✕

Khalidi: “Sanzioni contro Bibi e i coloni o il riconoscimento è inutile”

Ascolta l'audio

L’intervista alla voce più importante della diaspora palestinese in America: “In questi due anni da Gaza ci è stato trasmesso in diretta streaming un genocidio, rilanciato dai social media e dai media indipendenti: è la prima volta che accade”
2 minuti di lettura

GERUSALEMME – In questi giorni, Rashid Khalidi osserva quello che accade alle Nazioni Unite quasi come se fosse nel cortile di casa sua. All’ombra del Palazzo di vetro, dove lavorava suo padre, è cresciuto: prima di proseguire gli studi fra Yale, Oxford e Beirut, ha frequentato la scuola Onu a New York. Tornato nella sua città, per più di vent’anni è stato titolare della cattedra di Studi arabi Edward Said alla Columbia University: incarico che ha lasciato poco più di un mese fa, dopo l’espulsione degli studenti in prima fila nelle proteste scoppiate nel campus contro la guerra a Gaza. A 76 anni, resta la voce più importante della diaspora palestinese in America.

Professore, ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni all’Onu è completamente diverso rispetto a un anno fa. La questione palestinese è al centro del dibattito: il riconoscimento dello Stato, le critiche durissime contro Israele. Cosa è cambiato e che impatto potrà avere sul futuro?

«Io credo che il mondo stia iniziando a …

GERUSALEMME – In questi giorni, Rashid Khalidi osserva quello che accade alle Nazioni Unite quasi come se fosse nel cortile di casa sua. All’ombra del Palazzo di vetro, dove lavorava suo padre, è cresciuto: prima di proseguire gli studi fra Yale, Oxford e Beirut, ha frequentato la scuola Onu a New York. Tornato nella sua città, per più di vent’anni è stato titolare della cattedra di Studi arabi Edward Said alla Columbia University: incarico che ha lasciato poco più di un mese fa, dopo l’espulsione degli studenti in prima fila nelle proteste scoppiate nel campus contro la guerra a Gaza. A 76 anni, resta la voce più importante della diaspora palestinese in America.

Professore, ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni all’Onu è completamente diverso rispetto a un anno fa. La questione palestinese è al centro del dibattito: il riconoscimento dello Stato, le critiche durissime contro Israele. Cosa è cambiato e che impatto potrà avere sul futuro?

«Io credo che il mondo stia iniziando a vedere la vera natura di Israele, che è una potenza coloniale aggressiva. La gente non crede più a tutti i miti che sono stati raccontati in questi anni: l’unica democrazia del Medio Oriente, il Paese che fa fiorire il deserto etc. In questi due anni da Gaza ci è stato trasmesso in diretta streaming un genocidio, rilanciato dai social media e dai media indipendenti: è la prima volta che accade. E questo ha cambiato l’opinione pubblica: la gente ha visto cosa fa realmente Israele e l’edificio del sostegno ha iniziato a sgretolarsi. Prima fra i giovani, nelle piazze. Ora sta arrivando anche ai governi. Il premier britannico Starmer si è mosso perché temeva di perdere il sostegno dei giovani e della base. La maggioranza dei senatori democratici ha chiesto di bloccare la vendita di armi: inconcepibile qualche anno fa».

Quanto conta il riconoscimento di Francia, Gran Bretagna e altri Paesi di fronte a un Netanyahu che continua a dire che non ci sarà mai uno Stato palestinese e a un Trump che lo appoggia?

«Senza un piano per mettere fine all’Occupazione, il riconoscimento non serve a niente. Per cinquant’anni Stati Uniti ed Europa si sono riempiti la bocca con i Due Stati senza fare nulla di concreto, mentre Israele con bulldozer e cemento lavorava giorno e notte per prevenire la nascita di uno Stato palestinese. Se non si ferma l’Occupazione, riconoscimento è una parola vuota e senza senso. Dove dovrebbe stare questo Stato palestinese? Nelle piccole zone attorno a Ramallah ed Nablus che non sono sotto completa occupazione militare? Mi pare assurdo e ipocrita anche parlarne».

Cosa aiuterebbe?

«Fermare l’annessione con azioni concrete. Per esempio dire che l’Occupazione deve finire entro una data certa e che se non succederà ci saranno misure punitive: vere. Sanzioni contro ogni colono e ogni ministro che li appoggia. Se non lo fate, risparmiateci le chiacchiere».

Non abbiamo parlato degli Usa…

«Abbiamo un governo federale che sta andando pericolosamente verso l’autoritarismo. Usare il fantasma dell’antisemitismo per mettere a tacere i campus dimostra come voglia forzare ogni istituzione a piegarsi al suo volere. Può aver vinto sulle università, ma l’opinione pubblica sta iniziando a capire: lo dimostra il fatto che il consenso per Israele sta scendendo anche in America».

Al di là dei morti e della distruzione di Gaza, che impatto crede che potranno avere questi due anni sulla storia della sua terra?

«L’effetto di questi due anni è simile a quello della Nakba: per dire come finirà, bisognerebbe capire se la popolazione di Gaza sarà espulsa o no. Io mi auguro che da questa tragedia venga l’impulso per una nuova leadership, una nuova strategia e una nuova classe politica in Palestina».

Leggi i commenti