Nitzana (Sud di Israele) – È l’angolo più remoto di Israele quello dove Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, ha deciso di confinare gli attivisti della Global Sumud Flotilla arrestati due notti fa mentre cercavano di raggiungere le coste di Gaza con navi cariche di aiuti umanitari. Per arrivarci occorre puntare al Sud del Paese, verso il deserto del Negev, superare Beersheva, l’ultima grande città, e poi Dimona, il luogo dove si trova la centrale nucleare che Israele ha sempre ufficialmente negato di avere, e poi proseguire ancora più giù, verso il confine con l’Egitto, fino al carcere di Ketziot, a quindici minuti dal Sinai egiziano. Qui — in un luogo dove le strade non hanno più nomi, solo numeri, e dove la sabbia del deserto copre l’asfalto — sono rinchiusi i più di 400 attivisti arrestati in mare.
Sono arrivati ieri mattina, in gruppi sparsi: stanchi, provati dalla lunga navigazione e dall’arresto ma comunque con un umore positivo, ci racconta l’avvocatessa Suhad B…
Nitzana (Sud di Israele) – È l’angolo più remoto di Israele quello dove Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, ha deciso di confinare gli attivisti della Global Sumud Flotilla arrestati due notti fa mentre cercavano di raggiungere le coste di Gaza con navi cariche di aiuti umanitari. Per arrivarci occorre puntare al Sud del Paese, verso il deserto del Negev, superare Beersheva, l’ultima grande città, e poi Dimona, il luogo dove si trova la centrale nucleare che Israele ha sempre ufficialmente negato di avere, e poi proseguire ancora più giù, verso il confine con l’Egitto, fino al carcere di Ketziot, a quindici minuti dal Sinai egiziano. Qui — in un luogo dove le strade non hanno più nomi, solo numeri, e dove la sabbia del deserto copre l’asfalto — sono rinchiusi i più di 400 attivisti arrestati in mare.
Sono arrivati ieri mattina, in gruppi sparsi: stanchi, provati dalla lunga navigazione e dall’arresto ma comunque con un umore positivo, ci racconta l’avvocatessa Suhad Bishara, capa del team che l’ong Amalah — da anni in prima fila nella difesa dei diritti delle minoranze — ha messo a disposizione della Flotilla. Il volto della legale è teso e stanco. Con i colleghi, è stata al porto di Ashdod dalle due del pomeriggio di giovedì — quando sono iniziati gli sbarchi e le identificazioni — alle sei di ieri mattina, quando è stata accompagnata fuori dai militari. In quel momento sono iniziati i trasferimenti a Ketziot e, immediatamente dopo, le udienze per le espulsioni: udienze a cui i legali — in violazione della legge israeliana — non sono stati ammessi. «Siamo molto preoccupati: alcuni degli attivisti ci hanno raccontato di abusi fisici e verbali, e di non aver ricevuto cibo e acqua per ore», ci dice. La fase più critica sarebbe stata quella del trasbordo a terra: mani bloccate da lacci di plastica, seduti sulle ginocchia per 4-5 ore, divieto assoluto di movimento o di parola sotto la minaccia delle armi. Fra gli osservati speciali, e dunque con sorveglianza maggiore, Greta Thunberg, il più noto.
A Ketziot la situazione non è migliorata: anzi. Quello che ci siamo trovati davanti — e che ci è stato vietato di fotografare — è un carcere di massima sicurezza costruito nel mezzo del deserto. Le strade per arrivarci non hanno nome, solo numeri: non ci sono alberi, né edifici che non siano militari nel giro di chilometri. Dopo il 7 ottobre, è stato attrezzato per ospitare gli uomini di Al Nukba, la forza di élite di Hamas, responsabile dei peggiori massacri di quel giorno: ma di prigionieri con questo profilo Israele in questi due anni ne ha fatti pochissimi e le celle sono rimaste vuote.
Ufficialmente Ketziot è stata scelta perché è una struttura grande e in grado di accogliere 400 persone senza che entrino in contatto con altri detenuti. Ma sin dalla mattina di ieri l’agenzia di stampa Reuters riferiva del timore che la prigione fosse stata selezionata per dare agli attivisti una lezione, secondo una linea imposta da Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e dunque incaricato delle carceri. «Le condizioni dentro sono molto dure. A complicare il tutto il fatto che fa caldissimo e non c’è aria condizionata», ci hanno detto annaspando nei più di trenta gradi del deserto due funzionari consolari europei, sotto promessa di anonimato.
La Svizzera ha presentato una protesta perché ai funzionari non è stato permesso incontrare tutti i suoi cittadini (apparentemente, qualcuno ha gridato Free Palestine innervosendo i carcerieri).
Gli italiani sono rimasti dentro a lungo: in serata la Farnesina ha diffuso una nota in cui si parla di «condizioni detentive particolarmente disagevoli» e si chiede che siano migliorate.
Sugli aiuti che erano a bordo delle navi resta il mistero: il ministero degli Esteri israeliano ieri ha parlato di “quantità irrisorie”, ma non ha detto che fine faranno. Nella stessa nota, si notava che nessuna delle imbarcazioni della Flotilla portava armi. Il ministero ha anche diffuso le fotografie sorridenti di alcuni dei più famosi degli attivisti, specificando che stavano bene e che le procedure per rimpatriarli erano in corso. Ieri l’ultima nave del convoglio, la Marinette, che era rimasta indietro per un’avaria, è stata fermata: dopo essersi avvicinata all’obiettivo più delle altre. L’altra imbarcazione che mancava all’appello è approdata a Cipro.
Per spiegare come il messaggio della missione sia stato accolto qui in Israele — fra il rumore di sottofondo dei media tradizionali, impegnati a rilanciare il messaggio del governo secondo cui la Flotilla è vicina ad Hamas — c’è da segnalare l’arresto al confine con Gaza, di sei attivisti israeliani che si erano uniti a una manifestazione per spezzare l’assedio della Striscia: «Sono qui come cittadino che rifiuta di essere complice del genocidio che il mio Paese sta commettendo a Gaza. Non posso accettare che queste atrocità siano commesse in nome mio: abbiamo il dovere morale di resistere», ci ha detto uno di loro subito dopo essere stato rilasciato.