✕

Così l’Europa copierà Kiev per costruire il muro di droni

Ascolta l'audio

La corsa in Ucraina per comprare i robot intercettori guidati dall’intelligenza artificiale che nessuno nella Ue produce. Ecco come funzionano e come verranno impiegati per fermare le incursioni russe
4 minuti di lettura

Il primo problema è avvistare i droni, il secondo è abbatterli. Ed entrambe le attività sono doppiamente complesse. Perché tutti gli armamenti occidentali sono stati concepiti per misurarsi con minacce diverse: aerei molto più grandi, che emettono molto più calore e sono molto più veloci. Non solo. Quadricotteri e velivoli senza pilota costruiti dai russi cambiano ogni sei mesi, obbedendo alla frenetica competizione tecnologica del fronte ucraino.

Una minaccia insidiosa

L’intera Nato, e l’Europa in particolare, invece dal marzo 2022 non ha fatto passi in avanti: tutti sono consapevoli che si tratta dei nuovi protagonisti della guerra; nessuno ha realizzato antidoti per fermarli. Si è visto durante l’intervento delle flotte più moderne nel Mar Rosso per sventare i raid degli Houthi contro i mercantili. I radar che vedono i caccia nemici a duecento chilometri di distanza scoprivano le bombe volanti yemenite quando erano già arrivate a venti chilometri dalle navi. Per colpire queste…

Il primo problema è avvistare i droni, il secondo è abbatterli. Ed entrambe le attività sono doppiamente complesse. Perché tutti gli armamenti occidentali sono stati concepiti per misurarsi con minacce diverse: aerei molto più grandi, che emettono molto più calore e sono molto più veloci. Non solo. Quadricotteri e velivoli senza pilota costruiti dai russi cambiano ogni sei mesi, obbedendo alla frenetica competizione tecnologica del fronte ucraino.

Una minaccia insidiosa

L’intera Nato, e l’Europa in particolare, invece dal marzo 2022 non ha fatto passi in avanti: tutti sono consapevoli che si tratta dei nuovi protagonisti della guerra; nessuno ha realizzato antidoti per fermarli. Si è visto durante l’intervento delle flotte più moderne nel Mar Rosso per sventare i raid degli Houthi contro i mercantili. I radar che vedono i caccia nemici a duecento chilometri di distanza scoprivano le bombe volanti yemenite quando erano già arrivate a venti chilometri dalle navi. Per colpire queste macchine con un costo di 20-30 mila euro sono stati usati spesso missili dal prezzo di un milione o anche tre volte superiore. La stessa situazione in cui si sono trovati gli F-16 polacchi che lo scorso 9 settembre hanno affrontato l’ondata di droni russi penetrata nel territorio di Varsavia.

A lezione da Kiev

Ed ecco che davanti all’emergenza, l’Unione ha una sola strada: chiedere aiuto agli ucraini, i maestri delle armi unmanned sia nella difesa che nell’attacco. Proprio ieri il generale Syrskyi, comandante delle forze di Kiev, ha presentato i dati sull’efficacia dei sistemi di contrasto, come se offrisse agli europei un menù degli strumenti disponibili. Ci sono i piccoli aerei ad elica, dotati di mitragliere: sono stati introdotti da poco e vanno ancora valutati. Ci sono gli elicotteri, con armi a tiro rapido e cecchini: distruggono il 40 per cento degli obiettivi e i risultati vanno migliorando. Infine ci sono i nuovissimi droni-intercetta-droni: sono entrati in servizio da maggio e riescono a buttare giù il 70 per cento degli Shahed-Geran di Mosca. Ed è su queste macchine innovative che si è concentrata l’attenzione della Ue per costruire un muro che renda sicura la frontiera orientale, sulla terra e sul mare.

Il dibattito nella Ue

E’ la stessa soluzione presentata in Parlamento due settimane fa dal generale Antonio Conserva, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, partendo dall’analisi dello sciame entrato in Polonia: “I velivoli senza pilota sono un problema serio perché sono uno strumento a basso costo. Nello sciame che attacca ce ne possono essere di armati oppure di disarmati, che fanno sprecare molti missili alla contraerea o ai caccia supersonici. Quindi è importante dotarsi di sistemi protettivi ugualmente a basso costo e i droni difensivi potrebbero essere la risposta. Oggi siamo pronti a fermare le aggressioni utilizzando i caccia intercettori e altri strumenti molto costosi, mentre dobbiamo trovare soluzioni che siano efficaci e low cost”. A Londra invece sono già passati dalle parole ai fatti e hanno appena deciso di aprire una fabbrica per costruire in Inghilterra gli “angeli custodi” ucraini.

Identikit dei robot killer

Cosa sono questi “droni anti drone”? Gli ucraini ne producono almeno tre modelli diversi; altri stanno completando i test come quello progettato dalla società di Eric Schmidt, l’ex ceo di Google. Esteriormente assomigliano a proiettili da cannone, spinti da motori elettrici che alimentano una o quattro eliche. Hanno un sensore – ottico, infrarossi, acustico o con più sistemi – che aggancia l’obiettivo e un minuscolo cervello elettronico animato dall’intelligenza artificiale che li guida sul bersaglio. Il soldato deve solo puntarli in direzione dell’avversario – individuato dai radar o scoperto visivamente – poi il robot killer fa tutto da solo. Sono assemblati con apparati commerciali – gli stessi impiegati per mezzi civili diffusi sul mercato – e questo permette di abbassare drasticamente i costi: si stima che il prezzo sia compreso tra 50 e 100 mila euro ad esemplare, di gran lunga meno dei missili. Negli Stati Uniti Anduril, una delle società che orbita nella galassia di Peter Thiel, offre il più evoluto Roadrunner con propulsore a reazione che però viene circa 250 mila euro: il Pentagono ne ha comprati un paio di centinaia per sperimentarli.

L’immunità degli automi

Come quella ucraina, l’ultima generazione di ordigni russi grazie all’AI o ad altri apparati di guida è diventata autonoma e non ha bisogno di esseri umani ai comandi. E’ quindi immune dai “disturbatori di frequenze” che interrompono le trasmissioni radio utilizzate per pilotarli. Questi “cannoni a impulsi” possono ancora rendere complicata l’opera degli attaccanti – ad esempio oscurando le coordinate gps – ma al momento stanno rapidamente perdendo efficacia. Un altro fattore che spinge verso i droni intercettori.

La rete di scoperta

Le frecce comandate dall’AI però da sole non bastano. Ci vuole anzitutto una rete di scoperta. I droni sono piccoli: gli Shahed-Geran sono lunghi 3,5 metri; i quadricotteri non superano il metro e mezzo. Sono costruiti in vetroresina o materiali plastici. Hanno motori che emettono pochissimo calore. Restano a tre metri dal suolo e sugli schermi si confondono con le tracce di uccelli come i gabbiani. Insomma, sono quasi invisibili ai sensori militari tradizionali. Ci sono pochissimi radar in Occidente che riescono ad avvistarli sempre e identificarli – ad esempio l’Omega 360 di Fincantieri Nextech – ma la produzione finora è limitata.

Il ritorno dei dirigibili

Le esperienze hanno dimostrato che è più facile individuare i droni usando radar che dal cielo guardano verso il basso, come quello della centrale volante italiana Caew entrato in azione in Polonia, ma questi aerei hi-tech sono carissimi: tra 350 milioni e mezzo miliardo di euro. Un’alternativa low cost è usare gli aerostati: piccoli dirigibili ancorati al suolo con appeso un radar. Stanno venendo rivalutati pure i sensori acustici, dove grazie al filtro dell’intelligenza artificiale il rumore da cui i droni traggono il nome – il termine inglese viene dal fuco delle api e ne indica il ronzio – permette di localizzarli e infine ci sono apparati elettro-ottici perfezionati per seguirli tra le nuvole.

La barriera a scacchiera

L’ultimo aspetto che l’Europa dovrà copiare da Kiev è l’organizzazione della “muraglia”, che richiede canoni diversi dalla tradizionale difesa aerea della Nato. Non a caso, ieri il generale Syrskyi ha annunciato che l’Ucraina sta formando una nuova branca dell’aviazione specializzata nella guerra dei droni. Il concetto è semplice: dividere le fasce di cielo tra diversi mezzi di contrasto come se operassero su una scacchiera. In una zona operano i droni intercettori; nell’altra gli elicotteri; nell’altra ancora i piccoli aerei. Ma solo fino a una certa quota – in genere due-tremila metri – perché più in alto la missione resta in mano a jet e missili terra-aria.

Serve però un coordinamento accuratissimo e la condivisione dei dati sui movimenti dei bersagli, per evitare il “fuoco amico” che ha provocato già perdite agli stormi ucraini. La gestione di questo campo di battaglia dinamico e multistrato sarà nelle mani dell’intelligenza artificiale, giudicata l’unica in grado di elaborare le informazioni raccolte da centinaia di vedette elettroniche diverse e ritrasmetterle in tempo reale alle forze in azione. Insomma, proteggere i duemila chilometri di confine orientale della Ue sarà un’impresa lunga e costosa, che parte con oltre tre anni di ritardo dalle lezioni del conflitto. E dovrà fare i conti con l’abilità dei tecnici russi nel reagire alle innovazioni schierate dagli avversari.

Leggi i commenti