Beilin “Ora Netanyahu può liberarsi dell’ultradestra e arrivare a un accordo”
dalla nostra inviata Francesca CaferriGERUSALEMME – Per scrivere il curriculum di Yossi Beilin servirebbe una pagina intera: nella sua carriera ha ricoperto molte posizioni, sia da ministro che da leader della sinistra. Una frase però, da sola, può riassumere tutto: Beilin era l’uomo di Yitzak Rabin a Oslo, quello a cui il premier israeliano aveva affidato i rapporti con la controparte: rappresentata allora dal numero due di Yasser Arafat, Abu Mazen, oggi presidente dell’Autorità nazionale palestinese. A 77 anni, Beilin ha lasciato la politica attiva, non quella pensata: lo dimostra il piano sulla spartizione dei Territori che ha presentato solo qualche settimana fa, insieme ad alcuni ex negoziatori palestinesi. Oggi i suoi occhi sono puntati su quella Casa Bianca che tante volte ha frequentato in un tempo che oggi appare lontanissimo: quello della speranza.
Siamo davvero alla svolta?
«Impossibile dirlo. Netanyahu cercherà di manovrare Trump, come ha già fatto in questi mesi. Ma gli americani ormai hanno capito il suo gio…
GERUSALEMME – Per scrivere il curriculum di Yossi Beilin servirebbe una pagina intera: nella sua carriera ha ricoperto molte posizioni, sia da ministro che da leader della sinistra. Una frase però, da sola, può riassumere tutto: Beilin era l’uomo di Yitzak Rabin a Oslo, quello a cui il premier israeliano aveva affidato i rapporti con la controparte: rappresentata allora dal numero due di Yasser Arafat, Abu Mazen, oggi presidente dell’Autorità nazionale palestinese. A 77 anni, Beilin ha lasciato la politica attiva, non quella pensata: lo dimostra il piano sulla spartizione dei Territori che ha presentato solo qualche settimana fa, insieme ad alcuni ex negoziatori palestinesi. Oggi i suoi occhi sono puntati su quella Casa Bianca che tante volte ha frequentato in un tempo che oggi appare lontanissimo: quello della speranza.
Siamo davvero alla svolta?
«Impossibile dirlo. Netanyahu cercherà di manovrare Trump, come ha già fatto in questi mesi. Ma gli americani ormai hanno capito il suo gioco: bisogna capire se lo accetteranno o meno. Qualunque sia la risposta, però, il punto centrale è un altro».
Quale?
«È di fronte agli occhi di tutti il fatto che Israele in questi due anni non è riuscito a individuare un partner alternativo all’Anp. Ne ha cercati altri: ma alla fine si sono rivelati criminali o inutili. E dunque la soluzione - oggi, domani, fra un anno - passa dall’Anp. Gli arabi lo hanno detto: ci stiamo, solo se l’Anp accetta. Netanyahu pensava che la forza potesse bastare: non è così».
Cosa c’è di diverso rispetto a qualche mese fa in questo piano, per lei che lo guarda da Israele?
«È diverso Israele. Lei è qui, si guardi intorno: il 70% della popolazione chiede la fine della guerra, le piazze gridano che rivogliono gli ostaggi, il capo delle Forze armate non è d’accordo con l’operazione, l’economia inizia a mostrare segni di cedimento, migliaia di persone dicono “no” a tornare sotto le armi. Netanyahu è sotto pressione: se a quella interna aggiungiamo quella che potrebbe mettere Trump, potremmo essere davanti a una svolta».
Accettare il piano Trump vuol dire far cadere il governo: Netanyahu è pronto?
«Vuol dire perdere questa maggioranza. Far uscire l’estrema destra. Ma centro e centro-sinistra hanno già detto di essere pronti a sostenerlo pur di arrivare al cessate il fuoco. Quindi Netanyahu potrà restare al potere, almeno per il tempo necessario a implementare il piano».
Il che vuol dire – anche - interagire con l’Anp…
«Certo. E può voler dire di più. La priorità di Netanyahu è mantenere le redini. I partiti che lo sosterranno sono in condizione di imporgli condizioni: la prima dovrebbe essere far uscire completamente l’estrema destra dal governo. La seconda trattare per arrivare a uno schema di accordo complessivo con i palestinesi: non solo Gaza, anche la Cisgiordania. Su quello schema, sulle opposte visioni si dovrebbe basare la campagna elettorale del 2026. Su quello schema il Paese potrebbe arrivare a una svolta».
Lei sembra molto ottimista, vista la situazione…
«Io direi realista. C’erano 90 mila coloni in Cisgiordania quando io parlavo con Abu Mazen, 30 anni fa. Oggi ce ne sono 500 mila: se non risolviamo questo problema, non risolveremo la questione centrale per il nostro futuro. Pochi forse se ne rendono conto: ma su Gerusalemme, come sul diritto al ritorno dei palestinesi, nel tempo sono stati raggiunti degli accordi. Questi ostacoli oggi sono superabili. Quello dei coloni, così com’è, no: blocca il nostro futuro. È tempo di pensarci e questa può essere l’occasione giusta».