Incriminato l’ex capo dell’Fbi. Trump avverte: “È solo il primo”
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK – «Ce ne saranno altri». Lo ha detto lui stesso, Donald Trump, e quindi sarebbe saggio credergli. Intende altri avversari politici che verranno incriminati come James Comey, ex direttore dell’Fbi, colpevole di aver consentito l’inchiesta sul “Russiagate”. Giovedì alle sette della sera Lindsey Halligan, già avvocata del capo della Casa Bianca nominata senza alcuna esperienza precedente a procuratrice dell’Eastern Distric of Virginia, ha incriminato l’ex capo dellFbi davanti alla Federal Distric Court di Alexandria per i reati di falsa testimonianza e ostruzione della giustizia, dopo un breve procedimento davanti ad un Grand Jury. E questo nonostante il suo predecessore Erik Siebert, nominato sempre da Trump, si fosse rifiutato di procedere perché non aveva trovato le prove dei presunti crimini. Comey ha risposto così: «Non possiamo vivere tutta la vita in ginocchio, e non lo faremo. Io sono innocente, andiamo a processo».
Per inquadrare e capire meglio la disputa dobbiamo fare…
NEW YORK – «Ce ne saranno altri». Lo ha detto lui stesso, Donald Trump, e quindi sarebbe saggio credergli. Intende altri avversari politici che verranno incriminati come James Comey, ex direttore dell’Fbi, colpevole di aver consentito l’inchiesta sul “Russiagate”. Giovedì alle sette della sera Lindsey Halligan, già avvocata del capo della Casa Bianca nominata senza alcuna esperienza precedente a procuratrice dell’Eastern Distric of Virginia, ha incriminato l’ex capo dellFbi davanti alla Federal Distric Court di Alexandria per i reati di falsa testimonianza e ostruzione della giustizia, dopo un breve procedimento davanti ad un Grand Jury. E questo nonostante il suo predecessore Erik Siebert, nominato sempre da Trump, si fosse rifiutato di procedere perché non aveva trovato le prove dei presunti crimini. Comey ha risposto così: «Non possiamo vivere tutta la vita in ginocchio, e non lo faremo. Io sono innocente, andiamo a processo».
Per inquadrare e capire meglio la disputa dobbiamo fare un passo indietro. Mancavano un paio di giorni alle presidenziali del 2016 e stavo viaggiando con la campagna di Hillary Clinton, volata a Cleveland per un evento col campione di basket LeBorn James. Proprio Comey alcuni giorni prima aveva riaperto l’inchiesta sulle email private della candidata democratica, perché alcune erano finite nel computer di Anthony Weiner, deputato democratico e allora marito della sua assistente Huma Abedin, accusato di molestie sessuali. Mentre era in corso il comizio, sui cellulari arrivò la notizia che l’indagine era stata nuovamente chiusa, perché nei messaggi non era stato trovato nulla di compromettente. La mostrai a Jennifer Palmieri, potentissima direttrice della comunicazione di Hillary, che vedendola scrollò le spalle: «Ormai il danno è fatto e questo non basta a rimediare. Per colpa di Comey abbiamo perso almeno due punti percentuali». Secondo la Clinton, dunque, il direttore dell’Fbi nominato da Obama era la persona che le aveva fatto perdere le elezioni, eppure neanche questo è bastato a Trump per evitare di vendicarsi, perché aver consentito poi l’indagine sul “Russiagate” era stato un peccato mortale imperdonabile. Immaginate come si possano sentire oggi gli altri oppositori del presidente, che in passato non l’avevano mai aiutato a vincere le presidenziali. Gente come George Soros, colpevole di finanziare le cause liberal con la sua Open Society, così come il fondatore di Linkedin Reid Garrett Hoffman; oppure l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton; la procuratrice di New York Letitia James, che lo ha fatto condannare in sede civile per frode fiscale; il senatore Adam Schiff, che aveva gestito le procedure di impeachment alla Camera. Tutti probabili obiettivi delle prossime vendette, gli «altri» che Trump si augura vengano presto incriminati.
E proprio ieri sera il presidente Usa ha chiesto a Microsoft di licenziare l’ex procuratrice Lisa Monaco (presidente degli affari globali della società) considerata una nemica.
I reati contestati a Comey sono legati a testimonianze in Congresso, con cui aveva confermato che la Russia aveva cercato di influenzare le presidenziali. Trump ieri lo ha definito un «dirty cop», ossia un poliziotto corrotto, tipo quelli che avevano venduto Frank Serpico ai trafficanti di droga. Ma il problema non è solo lui: «Ce ne saranno altri. Hanno usato il dipartimento alla Giustizia come un’arma, come nessuno prima nella nostra storia. Quello che hanno fatto è terribile. Non possiamo consentire che ciò accada nel nostro Paese».
Il presidente accusa il suo predecessore Biden di averlo perseguitato, anche se in realtà tutti i procedimenti contro di lui, inclusa la condanna penale per il caso di Stormy Daniels, sono stati condotti da procuratori indipendenti. Lui invece ha ordinato alla segretaria alla Giustizia Pam Bondi di incriminare gli avversari, nominando procuratrice la sua avvocatessa Halligan. Torna in mente il Saturday Night Massacre, quando Nixon fece cacciare il procuratore speciale Archibald Cox, per fermare l’inchiesta sul Watergate.