Nonostante l’ottimismo di Trump e l’ampio sostegno che «il suo impegno per Gaza» ha ricevuto dal mondo arabo, il dado non è tratto. Nei palazzi del potere di Doha, il negoziato vero sulla fine della guerra e soprattutto sul dopo inizia adesso. E potrebbe richiedere più dei «3 o 4 giorni» che il presidente americano ha concesso al gruppo armato palestinese per accettare, o pagare il prezzo di un rifiuto.
Ieri, mentre il capo dei servizi turchi, Ibrahim Kalin, fedelissimo di Erdogan, atterrava a Doha, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani, ha detto esplicitamente che servono «chiarimenti» e ulteriori «negoziati» su due punti in particolare: il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia e la creazione di una nuova «amministrazione palestinese di Gaza» che «non riguarda Israele». Gli arabi, come i turchi, sono contrariati dalla vaghezza con cui nel piano Trump si parla di un «percorso» per un lontano «Stato palestinese» e dall’esclusione dell’A…
Nonostante l’ottimismo di Trump e l’ampio sostegno che «il suo impegno per Gaza» ha ricevuto dal mondo arabo, il dado non è tratto. Nei palazzi del potere di Doha, il negoziato vero sulla fine della guerra e soprattutto sul dopo inizia adesso. E potrebbe richiedere più dei «3 o 4 giorni» che il presidente americano ha concesso al gruppo armato palestinese per accettare, o pagare il prezzo di un rifiuto.
Ieri, mentre il capo dei servizi turchi, Ibrahim Kalin, fedelissimo di Erdogan, atterrava a Doha, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani, ha detto esplicitamente che servono «chiarimenti» e ulteriori «negoziati» su due punti in particolare: il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia e la creazione di una nuova «amministrazione palestinese di Gaza» che «non riguarda Israele». Gli arabi, come i turchi, sono contrariati dalla vaghezza con cui nel piano Trump si parla di un «percorso» per un lontano «Stato palestinese» e dall’esclusione dell’Autorità nazionale palestinese dal tavolo delle trattative. La bozza concordata con qatarini, sauditi, egiziani, emiratini, peraltro, non era quella che il presidente Usa si è precipitato ad annunciare lunedì, rivela Axios. Le pressioni di Netanyahu durante un lungo incontro con Kushner prima della conferenza stampa con Trump hanno spinto gli americani a modificarla, «facendo infuriare i funzionari arabi coinvolti».
Nel testo iniziale c’erano condizioni stringenti per il ritiro di Israele dalla Striscia, mentre la versione diffusa ai media prevede che l’Idf resti all’interno di un perimetro di sicurezza a Gaza anche a tempo indeterminato se necessario. Il Qatar avrebbe persino cercato di convincere l’amministrazione Usa a non pubblicare il piano. Di qui le parole di Al Thani sulla necessità di un “chiarimento” e di più tempo. Anche perché Hamas sembra divisa al suo interno, tra chi vorrebbe accettare la proposta, chi la rifiuta e chi spera di poter ottenere cambiamenti significativi soprattutto sulle garanzie che la guerra non riprenderà e sul ritiro dell’Idf. La pressione internazionale sul gruppo è altissima.
Nonostante le tensioni, i distinguo, le richieste di chiarimenti, i paesi arabi del Golfo e paesi musulmani come Turchia e Pakistan che hanno notevole influenza in Asia occidentale hanno firmato una dichiarazione di sostegno all’iniziativa di Trump, segno che il consenso sulla necessità che la guerra finisca con l’estromissione di Hamas dal potere è largo. Il presidente turco Erdogan si è impegnato personalmente sulla road map americana, dopo aver ottenuto dal presidente Usa la legittimazione tanto attesa con il recente incontro alla Casa Bianca. Nonostante la guerra e l’attacco israeliano al Qatar, poi, nessun paese della regione ha finora messo in discussione i rapporti con Israele: non l’hanno fatto i giordani, gli egiziani, i turchi e nemmeno gli emiratini, primi firmatari degli accordi di Abramo.
Fonti arabe che seguono da vicino la trattativa a Doha si aspettano che Hamas finirà con accettare. Con una decisione presa prima di tutto dalla leadership sul campo, a Gaza, e poi a Doha. Ma il movimento islamista porrà condizioni e chiederà il tempo necessario per trattarle. Il piano è una resa ma contiene anche dei risultati che Hamas può presentare come vittorie: 250 ergastolani liberi su 300 che sono nelle carceri israeliane è un numero altissimo per un movimento che ha sempre fatto della liberazione dei suoi uomini una priorità assoluta. A questi vanno aggiunti i 1.700 prigionieri che potranno tornare a Gaza, dove si continua a morire. Ieri sera l’esercito israeliano ha attaccato anche Deir El Balah, nel centro della Striscia, dopo aver ordinato ai civili che fuggono dal nord di ripararsi in quell’area e nelle zone limitrofe. L’obiettivo era una caffetteria, una delle poche ancora rimaste dove provare per un attimo a respirare. Almeno due le vittime e un messaggio: nessun luogo è sicuro, a Gaza.