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Parigi al lavoro sulla tregua con una forza internazionale, ma teme ritorsioni di Israele

(reuters)

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Negli ultimi giorni al Quai d’Orsay si lavora per anticipare le possibili rappresaglie del governo Netanyahu. Alcune voci riguardano possibili attacchi contro il dispositivo diplomatico francese o contro aree che rientrano nella responsabilità della Francia nei territori palestinesi
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PARIGI – Nel Palazzo di Vetro, Emmanuel Macron ha compiuto un passo storico, paragonato al celebre discorso di Dominique de Villepin contro la guerra in Iraq, ed è riuscito a trascinare con sé una “coalizione di volenterosi”, tra cui due Paesi del G7, Regno Unito e Canada. Il riconoscimento non è solo simbolico, insistono ora all’Eliseo, ma parte “operativa” di un piano di pace con l’Arabia Saudita, già sostenuto da 142 Paesi che prevede anche la creazione di una missione internazionale di stabilizzazione sotto l’egida dell’Onu.

Nel documento franco-saudita, è contenuta la richiesta di disarmo di Hamas, il trasferimento della governance di Gaza all’Autorità palestinese, e appunto “una missione internazionale di sicurezza” a Gaza, come annunciato ieri da Macron. La Francia stessa prevede un riconoscimento “a tappe”, legato all’evoluzione della situazione sul terreno. L’apertura di un’ambasciata francese a Ramallah fa parte delle misure previste, ma ogni passo sarà condizionato da crite…

PARIGI – Nel Palazzo di Vetro, Emmanuel Macron ha compiuto un passo storico, paragonato al celebre discorso di Dominique de Villepin contro la guerra in Iraq, ed è riuscito a trascinare con sé una “coalizione di volenterosi”, tra cui due Paesi del G7, Regno Unito e Canada. Il riconoscimento non è solo simbolico, insistono ora all’Eliseo, ma parte “operativa” di un piano di pace con l’Arabia Saudita, già sostenuto da 142 Paesi che prevede anche la creazione di una missione internazionale di stabilizzazione sotto l’egida dell’Onu.

Nel documento franco-saudita, è contenuta la richiesta di disarmo di Hamas, il trasferimento della governance di Gaza all’Autorità palestinese, e appunto “una missione internazionale di sicurezza” a Gaza, come annunciato ieri da Macron. La Francia stessa prevede un riconoscimento “a tappe”, legato all’evoluzione della situazione sul terreno. L’apertura di un’ambasciata francese a Ramallah fa parte delle misure previste, ma ogni passo sarà condizionato da criteri chiari. E in particolare, come ha ribadito ieri il leader francese, “al rilascio di tutti gli ostaggi detenuti a Gaza”.

Il disarmo di Hamas resta il nodo operativo più complesso nella road map. L’Anp non ha i mezzi per gestire un simile compito. È qui che entra in gioco la forza multinazionale inserita nella dichiarazione di New York, e ora è al centro del dialogo tra Macron e l’ex premier britannico Tony Blair, incaricato da Donald Trump per la ricostruzione della Striscia. «Lavoriamo in stretta collaborazione con Blair e con i partner arabi», spiegano fonti diplomatiche francesi. L’ex leader laburista ha incontrato Macron la settimana scorsa. Senza però svelare completamente il mandato ricevuto da Trump. A Parigi non nascondono qualche timore sulla volontà di estromettere l’Anp o di organizzare evacuazioni forzate di popolazione. «Il Diavolo si nasconde nei dettagli. Serve massima trasparenza e un coinvolgimento reale di Israele e degli Stati Uniti”.

Se Macron ha presentato la proclamazione dello Stato di Palestina come tappa costruttiva in una road map multilaterale, a Parigi cresce il timore che la risposta israeliana possa essere brutale , nell’obiettivo di vanificare e sabotare l’intero piano per favorire una soluzione a due Stati. Negli ultimi giorni al Quai d’Orsay si lavora per anticipare le possibili rappresaglie del governo Netanyahu. Alcune voci riguardano possibili attacchi contro il dispositivo diplomatico francese o contro aree che rientrano nella responsabilità della Francia nei territori palestinesi. Parigi non esclude la chiusura imposta del consolato generale francese a Gerusalemme. «Siamo pronti a ogni scenario», avvertono fonti del Quai d’Orsay, ricordando che misure del genere colpirebbero direttamente anche gli oltre 180mila cittadini israeliani con passaporto francese.

L’altro tipo di ritorsione che è messa in conto riguarda invece l’Autorità palestinese, tra cui la possibilità di un’annessione — anche solo parziale — o della legalizzazione di un certo numero di colonie nei territori palestinesi, oppure ancora nella valle del Giordano. L’annessione della Cisgiordania, ha ribadito l’Eliseo nelle difficili comunicazioni con Israele, «sarebbe la violazione più grave delle risoluzioni delle Nazioni Unite» avvertono nell’entourage di Macron. La Francia vuole farsi forte della rete tessuta in questi ultimi mesi con i paesi arabi partner di Israele e Stati Uniti. I leader arabi dovrebbero chiedere al tycoon di fare pressione su Netanyahu affinché ponga fine alla guerra nella Striscia e si astenga dall’annettere parti della Cisgiordania. Una “linea rossa” per l’Arabia e gli Emirati, che minacciano di ritirarsi dagli Accordi di Abramo, il principale risultato di politica estera di Trump nel suo primo mandato presidenziale.

“Abbiamo un’agenda costruttiva, non basata su logiche di ritorsione” tagliano corto nell’entourage del leader francese, rinnovando invece l’appello affinché Israele partecipi invece a questa nuova fase negoziale. Ma il clima tra Parigi e Gerusalemme è ormai glaciale. Il leader francese, dichiarato persona non grata dal governo israeliano, si è visto rifiutare l’idea di un viaggio in Israele previsto nelle scorse settimane.

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