Viste le carte di Trump e Netanyahu, le fazioni palestinesi provano a trovare una risposta comune al piano per il cessate il fuoco. Non sarà facile perché sia Hamas, coinvolta nella guerra a Gaza, che Fatah, al potere in Cisgiordania. sono divise al loro interno. La linea per ora l’ha data il primo ministro del Qatar, Al Thani: il piano soddisfa gli «obiettivi» chiave stabiliti dai mediatori, fermare i massacri e lo sfollamento dei palestinesi, ma ci sono alcuni punti controversi su cui si deve negoziare, in particolare i tempi e l’estensione del ritiro israeliano da Gaza e la composizione di una futura amministrazione palestinese.
Hamas è spaccata. Gli irriducibili rifiutano un piano che considerano di resa e umiliazione, ma la maggioranza sembra orientata a un sì condizionato per non assumersi la responsabilità di un fallimento che significherebbe far proseguire la guerra, ma allo stesso tempo senza cedere su «clausole poco chiare e che ledono i diritti nazionali», spiega a Repubbli…
Viste le carte di Trump e Netanyahu, le fazioni palestinesi provano a trovare una risposta comune al piano per il cessate il fuoco. Non sarà facile perché sia Hamas, coinvolta nella guerra a Gaza, che Fatah, al potere in Cisgiordania. sono divise al loro interno. La linea per ora l’ha data il primo ministro del Qatar, Al Thani: il piano soddisfa gli «obiettivi» chiave stabiliti dai mediatori, fermare i massacri e lo sfollamento dei palestinesi, ma ci sono alcuni punti controversi su cui si deve negoziare, in particolare i tempi e l’estensione del ritiro israeliano da Gaza e la composizione di una futura amministrazione palestinese.
Hamas è spaccata. Gli irriducibili rifiutano un piano che considerano di resa e umiliazione, ma la maggioranza sembra orientata a un sì condizionato per non assumersi la responsabilità di un fallimento che significherebbe far proseguire la guerra, ma allo stesso tempo senza cedere su «clausole poco chiare e che ledono i diritti nazionali», spiega a Repubblica una fonte che conosce le discussioni in corso. Il gruppo ha dato mandato ai mediatori - Qatar, Egitto e Turchia - di chiedere modifiche al piano sulla clausola del disarmo, introducendo una distinzione tra armi difensive e offensive, e con la richiesta di garanzie internazionali «per un completo ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza», con una timeline precisa insieme a promesse che non verranno presi di mira i suoi dirigenti. L’altro punto di frizione riguarda la composizione della futura amministrazione di Gaza: per il movimento islamista non può che essere fatta da palestinesi. Il ruolo molto sfumato dell’Anp e l’estrema vaghezza con cui nel piano di Trump si parla di una possibile, futura «statualità palestinese» preoccupano anche le capitali arabe e musulmane che pure hanno espresso sostegno all’iniziativa Usa ma che considerano fondamentale riunire Gaza e la Cisgiordania e dare una prospettiva concreta a uno Stato palestinese.
A Ramallah, la tensione è alta. La presidenza Abu Mazen si è allineata con i mediatori arabi esprimendo apprezzamento per le mosse di Washington. Ma dentro Fatah, il partito erede di Arafat di cui fa parte Abu Mazen, si alzano voci di radicale dissenso. Come quella di Abbas Zaki, membro del comitato centrale, esponente dell’ala più intransigente, che ha definito il piano un «documento di resa», imposto al popolo palestinese. «Fatah è spaccata», racconta una fonte di Ramallah. «Tra i favorevoli all’accordo ci sono Abu Mazen e il suo vice, Hussein Al-Sheikh», che è considerato anche tra i papabili alla successione allo stesso leader. Le discussioni dentro Hamas proseguono ed è probabile che il gruppo dia una prima risposta entro 2 o 3 giorni anche se il capo del Servizio di informazione statale egiziano, Diaa Rashwan, pronosticava che il movimento «accetterà il piano ma con alcune riserve”. Nel frattempo, lo sceicco al Thani porta a casa un accordo con Washington senza precedenti per un paese arabo. Trump ha impegnato gli Usa a difendere l’emirato in caso di attacco al territorio o alla sovranità che verrà considerato «una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti». Il Qatar era già un alleato prezioso degli americani nel Golfo e un amico diretto di Trump, a cui lo sceicco ha anche regalato un Boeing privato. Doha ospita la principale base americana nel Golfo, al Udeid, e fa da mediatrice in diverse questioni internazionali. Ma il raid israeliano contro Doha del 9 settembre ha sortito effetti che Netanyahu forse non si aspettava: non ha eliminato la leadership di Hamas all’estero e ha regalato ad Al Thani un’intesa che nemmeno Israele ha con gli Usa.