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Trecentomila soldati in più: così lo zar si sta preparando per la prossima guerra

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Anche la Commissione Ue ha predisposto un documento in cui elenca tutte le nuove intrusioni russe, sia dal punto di vista tradizionale sia da quello nuovo senza il coinvolgimento di soldati: i droni, la guerra ibrida, l’interferenza nelle comunicazioni, i possibili attentati alle infrastrutture
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Quasi trecentomila nuovi soldati in meno di nove mesi. C’è uno studio che negli ultimi giorni circola insistentemente tra le scrivanie della Nato a Bruxelles e nelle Istituzioni dell’Unione europea. Si tratta di un rapporto elaborato dall’Institute for the Study of War che ha sede a Washington. Presenta una serie di dati numerici sull’impegno militare della Russia. E l’elemento che ha colpito diversi esponenti dell’Alleanza Atlantica e dell’Ue consiste nell’azione di reclutamento messa in opera da Mosca. Dal primo gennaio al 15 settembre 2025, ossia fino a due settimane fa, il ministero della Difesa russo ha firmato contratti di “assunzione” di nuove reclute per circa 292 mila unità. Con un ritmo di 7900 a settimana. Il che vuol dire che ad oggi potrebbero aver superato i trecento mila reclutamenti. Dati che non hanno precedenti nel recente passato.

L’aspetto più inquietante è che questa immensa quantità di nuovi soldati (tanto per usare un termine di paragone, tutti i militari i…

Quasi trecentomila nuovi soldati in meno di nove mesi. C’è uno studio che negli ultimi giorni circola insistentemente tra le scrivanie della Nato a Bruxelles e nelle Istituzioni dell’Unione europea. Si tratta di un rapporto elaborato dall’Institute for the Study of War che ha sede a Washington. Presenta una serie di dati numerici sull’impegno militare della Russia. E l’elemento che ha colpito diversi esponenti dell’Alleanza Atlantica e dell’Ue consiste nell’azione di reclutamento messa in opera da Mosca. Dal primo gennaio al 15 settembre 2025, ossia fino a due settimane fa, il ministero della Difesa russo ha firmato contratti di “assunzione” di nuove reclute per circa 292 mila unità. Con un ritmo di 7900 a settimana. Il che vuol dire che ad oggi potrebbero aver superato i trecento mila reclutamenti. Dati che non hanno precedenti nel recente passato.

L’aspetto più inquietante è che questa immensa quantità di nuovi soldati (tanto per usare un termine di paragone, tutti i militari italiani sono poco più di 160 mila) non è stata dispiegata in Ucraina. Ma va a ingrossare le file complessive dell’esercito. Sostanzialmente si tratta una gigantesca costruzione di «riserva strategica». E dietro la definizione «riserva strategica» si può stagliare qualsiasi tipo di futuro.

Nessuno si azzarda a interpretare apertamente le scelte del Cremlino come l’avvio di un conflitto ad ampio raggio. Ma di certo come una garanzia da utilizzare in qualsiasi momento e per qualsiasi occasione. Anche perché queste cifre vanno associate alla crescita del bilancio militare, ai dati satellitari e alle varie forme di intercettazione.

E infatti sono anche gli aspetti qualitativi a preoccupare gli analisti della Nato. Dalla scorsa primavera i russi hanno ridotto al minimo l’impiego in battaglia dei mezzi corazzati e usano quasi esclusivamente i modelli più vecchi. Dove sono finiti i T90M, i tank migliori che vengono prodotti in oltre venti esemplari al mese? Si calcola che il Cremlino ne abbia accumulati almeno cinquecento e non compaiono quasi mai nei combattimenti. Lo stesso sembra accadere con i cingolati che danno il supporto di fuoco alla fanteria, come i BMPT o gli ultimi BMP-3 sfornati dalle fabbriche: non si vedono né nel Donbass né a Zaporizhzhia.

Ci sono indiscrezioni di intelligence che li vogliono schierati nelle nuove basi sulla frontiera finlandese e in quelle siberiane, dove i reparti ricevono un addestramento molto accurato: quattro-sei mesi di formazione, contro i 30 giorni dei fanti anzianotti mandati nel tritacarne del Donetsk. L’ipotesi prevalente è che Mosca stia costituendo nuove unità, con uomini ed equipaggiamenti che fanno tesoro dell’esperienza del conflitto ucraino – ad esempio nella guerra di droni – ma restano in riserva per scenari ancora non definiti. «L’Ucraina di oggi non è il terreno ideale per mettere in campo grandi forze corazzate – commenta un ufficiale dell’Alleanza che chiede l’anonimato – ma sono le uniche con cui si possono tentare operazioni come un attacco al corridoio di Suwalki». E’ l’incubo della Nato: la striscia di boschi tra la Polonia dai Paesi Baltici, un tragitto compreso tra 65 e 100 chilometri che può riportare Mosca alla vecchia frontiera sovietica.

L’interrogativo è stato sollevato anche nel dossier presentato a luglio dall’Us Army Europe sull’aggiornamento delle tattiche russe: il comando del generale Gerasimov dall’inizio dell’anno non fa più intervenire al fronte i “complessi militari maggiori” – corpi d’armata o divisioni, ma neppure brigate – e usa invece gruppi composti di battaglioni eterogenei.

Domande sono state poste pure sul numero crescente di soldati di leva –tenuti per ordine di Putin all’interno dei confini di Mosca – che firmano per il passaggio nelle forze professionali. C’è chi ipotizza che vengano obbligati a farlo, in modo da sopperire al calo dei volontari spinti ad arruolarsi dalle ricche paghe. Ma c’è anche chi ritiene che siano scelte spontanee di giovani convinti ad entrare nei corpi scelti, come i dronisti delle squadre Rubikon, i parà o i marines. Diciottenni a cui è stato promesso di non finire nel tritacarne ucraino, ma di prepararsi a contribuire al futuro della patria russa. Un insieme di fattori che fa pensare, nel quartier generale dell’Organizzazione Atlantica e in moltissime cancellerie europee, che il disegno di Putin sia di lungo periodo e soprattutto non limitato all’Ucraina.

Anche la Commissione Ue ha predisposto un documento in cui elenca tutte le nuove intrusioni russe, sia dal punto di vista tradizionale (i Mig che sorvolano l’Estonia) sia da quello nuovo senza il coinvolgimento di soldati: i droni, la guerra ibrida, l’interferenza nelle comunicazioni, i possibili attentati alle infrastrutture. E nel quale si evidenzia che è in corso un incremento consistente di queste operazioni.

La manovra della Nato “Sentinella orientale” è stata rapidamente inaugurata per far fronte alle provocazioni putiniane ma anche per organizzare in anticipo una contromisura rispetto alle scelte di Mosca. L’Alleanza occidentale, dopo i casi in Polonia, Estonia e Danimarca, ha quindi rafforzato la vigilanza con misure, ha spiegato il Portavoce della Nato Martin O’ Donnel, che «includono molteplici piattaforme di intelligence, sorveglianza e ricognizione e almeno una fregata per la difesa aerea» nella regione a ovest della Russia. Insomma i numeri e i fatti stanno facendo risuonare l’allarme con sempre maggiore intensità.

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