Moldova, europeisti oltre il 50%: “Non ci siamo fatti intimidire”
dalla nostra inviata Rosalba CastellettiCHISINAU – Soltanto il grandioso “Bulevardul Stefan cel mare” separa la vittoriosa Maia Sandu dallo sconfitto Igor Dodon. Le elezioni legislative disputate domenica in Moldova erano viste non soltanto come un referendum tra un futuro europeo o il ritorno nell’orbita russa di questa ex Repubblica sovietica incuneata tra Romania e Ucraina, ma anche come un ballottaggio tra la presidente europeista e l’ex capo di Stato amico di Putin.
Sandu si presenta alla stampa soltanto nel primo pomeriggio, a spoglio ultimato. Parla nell’ingresso tutto marmi del monumentale “palazzo di vetro”, come a Chisinau chiamano la residenza presidenziale dalle scintillanti vetrate dorate. Alle sue spalle il tricolore moldavo e la bandiera Ue. L’ex funzionaria della Banca mondiale riconfermata lo scorso autunno per un secondo mandato alla presidenza definisce la vittoria del Partito d’Azione e Solidarietà un «mandato forte per l’adesione alla Ue, ma anche la prova del «fallimento» della vicina Russia che contin…
CHISINAU – Soltanto il grandioso “Bulevardul Stefan cel mare” separa la vittoriosa Maia Sandu dallo sconfitto Igor Dodon. Le elezioni legislative disputate domenica in Moldova erano viste non soltanto come un referendum tra un futuro europeo o il ritorno nell’orbita russa di questa ex Repubblica sovietica incuneata tra Romania e Ucraina, ma anche come un ballottaggio tra la presidente europeista e l’ex capo di Stato amico di Putin.
Sandu si presenta alla stampa soltanto nel primo pomeriggio, a spoglio ultimato. Parla nell’ingresso tutto marmi del monumentale “palazzo di vetro”, come a Chisinau chiamano la residenza presidenziale dalle scintillanti vetrate dorate. Alle sue spalle il tricolore moldavo e la bandiera Ue. L’ex funzionaria della Banca mondiale riconfermata lo scorso autunno per un secondo mandato alla presidenza definisce la vittoria del Partito d’Azione e Solidarietà un «mandato forte per l’adesione alla Ue, ma anche la prova del «fallimento» della vicina Russia che continua ad accusare di ingerenze. «Abbiamo dimostrato al mondo di essere coraggiosi e meritevoli, di non essere stati intimiditi», dice alle testate presenti, compresa Repubblica.
Appena un paio d’ore prima, sul lato opposto del viale, sulla gradinata del Parlamento, un imponente edificio dalla caratteristica forma sovietica del “libro aperto”, Dodon aveva annunciato a un gruppetto di sostenitori di aver presentato decine di reclami alla Commissione elettorale accusando il Pas di aver limitato il voto degli elettori russofoni e di essersi riconfermato al potere soltanto grazie alla diaspora.
Ma il voto è stato netto. Stando alle proiezioni, col 50,20% dei voti, il Pas si aggiudica la maggioranza assoluta in Parlamento senza bisogno di alleanze: 55 seggi su 101, sotto però ai 63 attuali. Col 24,17%, il Blocco Patriottico, il raggruppamento di forze filorusse guidato da Dodon, si ferma invece a 26 seggi. Risultati accreditati dagli osservatori internazionali nonostante qualche perplessità.
Paula Cordoso, a capo della delegazione dell’Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa (Osce), stigmatizza i «nuovi requisiti di ammissibilità dei candidati» e l’esclusione di due partiti alla vigilia del voto. Il capo dei delegati dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (Pace) Chris Said conferma: «L’inclusività ne ha risentito: la cancellazione all’ultimo minuto di candidati e i persistenti ostacoli per gli elettori della riva sinistra del Dnestr potrebbero aver scoraggiato alcuni». Il riferimento è agli appena 12 seggi per gli abitanti della Transnistria russofona e russofila, allestiti fuori dall’enclave separatista. Soltanto due, invece, per la diaspora in Russia: nel 2021 erano 17.
Le accuse più pesanti degli osservatori sono però quelle per «il contesto di minacce ibride senza precedenti provenienti dalla Russia, da finanziamenti illeciti incanalati attraverso reti oscure a incessanti campagne di disinformazione, fino a sfacciati incidenti di sicurezza informatica progettati per seminare il caos». Accuse «ciniche» respinte da Mosca. Ma è su queste che fa leva la presidente per giustificarsi: a mali estremi estremi rimedi, sembra dire. Bruxelles e le cancellerie europee, da Parigi a Varsavia, le fanno scudo lodando «il messaggio forte e chiaro» uscito dalle urne a favore di «democrazia, riforme e un futuro europeo». Von der Leyen certifica: «La nostra porta è aperta». E Zelensky chiama per congratularsi.
Lo spettro del vicino conflitto in Ucraina ha di certo giocato un ruolo. «Quello che conta è la pace», ripetono in tanti. Ma è soprattutto la volontà di salvaguardare l’orizzonte di una Moldova dentro la Ue ad avere spinto molti elettori a votare per il Pas a dispetto dei meriti e dei risultati del suo governo uscente e di un’inflazione al 35%. Molti, come l’ex insegnante Aleksandra, sono pronti ad assolvere il partito di Sandu per i bassi salari e le scarse pensioni: «È al governo soltanto dal 2021. Diamogli tempo». «Tante cose non vanno», ammette il giovane Vasili. «Ma è meglio un partito imperfetto che il rischio di allontanarci da Bruxelles».