GLENDALE – «Siamo tutti Charlie Kirk»: il popolo Maga che già prima dell’alba affolla il parcheggio dello State Farm Stadium per procurarsi un posto al mega evento organizzato in memoria di Charlie Kirk, si porta scritto addosso l’amore e l’orgoglio per l’attivista assassinato lo scorso 10 settembre. La sintesi dei loro valori sulle t-shirt, le spille, i cappellini che indossano.
Emily, per dire, ha 62 anni, ha passato la notte sulle sdraio col marito, e ora ostenta una maglia col volto di Gesù che svetta sull’Old Glory e sulla schiena la scritta: Make America Christian Agan, rendiamo l’America cristiana di nuovo. Gli Spencer, padre, madre e 3 figli bambini, arrivano invece sventolando le bandierina a stelle e strisce e le maglie coordinate con la parola “Freedom”, libertà: «Di parola, s’intende. Quella che finora ci hanno negato». Clyde, che di anni ne ha 26, ostenta invece il motto “One Nation under God”, cioè “una nazione al cospetto di Dio”: che poi è la frase del giuramento di fe…
GLENDALE – «Siamo tutti Charlie Kirk»: il popolo Maga che già prima dell’alba affolla il parcheggio dello State Farm Stadium per procurarsi un posto al mega evento organizzato in memoria di Charlie Kirk, si porta scritto addosso l’amore e l’orgoglio per l’attivista assassinato lo scorso 10 settembre. La sintesi dei loro valori sulle t-shirt, le spille, i cappellini che indossano.
Emily, per dire, ha 62 anni, ha passato la notte sulle sdraio col marito, e ora ostenta una maglia col volto di Gesù che svetta sull’Old Glory e sulla schiena la scritta: Make America Christian Agan, rendiamo l’America cristiana di nuovo. Gli Spencer, padre, madre e 3 figli bambini, arrivano invece sventolando le bandierina a stelle e strisce e le maglie coordinate con la parola “Freedom”, libertà: «Di parola, s’intende. Quella che finora ci hanno negato». Clyde, che di anni ne ha 26, ostenta invece il motto “One Nation under God”, cioè “una nazione al cospetto di Dio”: che poi è la frase del giuramento di fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti aggiunta alla formula originale in piena guerra fredda, era il 1954. E se non è chiaro come la pensa, leggete il cappellino che ha sulla testa: “Gesù è il mio salvatore, Trump il mio presidente”, slogan caro ai nazionalisti cristiani. Non manca chi, coi simboli, si spinge ben oltre: Tom, che ha 30 anni ed è arrivato con 3 amici, tutta una tirata in macchina dall’Alabama, sfoggia il serpente della Gadsden Flag, un simbolo della rivoluzione americana di cui si è impossessata la destra più estrema, tanto che la sventolavano pure i rivoltosi di Capitol Hill. D’altronde tra la folla c’è pure Gavin McInnes, fondatore del gruppo di estrema destra Proud Boys: «Kirk non voleva essere associato a noi, ci considerava radicali, mentre lui voleva essere mainstream. Si sentiva il Malcolm Luther King della destra e noi eravamo Malcolm X. Gli dissi: “Buona fortuna, non si ragiona con la sinistra, siamo in guerra”. Purtroppo, avevo ragione». Non tutti sono d’accordo. Helen, una biondina ventenne, ti dice che certe presenze la «inquietano»: Kirk le piaceva «proprio perché non era estremista. Ora tutti vogliono un brandello della sua legacy e questo può diventare un problema».
Intanto, il parcheggio davanti allo stadio è ormai colmo di un popolo prevalentemente bianco, ma in cui noti anche asiatici latini, affiliati alle chiese evangeliche. «Siete almeno 200mila» esalta la folla un agente che stima a colpo d’occhio il raddoppio rispetto ai 100mila previsti. E pazienza se in quel contesto e a quell’ora qualcuno appare un po’ troppo eccentrico: sono quelli che hanno raccolto l’invito a indossare gli “abiti migliori”. Uomini sudatissimi sotto la giacca e panciotto: quasi tutti, in bella vista sulla cravatta, hanno croci di dimensioni variabili. Tante donne sono in abito lungo e portano le scarpe coi tacchi in mano, pronte a indossarle dopo aver superato la fila coi sandali.
Quando alle 7.30 finalmente i cancelli si aprono, la folla ondeggia, si dispone in file che non avanzano, si scompone e finisce per saltare le linee gialle che avrebbero dovuto guidarli. I volontari sopraffatti, non abbastanza numerosi da gestire con ordine tanta gente eccitata e affannata. Ci sono già 36 gradi. E infatti una ragazza vestita di blu che spicca nella marea di abiti rossi (il colore dei Rep e anche il più gettonato fra i tre della bandiera che era l’organizzazione aveva chiesto ai partecipanti di indossare) si sente male, s’accascia. «Medico, medico» urlano da ogni parte. Ma le ambulanze sono lontane e la si soccorre come si può, bagnandole la testa e sollevandole i piedi. Fra caldo e a spintoni, c’è chi trova sollievo nella preghiera. Una prova a intonare un coro: ne viene fuori una versione emozionante ed estraniante di Amazing Grace, l’inno che parla di conversione divina. Dopo i metal detector, è una nuova corsa: a conquistare un sedile. Su ciascuno c’è un cartello da esibire quando parlerà il presidente: c’è scritto “Questo è il nostro punto di svolta”, riferimento a Turning point, l’organizzazione di Kirk. Tanti hanno portato i bambini, perfino bebè: come Shirley che attacca al seno la sua Daisy, 3 mesi, proteggendole le orecchie con una cuffia, mentre intorno ci si scatena allargando le braccia in preghiera sulle note christian rock di Chris Tomlin e poi della cornamusa che danno il via ufficiale all’evento: «Ho portato mia figlia perché un giorno possa dire: sono stata Charlie anche io».