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Trump apre a Zelensky: “Pronto a togliere il veto sui missili a lungo raggio”

Il leader ucraino vuole i Tomahawk, con 2.500 km di gittata possono rafforzare gli attacchi alle raffinerie: “Così Mosca dovrà trattare”
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Zelensky li ha chiesti invano al presidente Biden, che li ha negati nel timore di provocare una ritorsione nucleare del Cremlino. E ora torna alla carica con Trump, che da tre giorni sembra auspicare il trionfo di Kiev su Mosca. Stiamo parlando dei missili Tomahawk, una delle armi più potenti dell’arsenale americano: ordigni con cui gli ucraini potrebbero distruggere le fabbriche oltre gli Urali e contrastare la superiorità industriale russa. Ma anche minacciare la capitale e così - sostengono – obbligare Putin a negoziare la pace.

Il colloquio tra i due presidenti si è svolto all’assemblea generale dell’Onu. Zelensky ha rivelato di avere domandato «armi a lungo raggio». E ha precisato: «Ne abbiamo bisogno ma non significa che le useremo. È un’ulteriore pressione su Putin perché si sieda al tavolo». Fonti Usa hanno spiegato che si tratta dei Tomahawk e che Trump avrebbe promesso «di lavorarci su». Ieri sera un alto funzionario della Casa Bianca ha riferito al Wall Street Journal che i…

Zelensky li ha chiesti invano al presidente Biden, che li ha negati nel timore di provocare una ritorsione nucleare del Cremlino. E ora torna alla carica con Trump, che da tre giorni sembra auspicare il trionfo di Kiev su Mosca. Stiamo parlando dei missili Tomahawk, una delle armi più potenti dell’arsenale americano: ordigni con cui gli ucraini potrebbero distruggere le fabbriche oltre gli Urali e contrastare la superiorità industriale russa. Ma anche minacciare la capitale e così - sostengono – obbligare Putin a negoziare la pace.

Il colloquio tra i due presidenti si è svolto all’assemblea generale dell’Onu. Zelensky ha rivelato di avere domandato «armi a lungo raggio». E ha precisato: «Ne abbiamo bisogno ma non significa che le useremo. È un’ulteriore pressione su Putin perché si sieda al tavolo». Fonti Usa hanno spiegato che si tratta dei Tomahawk e che Trump avrebbe promesso «di lavorarci su». Ieri sera un alto funzionario della Casa Bianca ha riferito al Wall Street Journal che il presidente sarebbe «pronto a togliere il veto sulle armi a lungo raggio».

È da due anni che Kiev cerca di ottenere un deterrente che spinga il Cremlino a interrompere gli attacchi missilistici contro le città e le industrie. I droni con cui quasi ogni notte aggrediscono gli impianti russi, colpendoli anche a 1.300 km dal confine, possono trasportare quantità limitate di esplosivo e quindi infliggere danni ridotti. Le aziende nazionali hanno costruito due missili da crociera: i Neptune e i Flamingo, entrati in azione da pochi mesi, finora però sono riusciti a raggiungere obiettivi a circa 500 km di distanza.

I Tomahawk invece sono da 35 anni la longa manus delle rappresaglie americane: dall’Iraq alla Serbia, dall’Afghanistan alla Siria. Hanno un raggio d’azione che può arrivare a 2.500 chilometri e 450 chili di plastico nell’ogiva. Sono stati progettati negli anni Ottanta per condurre attacchi nucleari, ma da vent’anni tutte le testate atomiche sono state ritirate. È chiaro che la loro consegna segnerebbe un’altra escalation nel conflitto, esponendo Mosca e l’intera Russia a incursioni molto più devastanti di quelle messe a segno dai droni di Kiev. Che comunque stanno provocando effetti significativi.

Dalla fine di luglio i servizi segreti ucraini hanno concentrato i raid contro i bersagli più sensibili: le raffinerie di petrolio. Nonostante la carica di limitata di esplosivo, centrano con precisione gli impianti per produrre diesel e benzina. Ieri è toccato alla Afipsky di Krasnodar Krai, già bombardata e riparata due volte. In tutto 17 raffinerie sono state colpite, oltre a oleodotti e stazioni di pompaggio: si stima che un quinto della produzione sia bloccata. Una situazione che riduce le esportazioni, principale fonte di finanziamento della Russia. E pesa soprattutto sulla vita della popolazione: sui social compaiono foto sempre più frequenti di stazioni di servizio che hanno esaurito il carburante. Una carenza che comincia a sentirsi anche nella capitale e a San Pietroburgo.

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