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Repubblica Ceca, trionfa il populista filorusso Babis, nuova spina per l'Europa

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Il premier di centrodestra Petr Fiala sconta il tradimento della promessa di non aumentare le tasse e di aver imposto un programma di austerità che il Paese non ha mai digerito
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BERLINO – Andrej Babis straccia i pronostici che lo davano intorno al 30% e stravince le elezioni in Repubblica Ceca. I risultati del voto quasi definitivi per il rinnovo del parlamento danno il partito dell’oligarca populista, trumpiano e filorusso Ano al 35%, seguito dalla coalizione Spolu (Insieme) del governo uscente Petr Fiala, distaccata di ben dodici punti al 23%. Terzo un ex alleato di Fiala, il partito di centrodestra Stan, che si piazza all’11%. E l’affluenza sembra aver premiato l’oligarca: è al 68%, la più alta dal 1998.

Babis ha commentato “sono felice” ed è arrivato in serata al quartier generale del partito accompagnato opportunamente dal più famoso brano dei Ricchi e poveri. L’oligarca rischia di tornare al governo - era già stato premier tra il 2017 e il 2021 - e di terremotare i rapporti di Praga con Bruxelles ma anche con i Volenterosi. Impressionante la cartina della Repubblica Ceca: si è tinta totalmente di blu, il colore di Ano, con l’unica eccezione della capita…

BERLINO – Andrej Babis straccia i pronostici che lo davano intorno al 30% e stravince le elezioni in Repubblica Ceca. I risultati del voto quasi definitivi per il rinnovo del parlamento danno il partito dell’oligarca populista, trumpiano e filorusso Ano al 35%, seguito dalla coalizione Spolu (Insieme) del governo uscente Petr Fiala, distaccata di ben dodici punti al 23%. Terzo un ex alleato di Fiala, il partito di centrodestra Stan, che si piazza all’11%. E l’affluenza sembra aver premiato l’oligarca: è al 68%, la più alta dal 1998.

Babis ha commentato “sono felice” ed è arrivato in serata al quartier generale del partito accompagnato opportunamente dal più famoso brano dei Ricchi e poveri. L’oligarca rischia di tornare al governo - era già stato premier tra il 2017 e il 2021 - e di terremotare i rapporti di Praga con Bruxelles ma anche con i Volenterosi. Impressionante la cartina della Repubblica Ceca: si è tinta totalmente di blu, il colore di Ano, con l’unica eccezione della capitale Praga, rimasta fedele alla coalizione del premier uscente.

Nella selva di sigle che si sono presentate alle urne - oltre due dozzine - spicca il successo dei “Motociclisti” dell’ex premier Vaclav Klaus, che ha superato ampiamente la soglia di sbarramento del 5% con il 7% dei voti. Il partito ferocemente antiambientalista e anti-woke è uno dei papabili per un’alleanza con Babis. Importante anche il risultato di un’altra forza politica che potrebbe appoggiare il re dei fertilizzanti: l’estrema destra Spd, che incassa l’8% Fino a poco tempo fa Babis aveva escluso una convergenza con la Spd, che chiede l’uscita di Praga dalla Ue e dalla Nato, ma di recente si è tenuto più coperto. E molti temono che se si rimangiasse la sua promessa e dovesse allearsi con il partito di destra radicale, la Repubblica Ceca potrebbe ritrovarsi per la prima volta dalla fine del comunismo un partito estremista al governo.

Il premier di centrodestra Petr Fiala sconta il tradimento della promessa di non aumentare le tasse e di aver imposto un programma di austerità che il Paese non ha mai digerito. Mentre Babis, il miliardario soprannominato “Babisconi” dal 2013, quando si comprò i due maggiori quotidiani cechi per rafforzare la sua influenza nella sfera pubblica, ha escluso categoricamente qualsiasi alleanza con i partiti che hanno governato negli ultimi 4 anni, dunque Spolu, Stan e i Pirati.

In un momento di grande tensione sul fianco orientale della Nato, Praga rischia di assumere una postura simile a quella dell’autocrate ungherese Viktor Orban e del premier autoritario slovacco Robert Fico. E i tre potrebbero ricostituire quell’asburgico fronte nero che già in passato aveva creato enormi grattacapi a Bruxelles, un trio antieuropeo che ambirebbe a frenare le iniziative di sostegno all’Ucraina - a cominciare dalla cosiddetta “Iniziativa ceca” di un milione di munizioni per Kiev - o la discussione sul Bilancio europeo e altre iniziative comuni. Se ai tre si aggiunge la Polonia strattonata a destra dalle pulsioni populiste ed euroscettiche del presidente Karol Nawrocki, il quadro si incupisce ulteriormente. Da lunedì Bruxelles rischia di aver a che fare con una riedizione della Visegrad più reazionaria.

Babis, che in campagna elettorale ha promesso di guidare il paese “come un’azienda”, è riuscito anzitutto, da quando è al potere, ad arricchire se stesso. Da anni il fondatore del colosso dell’agricoltura Agrofert è sotto processo per aver dirottato fondi europei illegalmente. E secondo alcuni, il presidente Petr Pavel, suo fiero oppositore ed ex rivale alle presidenziali del 2023, potrebbe persino negargli l’incarico di governo per il verdetto che lo attende ancora a Praga. Ma è più probabile che Babis la spunti e riesca a formare un governo e ad arricchire il catalogo dei populisti opportunisti del fronte orientale della Ue, che non rischiano il divorzio dalla Ue per non dover rinunciare a una pioggia di finanziamenti, ma ne inibiscono qualsiasi progresso verso una maggiore integrazione. Un deja vu.

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