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Su Netanyahu incombe la crisi di governo, sinistra pronta a salvarlo

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I ministri di estrema destra Ben Gvir e Smotrich pronti a lasciare, ma il premier conta sul sì dell’opposizione all’intesa per finire la guerra
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TEL AVIV – «Mettete fine a questa guerra, maledizione». Non lascia nessuno spazio al dubbio la scritta sullo striscione che ieri sera un gruppo di manifestanti ha appeso sul balcone della sede del Likud, al termine di una manifestazione guidata, non dalle famiglie degli ostaggi, come è quasi sempre avvenuto in questi mesi, ma da quelle dei militari impegnati a Gaza. L’ennesimo segno di una stanchezza diffusa, trasversale, che spiega quel 70% di consensi a favore della fine del conflitto che da mesi emerge nei sondaggi. «Tutti. A casa. Adesso», hanno gridato migliaia di persone in marcia dal centro città alla Kirya, la sede del ministero della Difesa. Uno slogan che per mesi si è applicato agli ostaggi ma che oggi anche le famiglie di chi è sotto le armi fanno proprio.

In questo clima, Benjamin Netanyahu ha riunito il governo due ore dopo essere sceso dall’areo che lo ha riportato dagli Stati Uniti. In agenda, ufficialmente, solo la nomina (contestatissima, visti i legami con la d…

TEL AVIV – «Mettete fine a questa guerra, maledizione». Non lascia nessuno spazio al dubbio la scritta sullo striscione che ieri sera un gruppo di manifestanti ha appeso sul balcone della sede del Likud, al termine di una manifestazione guidata, non dalle famiglie degli ostaggi, come è quasi sempre avvenuto in questi mesi, ma da quelle dei militari impegnati a Gaza. L’ennesimo segno di una stanchezza diffusa, trasversale, che spiega quel 70% di consensi a favore della fine del conflitto che da mesi emerge nei sondaggi. «Tutti. A casa. Adesso», hanno gridato migliaia di persone in marcia dal centro città alla Kirya, la sede del ministero della Difesa. Uno slogan che per mesi si è applicato agli ostaggi ma che oggi anche le famiglie di chi è sotto le armi fanno proprio.

In questo clima, Benjamin Netanyahu ha riunito il governo due ore dopo essere sceso dall’areo che lo ha riportato dagli Stati Uniti. In agenda, ufficialmente, solo la nomina (contestatissima, visti i legami con la destra religiosa) di David Zini a capo dello Shin Bet, il servizio segreto interno. Un posto chiave negli equilibri del potere qui. Ma il premier ha usato la riunione anche per presentare il piano illustrato da Donald Trump due giorni fa come una «grande vittoria», parlando del raggiungimento di «tutti gli obiettivi» che Israele si era posto all’inizio della guerra. Parole simili a quelle che aveva usato prima di partire da Washington, quando aveva negato di aver accettato un percorso che avrebbe portato alla costituzione di uno Stato palestinese e sostenuto che l’esercito israeliano rimarrà nella «maggior parte della Striscia».

Queste dichiarazioni non solo contraddicono quanto detto da Donald Trump, ma mostrano la strada che Netanyahu percorrerà nei prossimi giorni: negare le concessioni (tante, vedi la liberazione di 250 ergastolani) fatte ad Hamas, ribadire di aver raggiunto tutti gli obiettivi della guerra.

Nulla di nuovo: cambio di pubblico e di palcoscenico, da internazionale a interno, cambio di posizione. E dunque oggi la preoccupazione di Netanyahu non è più Trump ma Smotrich, potente ministro delle Finanze che ieri ha attaccato durante le aperture: «Un clamoroso fallimento diplomatico» , ha scritto su X. Un «un fallimento storico dell’opportunità più legittima al mondo di liberarci finalmente dalle catene di Oslo, un clamoroso fallimento diplomatico». E ancora, «una cecità e un oblio delle lezioni del 7 ottobre 2023». Smotrich non ha detto che lascerà il governo ma questa sarà la minaccia dei prossimi giorni. A uscire per primo sarà con più probabilità Itamar Ben Gvir, ministro della Polizia, anche lui di estrema destra, che una mossa simile l’ha già fatta in passato.

Nulla che veramente preoccupi Netanyahu: il calendario del premier è fissato e punta dritto alle elezioni del 2026, con l’unica incognita del quando. Se i ministri di estrema destra usciranno, a garantire i voti necessari per far passare il piano alla Knesset sarà il centro moderato e il centro-sinistra di Benny Gantz e Yair Lapid. Poi si aprirà la stagione delle urne, che potrebbero essere convocate a febbraio, a giugno o a ottobre: a seconda di quanto terrà la nuova coalizione. «Fino ad allora – scriveva ieri Ben Caspit su Maariv – Netanyahu cercherà di raggiungere un accordo con l’Arabia Saudita, l’Indonesia e altri Paesi. Sarà il biglietto da visita che userà per cercare di farci dimenticare il 7 ottobre, la sua presunzione, la sua negligenza criminale, la sua decisione di coltivare Hamas, così come il suo cinico e disumano tentennamento sulla questione degli ostaggi».

Dal voto in avanti, il premier dovrà trovarsi una nuova strada per sopravvivere ai processi a suo carico e restare al potere: kingmaker, se andrà bene. Di nuovo primo ministro, se andrà benissimo. Presidente della Repubblica (e padre della Patria) al posto di Isaac Herzog se non avrà un ruolo esecutivo. È tutta una questione di giravolte: e nessuno, in Israele, le sa fare bene come Benjamin Netanyahu.

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