✕

Mirsky: “Nel piano Trump per Gaza troppi punti poco chiari, non si sa dove stiamo andando”

(afp)

Ascolta l'audio

Intervista all’ex consigliere di Bill Clinton. “In Medio Oriente spesso si fa l’annuncio e poi si spera, o si spinge, per far in modo che le due parti trovino il punto di accordo”
2 minuti di lettura

TEL AVIV – Di vertici e conferenze stampa simili a quella andata in scena due giorni fa alla Casa Bianca, Yehuda Mirsky se ne intende. Quando lavorava al dipartimento di Stato occupandosi della questione israelo-palestinese (il presidente era Bill Clinton) ne ha seguiti e preparati parecchi. Oggi vive fra Israele e gli Stati Uniti, dove insegna alla Brandeis university del Massachussets ed è sempre un osservatore attentissimo delle dinamiche fra i due Paesi.

Come dobbiamo leggere l’annuncio fatto alla Casa Bianca?

«Sulla carta sembra un accordo favorevole ad Israele, ma ci sono moltissime cose non dette: certo, nei negoziati che riguardano il Medio Oriente c’è una storia di punti non chiariti immediatamente. Si fa l’annuncio e poi si spera, o si spinge, per far in modo che le due parti trovino il punto di accordo. Vedremo se questa volta sarà così. Altra cosa che mi preoccupa: non c’era nessun rappresentante arabo».

Netanyahu è sembrato annunciare un successo: in realtà i punti s…

TEL AVIV – Di vertici e conferenze stampa simili a quella andata in scena due giorni fa alla Casa Bianca, Yehuda Mirsky se ne intende. Quando lavorava al dipartimento di Stato occupandosi della questione israelo-palestinese (il presidente era Bill Clinton) ne ha seguiti e preparati parecchi. Oggi vive fra Israele e gli Stati Uniti, dove insegna alla Brandeis university del Massachussets ed è sempre un osservatore attentissimo delle dinamiche fra i due Paesi.

Come dobbiamo leggere l’annuncio fatto alla Casa Bianca?

«Sulla carta sembra un accordo favorevole ad Israele, ma ci sono moltissime cose non dette: certo, nei negoziati che riguardano il Medio Oriente c’è una storia di punti non chiariti immediatamente. Si fa l’annuncio e poi si spera, o si spinge, per far in modo che le due parti trovino il punto di accordo. Vedremo se questa volta sarà così. Altra cosa che mi preoccupa: non c’era nessun rappresentante arabo».

Netanyahu è sembrato annunciare un successo: in realtà i punti su cui è stato costretto al compromesso sono molti…

«Il successo, quello vero, sarebbe per lui il ritorno degli ostaggi: tutti gli ostaggi. Questo dovrebbe esserci. Così come dovrebbe esserci la demilitarizzazione di Hamas e il fatto che l’Idf manterrà una presenza a Gaza. Ma ci sono molte cose che non sono certo un successo: o che non sono chiare. Come venderà ai suoi alleati il fatto che non si parla più di annessione della Cisgiordania e che anzi, c’è la prospettiva di una convivenza futura con i palestinesi? E, per tornare a Gaza, la buffer zone intorno alla Striscia è un successo o no? Difficile dirlo. E la forza di pace internazionale sarà efficace? Io ne dubito».

Perché?

«Perché storicamente queste forze funzionano quando c’è un forte accordo politico. Ha funzionato nel Sinai perché Egitto e Israele la volevano. Meno in Libano, perché Hezbollah è un attore non statale che non la voleva e ha interferito. Questa volta chissà: dipenderà moltissimo da Hamas e da cosa gli chiediamo davvero».

Di sparire? Di cambiare pelle?

«Non è chiaro. E non è chiaro se e quanto Hamas potrà farlo. Certo, glielo chiedono il Qatar e anche la Turchia, che ha già dimostrato in Siria di poter avere un ruolo importante con i movimenti islamisti. Ma bisognerebbe capire il posizionamento di Hamas dentro all’asse jihadista internazionale per capire quanto potrà decidere in modo autonomo».

Abbiamo detto cosa ottiene Israele. E Hamas?

«250 ergastolani liberi non è una cosa da poco. Che ne sarà di loro è, anche questo, poco chiaro: torneranno a Gaza? Andranno in Cisgiordania? Saranno ancora una minaccia per la sicurezza di Israele? Non lo sappiamo».

Su di loro, dovrebbero garantire i Paesi arabi…

«Che sappiamo essere molto ambigui. Il Qatar ad esempio ha fatto a lungo il doppio gioco. Ora ci ritroviamo ad affidarci al Qatar: ho apprezzato molto Yair Golan (leader della sinistra in Israele ndr) quando ha detto che Netanyahu si è scusato con il Qatar per quello che è successo l’8 settembre 2025 (l’attacco ai vertici di Hamas a Doha, ndr) ma non si è ancora scusato con gli israeliani per quello che è successo il 7 ottobre 2023».

Ultimo protagonista: gli Stati Uniti, un Paese che lei conosce bene per avere lavorato dentro la macchina dell’Amministrazione Clinton.

«Vero. Ma anche qui fatico a vedere chiaro. Trump si è assunto un ruolo che non può avere modo di seguire attentamente. Manderà Kushner al posto suo? La verità è che nessuno ha capito davvero dove si va».

Leggi i commenti