMME – Il fatto è che questa non è una festa, ma una scommessa sulla vita. «Tra un anno potresti tornare e non trovarla più, la Palestina. Perciò si, sto con Macron, i canadesi, gli australiani, gli arabi e tutti quelli che vogliono darci una mano», dice Hamza Barhosh, 22 anni, vestito di nero con un caldo che squaglia in mezzo ai palazzoni dell’Università di Birzeit, 10 minuti di macchina da Ramallah, il cuore dello stato che la Francia riconoscerà lunedì all’Onu con altri dieci Paesi. E’ la “Harvard palestinese”, l’ateneo più prestigioso della Cisgiordania dove hanno studiato dirigenti di Fatah e di Hamas, come Khaled Meshal, banchieri come l’economista Salam Fayyad, ex premier, leader politici come Marwan Barghouti, da 20 anni in prigione. Barhosh studia ingegneria informatica ed è uno dei capi del braccio studentesco di Fatah, il partito erede di Arafat. «Non mi faccio illusioni sul riconoscimento, non ho speranze perché il progetto israeliano è di cancellarci: qui non c’è più lavoro, futuro. In 40 anni abbiamo provato di tutto: la lotta armata, i negoziati, non è servito a nulla. La via diplomatica è l’unica che ci resta, dobbiamo seguirla con pragmatismo».

La Birzeit è una Palestina in piccolo, con qualcosa in più: fino a due anni fa è stato l’unico posto della Cisgiordania dove si votava, seguitissime elezioni per il consiglio degli studenti, un termometro degli umori nazionali. Nel 2023, ultimo voto, vinsero quelli del blocco islamico affiliati a Hamas, ma in quasi parità con i laici nazionalisti di Fatah e i marxisti. Dopo il 7 ottobre, niente più elezioni, dibattiti, cortei. La sicurezza dell’Anp tiene occhi e orecchie dappertutto, l’esercito israeliano fa irruzione, sequestra bandiere, arresta: almeno 260 studenti sono finiti in carcere in due anni, 160 sono ancora dentro. Quando l’8 settembre si è scoperto che uno degli attentatori di Gerusalemme – sei morti su un autobus pieno di civili – studiava qui, alla Birzeit è calato il silenzio totale.

Il professore Ibrahim Rabaia insegna al dipartimento di scienze politiche, accanto alla facoltà di legge con la sua bella biblioteca Montesquieu. Per gli israeliani, questo non è un campus, ma un incubatore di terrorismo. «Accusano il sistema educativo palestinese di incitamento all’odio? Facciamo una commissione congiunta per rivedere i programmi delle nostre scuole, e delle loro. Ci provò Obama, non si sono mai presentati», ricorda. «Da ragazzo studiavo sui libri giordani filtrati dall’amministrazione israeliana e quella generazione fece la prima Intifada. Voglio dire che i giovani che cedono alla violenza spesso non fanno nemmeno parte di partiti o gruppi. Non sono istruiti, ma vedono l’occupazione, gli amici uccisi. Non hanno speranza. Ridiamogliela». Che questo sia un momento cruciale lo pensano in tanti nel campus. «Il riconoscimento non è una punizione per Israele e la sua guerra genocida, ma un diritto dei palestinesi che può portare ai due Stati e alla sicurezza per noi e per loro». L’equazione è stata invertita, ragiona Rabaia: «Ora c’è lo Stato e negoziamo sulla fine dell’occupazione, dopo aver fermato la guerra a Gaza».

Su questo ponte del dialogo per ora immaginario, Hammad, 21 anni, ci vive già. Ingegnere informatico, lavora per la Apple, «insieme agli israeliani», ride. «Solo che il mio pari, dall’altro lato del muro, prende 4-5mila dollari al mese, io 1.500». Per arrivare all’università, fa lo slalom tra i checkpoint israeliani, ore in macchina, se va bene. «Il riconoscimento è un grande passaggio, un enorme cambiamento a parole, ma temo che nei fatti le cose peggioreranno. Prima in questo campus facevamo eventi tech, dibattiti politici, manifestazioni. Ora non è rimasto nulla, solo repressione. E dopo l’assemblea dell’Onu ho paura di nuovi raid dell’esercito, altri arresti, morti». Più posti di blocco, nuove confische di terra. «Io non sto con nessun partito, ma se chiedi cosa penso di Hamas ti dico che è parte della resistenza del popolo all’occupazione».

Suo cugino Musa è appena tornato dagli Emirati, vive lì. Lui di Hamas non vuole sentir parlare: «Dovremmo tornare ai confini del ’67, due Stati, anche se Israele non lo vorrà mai». I viali della Birzeit riflettono la divisione della società palestinese. Jana Sharif, 19enne di Hebron, dice che lei con quelli lì, che «hanno fatto Gaza», non ci vuole convivere: «Dal fiume al mare», eccetera. Malas, 20 anni, Lujain e Hala, 22, invece, cercano un compromesso con i loro furori. «Sono così contenta che all’Onu si accorgano finalmente che la Palestina esiste», dice Malak, cedendo però subito alla sfiducia. «Prima della guerra speravo che potessimo convivere con gli israeliani, adesso non più, penso che non lo accetteranno mai». Toccherà agli adulti ridare speranza a Malak e alle compagne. «Non abbiamo molto tempo, la pressione di Israele per farci lasciare le nostre terre aumenterà – conclude il professore. Abbiamo bisogno che gli Usa lavorino sulla soluzione dei due Stati. Abbiamo bisogno di speranza, di sostegno. E, da parte, nostra, di rinnovare la leadership con un’assemblea costituente che metta al centro l’Olp e la società civile, gli intellettuali, tutte le voci di Palestina».

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