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Little Gaza, le vite invisibili dei palestinesi al Cairo: “A casa non torneremo”

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Sono 170mila i rifugiati nella capitale egiziana: tollerati, ma senza visto. Non possono lavorare o studiare e vivono sospesi, segnati dalla guerra
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IL CAIRO – «Il mio cuore è sepolto a Gaza City. Vivo, respiro, cammino per Ulya, la mia figlioletta di 5 anni: è tutto quel che resta della mia famiglia. I miei gemellini di due anni, mio marito, i miei genitori, i miei fratelli con mogli e figli sono morti il 19 ottobre 2023. L’edificio dove vivevamo, distrutto da una bomba destinata a un miliziano di Hamas a pochi isolati da noi. Io ero fuori con la bambina e ci siamo salvate. Dei gemelli hanno ritrovato un solo cadaverino, l’altro è rimasto sotto le macerie. Saperli divisi nella tomba mi è insopportabile». Samira, 35 anni, spalanca gli occhi resi ancor più grandi dalle lacrime che le sciolgono il kajal. Ha lasciato Gaza a marzo 2024, quando i confini della Striscia vennero brevemente aperti a chi poteva pagarsi un passaggio con l’agenzia di viaggi Hala: 5mila dollari ad adulto, 2500 a bambino. Soldi sborsati dal cognato egiziano, manovale in Libia. Da allora Samira vive al Cairo con la sorella Kholud e le nipotine di 7 e 9 anni. A …

IL CAIRO – «Il mio cuore è sepolto a Gaza City. Vivo, respiro, cammino per Ulya, la mia figlioletta di 5 anni: è tutto quel che resta della mia famiglia. I miei gemellini di due anni, mio marito, i miei genitori, i miei fratelli con mogli e figli sono morti il 19 ottobre 2023. L’edificio dove vivevamo, distrutto da una bomba destinata a un miliziano di Hamas a pochi isolati da noi. Io ero fuori con la bambina e ci siamo salvate. Dei gemelli hanno ritrovato un solo cadaverino, l’altro è rimasto sotto le macerie. Saperli divisi nella tomba mi è insopportabile». Samira, 35 anni, spalanca gli occhi resi ancor più grandi dalle lacrime che le sciolgono il kajal. Ha lasciato Gaza a marzo 2024, quando i confini della Striscia vennero brevemente aperti a chi poteva pagarsi un passaggio con l’agenzia di viaggi Hala: 5mila dollari ad adulto, 2500 a bambino. Soldi sborsati dal cognato egiziano, manovale in Libia. Da allora Samira vive al Cairo con la sorella Kholud e le nipotine di 7 e 9 anni. A maggio 2024, è arrivata anche Niveen, 50 anni, anche lei sopravvissuta al bombardamento che ne ha ucciso i genitori. Il biglietto per uscire da Gaza pagatole dalla figlia che vive a Londra: «Al confine mi hanno accompagnato i miei due figli maggiori, rimasti lì con le loro famiglie. Non volevo lasciarli, mi hanno costretta. Sono arrivata al Cairo di notte, con solo un vestito strappato e le scarpe rotte. Le vicine mi hanno vista e il mattino dopo mi hanno fatto trovare dietro la porta una pila d’abiti, scarpe e perfino biancheria».

Nella casa spoglia, dalle pareti di un rosa stinto da un pezzo, ci sono solo letti, enormi divani e la tv sempre accesa. Si ascoltano con ansia le notizie sul piano di pace di Trump: «Sogno di tornare in una Gaza senza Hamas. Pensano che siamo tutti come loro ma noi li odiavamo anche prima della guerra. Avevano preso il controllo con la forza e ucciso tanti oppositori» dice Niveen che ha un master in economia e 20 anni fa si candidò alle elezioni politiche da cui il suo partito, Fatah, uscì sconfitto. Samira scuote la testa: «A Gaza non torno, non c’è nulla, solo dolore. Voglio portare mia figlia in Germania e farle studiare ingegneria. Ha visto troppa distruzione, voglio che impari a costruire». Iniziano a discutere in arabo, alzano la voce.

«È così in ogni casa. La gente è esausta, non ne può più di questa vita sospesa. Purché si fermi il massacro gli va bene anche il piano di Trump: al resto, dicono, penseranno dopo. Litigano, perché c’è chi spera di tornare e ricostruire. Mentre altri vogliono solo portar via i familiari da quella trappola e ricominciare altrove», ti spiega Abdalmuhdi Abumotawi, politologo gazawo del Regional Center for Strategic Studies and Training, che ti accompagna. Vive in Egitto dal 2006, «emigrai per motivi politici. Ero un leader universitario ostile ad Hamas». Conosce tutti: «Si rivolgono a me per consigli e ogni tipo d’aiuto».

Secondo le stime dell’Autorità nazionale palestinese, sono 170mila i gazawi che dall’inizio del conflitto sono approdati in Egitto: di questi è rimasto al Cairo l’85 per cento. I loro visti turistici da 45 giorni sono scaduti da un pezzo. Vivono da invisibili in una città con 27 milioni di abitanti. Privi di status legale, non possono lavorare né mandare i figli a scuola, avere la patente né una nuova sim per il cellulare. Tollerati ma non integrati, sono privi di sostegno: giacché le agenzie Onu – l’Unhcr per i rifugiati e l’Unrwa per i palestinesi – non operano in Egitto.

Perseguitati dai ricordi, traumatizzati dai lutti, impoveriti dalla necessità di sopravvivere in una città molto cara, hanno creato una sorta di Little Gaza a Nasr City: 120 km quadrati di strade larghe e trafficate a est del Cairo, dove i palazzoni sono incorniciati dall’infinita parata di manichini nei negozi d’abbigliamento. «I gazawi pagano affitti tre volte più alti di quelli egiziani. La gente ha accettato pensando che si trattava di pochi mesi. Invece si sono trovati bloccati» dice Abumotawi: «Certo, c’è anche tanta solidarietà. So di tassisti e negozianti locali che non fanno pagare i clienti di Gaza. Ma paradossalmente questa gente che ha lottato per sopravvivere, ora che è al sicuro sta ancora più male. La loro vita è legata a quel che succede a Gaza e non potranno trovare equilibrio finché ci sarà la guerra». Tanto più che il tempo passa e i bisogni crescono.

Lo sa bene la famiglia Kolutth: papà Alaaleldin, mamma Berta, i figli Taisser, Ahmed, Maysaa e Nael. Vivono al sesto piano di un palazzone di 12 dove ogni porta è diversa e le stanze sono buie. Ti raccontano l’Odissea per lasciare Gaza e come ora sopravvivono con la pensione del padre, ex funzionario dell’Anp: «Avevamo preso un prestito per aprire un negozio e dunque arriva decurtata del 30 per cento» spiega Berta, che ti chiama «sorella» offrendoti datteri e caffè. «L’avevamo inaugurato 2 mesi prima dell’inizio della guerra. Ora il negozio è distrutto ma il mutuo c’è ancora».

A essere infranti sono anche i sogni di Maysaa, la figlia 21enne che parla un perfetto inglese: «A Gaza avevo iniziato l’università da una settimana. Ero felice, mi avevano ammessa a un corso difficile, cybersecurity». Pur di studiare segue un corso di management a pagamento, aiutata economicamente dai fratelli maggiori diplomati in ragioneria, costretti a lavoretti in nero. Ma lei non ha occhi che per Nael, 11 anni e il cellulare sempre in mano. «Non può andare a scuola e segue i corsi online che l’Autorità palestinese tiene da Ramallah proprio per i bambini della diaspora. Avrebbe bisogno di uscire a giocare ma è ossessionato dalle notizie. Scrolla continuamente, guarda le immagini di case in fumo e corpi straziati. Non parla che di Gaza, delle persone care rimaste lì. Non riusciamo a distrarlo».

Anche se i soldi sono pochi, spesso il venerdì l’intera comunità si incontra da Al-Samer, un tempo celebre locale di Gaza City, riaperto qui con lo stesso nome: e lo stesso menu. Il proprietario Bassam ti dice che «è più piccolo e meno elegante dell’originale, ma i sapori sono quelli veri di Gaza». A servire humus e marmaraya, bevanda calda con foglie di salvia, è Ahmed, 23 anni. Studiava al Cairo quando è iniziata la guerra ed è rimasto bloccato. Ha lasciato l’università perché non gli bastavano più i soldi: «Mio padre è morto e mia madre è sola in quell’inferno coi miei fratellini. Faccio il cameriere per mandarle un aiuto . Il denaro, come tutti qui, lo trasferiamo con una app: ma coi black out di Gaza non sempre funziona e i miei fanno la fame per giorni. Io che lavoro in mezzo cibo, mi dispero».

Il negozio di Omar Saquer è pochi isolati più in là. Era il più famoso sarto di Gaza, proprietario di una fabbrica di uniformi scolastiche dove lavoravano 70 persone. La guerra ha distrutto tutto e così, dopo 6 mesi di bombe, ha venduto quel che restava, e ha lasciato la Striscia con la moglie e i figli. «Fra gli ultimi, poco prima che i cancelli di Rafah venissero blindati di nuovo», racconta. È stato il maggiore, che pure studiava medicina, a spingerlo a ricominciare: hanno affittato un bugigattolo e le macchine da cucire. Lavorano in tre: padre, figlio e l’anziano lavorante Mohamed, uscito da Gaza solo perché malato di cancro: «Lavorava con me da 30 anni» .

Fanno abiti tradizionali e modernissime felpe: «Ma i soldi non bastano mai. E non ho i permessi, potrebbero farmi chiudere in qualsiasi momento. Tutti i gazawi vengono da me, ho una certa reputazione. Purtroppo spesso non hanno i soldi per pagarmi, mi danno piccoli acconti, ma io gli lascio portare via gli abiti lo stesso, perché so che ne hanno bisogno. Ho tre bambine di 9, 7 e 4 anni: studiano online. Nella fuga abbiamo perso i loro documenti: legalmente non esistono e se pure andassero alla scuola pubblica non gli rilascerebbero nessun diploma». Omar vuol tornare a Gaza: «Ma non ora. Non saprebbero che farsene di un sarto. Un giorno, quando sarà ricostruita e sarò sicuro che non c’è più Hamas». E nel frattempo? «Ho buone braccia, talento, buona volontà. Ma perché a noi gazawi non aprite i confini d’Europa?»

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