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Percival Everett: “Uno show elettorale così la destra prepara la vendetta”

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Lo scrittore afroamericano: “Il sogno di Kirk era un’America bianca e razzista, la sua morte non rende migliori le sue idee”
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GLENDALE – E quella sarebbe la commemorazione di un marito, un amico, un alleato politico? Sono disgustato: ma non sorpreso. L’amministrazione Trump, i suoi alleati, i membri dell’organizzazione da lui fondata, le associazioni religiose e perfino sua moglie hanno d’altronde cavalcato per fini politici la tragica fine di Charlie Kirk fin dall’inizio. Non ho ascoltato nessuna riflessione vera sul suo messaggio, solo slogan. Kirk è stato ridotto a bandiera politica, privato di ogni umanità. In questa specie di show elettorale la persona è stata completamente dimenticata». Lo scrittore afroamericano Percival Everett, autore di quel James che misurandosi col genio di Mark Twain e coi dilemmi morali del razzismo ha fatto letteralmente impazzire l’America, tanto che Steven Spielberg sta per trarne un film e lui è stato premiato col Pulitzer e ora pure l’American Book Award, non ci gira intorno: «Non avevo nessuna simpatia per lui, ma a guardare le immagini del suo memoriale in quello stadio …

GLENDALE – E quella sarebbe la commemorazione di un marito, un amico, un alleato politico? Sono disgustato: ma non sorpreso. L’amministrazione Trump, i suoi alleati, i membri dell’organizzazione da lui fondata, le associazioni religiose e perfino sua moglie hanno d’altronde cavalcato per fini politici la tragica fine di Charlie Kirk fin dall’inizio. Non ho ascoltato nessuna riflessione vera sul suo messaggio, solo slogan. Kirk è stato ridotto a bandiera politica, privato di ogni umanità. In questa specie di show elettorale la persona è stata completamente dimenticata». Lo scrittore afroamericano Percival Everett, autore di quel James che misurandosi col genio di Mark Twain e coi dilemmi morali del razzismo ha fatto letteralmente impazzire l’America, tanto che Steven Spielberg sta per trarne un film e lui è stato premiato col Pulitzer e ora pure l’American Book Award, non ci gira intorno: «Non avevo nessuna simpatia per lui, ma a guardare le immagini del suo memoriale in quello stadio affollato da gente urlante e carica d’odio, ho avuto pena per l’uomo».

L’ultimo libro da lei pubblicato in Italia, Dottor No, è una spy story che sfiora pure l’assassinio di Martin Luther King. Il nome del paladino dei diritti civili in questi giorni è stato più volte accostato a quello di Kirk. Un parallelo plausibile?

«Premetto: la morte brutale di Charlie Kirk mi ha intristito, nessuno merita di finire in quel modo e mai per le proprie idee. Ma questo non mi fa dimenticare cosa diceva di Martin Luther King. Se all’inizio — parlo di almeno 10 anni fa — lo chiamava “eroe americano”, di recente aveva cambiato tono, sostenendo che “MLK era una persona orribile, che diceva cose in cui non credeva”. Commenti che facevano parte di una precisa strategia: Kirk era infatti arrivato a sostenere che il Civil Rights Act, la legge del 1964 che vieta la discriminazione basata su razza, sesso, colore e religione, fosse “la madre delle politiche Dei”, quelle su diversità, equità e inclusione. E dunque sbagliata, da cancellare. Una riga su mezzo secolo di battaglie per i diritti. Diciamolo: il suo era il sogno di un’America bianca, integralista e razzista. La sua morte tragica, non fa migliori le sue idee. La Storia ci giudica per quel che diciamo e facciamo in vita non per come moriamo».

Cosa pensava di lui?

«Le sue visioni sono opposte alle mie su tutto: immigrazione, armi, razzismo, questioni di genere. Era un bigotto che diceva cose terribili e crudeli con voce pacata. Ma non mi faceva paura. Non avrei avuto problemi a confrontarmi con lui. Usava formule, non concetti. Certo, rispetto ai suoi, sapeva parlare. Quelli che gli vanno dietro sono invece un branco di pecore, che ripetono sempre le stesse cose. Il punto è un altro: Kirk aveva il diritto, difeso dalla Costituzione, di pensare e dire quel che voleva. Oggi, nonostante la sua morte, noi dovremo avere lo stesso diritto di dire che i suoi argomenti erano sbagliati. E invece lo vogliono impedire».

Abbiamo appena ascoltato una sfilza di discorsi infuocati. In che America ci sveglieremo domani?

«Non so cosa succederà ma so che a scrivere la Storia delle vendette in questo Paese è stata sempre la destra: e questo mi spaventa. Per ora siamo alle epurazioni e alle liste di proscrizione: come quella, vergognosa, consegnata dall’università di Berkeley all’amministrazione Trump con i nomi di 160 suoi professori e studenti, nell’ambito di un’indagine su presunti episodi antisemiti. Fra questi c’è anche quello della filosofa femminista Judith Butler “colpevole” di aver scritto un libro intitolato “Chi ha paura del gender?”. Il loro scopo è chiaro: vogliono svuotare ogni spazio di confronto e dibattito e dividere la società. Sono azioni scioccanti, è difficile non disperare».

Lei dispera?

«No. Insegno scrittura creativa a giovani intelligenti e brillanti. Uno di loro qualche giorno fa mi ha detto: “La cosa più sovversiva che si può fare oggi in America è iscriversi a un book club”. Facendomi capire quanto, proprio qui, in America, siamo dunque a questo: i libri dei nostri autori più venerati sono banditi e vanno letti come atto di resistenza proprio come se fossimo nell’Iran degli ayatollah. Ma di questo parliamo, di fanatici oltranzisti».

Come se ne esce?

«Studiando. Il potere ha paura della cultura e per questo Trump prende di mira le università e chiunque dica cosa intelligenti, comici compresi. Per questo Kirk attaccava pure la scuola pubblica sostenendo quella religiosa e privata. Non vogliono che la gente pensi con la propria testa. La società a cui aspirano è quella dove controlli la gente con uno slogan o una pubblicità televisiva».

Sta descrivendo un regime autoritario.

«Abbiamo senza dubbio un governo para fascista. Ma gli americani non lo sono. Non so cosa aspettarmi da questa triste vicenda, ma so che i valori democratici sono ancora profondamente radicati in questo Paese. Non ci rinunceremo».

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