Mirsky: “Nel piano Trump per Gaza troppi punti poco chiari, non si sa dove stiamo andando”
dalla nostra inviata Francesca CaferriTEL AVIV – Di vertici e conferenze stampa simili a quella andata in scena due giorni fa alla Casa Bianca, Yehuda Mirsky se ne intende. Quando lavorava al dipartimento di Stato occupandosi della questione israelo-palestinese (il presidente era Bill Clinton) ne ha seguiti e preparati parecchi. Oggi vive fra Israele e gli Stati Uniti, dove insegna alla Brandeis university del Massachussets ed è sempre un osservatore attentissimo delle dinamiche fra i due Paesi.
Come dobbiamo leggere l’annuncio fatto alla Casa Bianca?
«Sulla carta sembra un accordo favorevole ad Israele, ma ci sono moltissime cose non dette: certo, nei negoziati che riguardano il Medio Oriente c’è una storia di punti non chiariti immediatamente. Si fa l’annuncio e poi si spera, o si spinge, per far in modo che le due parti trovino il punto di accordo. Vedremo se questa volta sarà così. Altra cosa che mi preoccupa: non c’era nessun rappresentante arabo».
Netanyahu è sembrato annunciare un successo: in realtà i punti s…
TEL AVIV – Di vertici e conferenze stampa simili a quella andata in scena due giorni fa alla Casa Bianca, Yehuda Mirsky se ne intende. Quando lavorava al dipartimento di Stato occupandosi della questione israelo-palestinese (il presidente era Bill Clinton) ne ha seguiti e preparati parecchi. Oggi vive fra Israele e gli Stati Uniti, dove insegna alla Brandeis university del Massachussets ed è sempre un osservatore attentissimo delle dinamiche fra i due Paesi.
Come dobbiamo leggere l’annuncio fatto alla Casa Bianca?
«Sulla carta sembra un accordo favorevole ad Israele, ma ci sono moltissime cose non dette: certo, nei negoziati che riguardano il Medio Oriente c’è una storia di punti non chiariti immediatamente. Si fa l’annuncio e poi si spera, o si spinge, per far in modo che le due parti trovino il punto di accordo. Vedremo se questa volta sarà così. Altra cosa che mi preoccupa: non c’era nessun rappresentante arabo».
Netanyahu è sembrato annunciare un successo: in realtà i punti su cui è stato costretto al compromesso sono molti…
«Il successo, quello vero, sarebbe per lui il ritorno degli ostaggi: tutti gli ostaggi. Questo dovrebbe esserci. Così come dovrebbe esserci la demilitarizzazione di Hamas e il fatto che l’Idf manterrà una presenza a Gaza. Ma ci sono molte cose che non sono certo un successo: o che non sono chiare. Come venderà ai suoi alleati il fatto che non si parla più di annessione della Cisgiordania e che anzi, c’è la prospettiva di una convivenza futura con i palestinesi? E, per tornare a Gaza, la buffer zone intorno alla Striscia è un successo o no? Difficile dirlo. E la forza di pace internazionale sarà efficace? Io ne dubito».
Perché?
«Perché storicamente queste forze funzionano quando c’è un forte accordo politico. Ha funzionato nel Sinai perché Egitto e Israele la volevano. Meno in Libano, perché Hezbollah è un attore non statale che non la voleva e ha interferito. Questa volta chissà: dipenderà moltissimo da Hamas e da cosa gli chiediamo davvero».
Di sparire? Di cambiare pelle?
«Non è chiaro. E non è chiaro se e quanto Hamas potrà farlo. Certo, glielo chiedono il Qatar e anche la Turchia, che ha già dimostrato in Siria di poter avere un ruolo importante con i movimenti islamisti. Ma bisognerebbe capire il posizionamento di Hamas dentro all’asse jihadista internazionale per capire quanto potrà decidere in modo autonomo».
Abbiamo detto cosa ottiene Israele. E Hamas?
«250 ergastolani liberi non è una cosa da poco. Che ne sarà di loro è, anche questo, poco chiaro: torneranno a Gaza? Andranno in Cisgiordania? Saranno ancora una minaccia per la sicurezza di Israele? Non lo sappiamo».
Su di loro, dovrebbero garantire i Paesi arabi…
«Che sappiamo essere molto ambigui. Il Qatar ad esempio ha fatto a lungo il doppio gioco. Ora ci ritroviamo ad affidarci al Qatar: ho apprezzato molto Yair Golan (leader della sinistra in Israele ndr) quando ha detto che Netanyahu si è scusato con il Qatar per quello che è successo l’8 settembre 2025 (l’attacco ai vertici di Hamas a Doha, ndr) ma non si è ancora scusato con gli israeliani per quello che è successo il 7 ottobre 2023».
Ultimo protagonista: gli Stati Uniti, un Paese che lei conosce bene per avere lavorato dentro la macchina dell’Amministrazione Clinton.
«Vero. Ma anche qui fatico a vedere chiaro. Trump si è assunto un ruolo che non può avere modo di seguire attentamente. Manderà Kushner al posto suo? La verità è che nessuno ha capito davvero dove si va».