Esteri

Dal 7 ottobre 2023 al piano di pace di Trump: la timeline della guerra più lunga tra Israele e Hamas

Dal 7 ottobre 2023 al piano di pace di Trump: la timeline della guerra più lunga tra Israele e Hamas
(reuters)

Ventiquattro mesi di un conflitto che ha radici profonde: dall’invasione della Striscia da parte dell’esercito israeliano alla prima tregua, dalla strage dei giornalisti a Gaza all’allargamento delle ostilità. Ecco tutto quello che c’è da sapere

11 minuti di lettura

LONDRA – Potrebbero bastare le cifre a riassumerne la drammaticità: 1200 israeliani morti e 250 presi in ostaggio nel giorno in cui è cominciata, 800 soldati israeliani uccisi e 20 mila feriti, 66 mila palestinesi uccisi e 150 mila feriti, 2 milioni di palestinesi sfollati, l’80 per cento degli edifici distrutti o danneggiati. È il parziale bilancio della guerra di Gaza, che compie oggi due anni fra accuse di genocidio a Israele, manifestazioni di protesta in tutta Europa in difesa della Palestina, l’arresto della Flotilla internazionale di aiuti umanitari nelle acque di Gaza e il riconoscimento di uno stato palestinese da parte di una dozzina di Paesi occidentali. Il conflitto più lungo nella storia di Israele, forse vicino a concludersi proprio nel suo secondo anniversario grazie al piano di pace presentato da Donald Trump. Ecco i momenti salienti di 24 mesi infernali.

L’antefatto

Lunga 40 chilometri e larga 11, occupata e colonizzata per due millenni insieme al resto della Palestina, prima dagli antichi Romani, poi da sultani musulmani, quindi dai Crociati cristiani, infine per secoli dall’Impero Ottomano e da ultimo, dopo la Prima guerra mondiale, dall’Impero britannico, in seguito la Striscia di Gaza appartiene all’Egitto, dal 1948 al 1967, così come la Cisgiordania negli stessi vent’anni fa parte della Giordania. Nel 1948 la risoluzione dell’Onu sulla divisione della Palestina in due stati, uno per gli arabi (che rifiutano), uno per gli ebrei (che accettano), aveva scatenato una guerra fra cinque Paesi arabi e il neonato stato di Israele, vinta da quest’ultimo, che conquistava così più della metà della Palestina del Mandato Britannico, a eccezione appunto di Cisgiordania e Gaza.

Nel 1967 una seconda guerra, quella “dei Sei Giorni”, vede Israele sconfiggere ancora una volta mezza dozzina di Paesi arabi e allargare ulteriormente i propri confini, conquistando anche Cisgiordania e Gaza, nei cui territori comincia a costruire insediamenti ebraici, ma che da allora sono ritenuti illegalmente occupati dalla comunità internazionale e dall’Onu. Con il processo di pace avviato nel 1993, varie trattative con Israele prevedono che Gaza, insieme alla Cisgiordania, formi uno stato palestinese indipendente, ma non arrivano al traguardo.

Nel 2005 Israele decide di ritirarsi unilateralmente dalla Striscia, smantellando i propri insediamenti civili e le proprie basi militari. Ma l’anno seguente a Gaza prende il potere Hamas, il movimento fondamentalista islamico considerato un’organizzazione terroristica da vari Paesi occidentali, vincendo le elezioni (poi non ce ne saranno più) ed espellendo con la forza l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), l’organismo che dagli accordi del ‘93 amministra autonomamente circa il 20 per cento della Cisgiordania. Nei due decenni seguenti al ritiro israeliano del 2005 scoppiano conflitti intermittenti di breve durata fra le forze di Gerusalemme e Hamas. Nei periodi di relativa quiete, migliaia di palestinesi escono quotidianamente dalla Striscia come pendolari per andare a lavorare nello Stato ebraico.

L’attacco

Alle prime luci dell’alba del 7 ottobre 2023 Hamas lancia un attacco nel sud di Israele, appena al di fuori del territorio di Gaza, prendendo di sorpresa le forze e i kibbutz dello Stato ebraico che si trovano in quell’area. L’aggressione non ha un obiettivo dichiarato, ma di fatto blocca la trattativa mediata dall’amministrazione del presidente americano Biden per arrivare a una pace fra Israele e Arabia Saudita, fra le cui condizioni ci sarebbe la ripresa del negoziato fra Israele e Anp per creare uno stato palestinese. In quella esplosione di sangue, i militanti di Hamas uccidono uomini, donne, anziani, bambini: il maggior numero di ebrei massacrati in un giorno dall’Olocausto in poi. Rientrando a Gaza ne portano 250 con sé, come ostaggi.

La strage del 7 ottobre 2023
La strage del 7 ottobre 2023 

La reazione

Dopo il tardivo intervento dell’esercito israeliano nelle ore precedenti, dall’8 ottobre Israele dà il via a un’offensiva militare su larga scala a Gaza, con due missioni ufficiali: sradicare completamente Hamas dalla Striscia, eliminando per sempre la sua minaccia, e liberare gli ostaggi. La prima fase consiste in giorni di intensi bombardamenti e preparativi per l’invasione di truppe corazzate e soldati via terra: questa seconda fase ha inizio il 28 ottobre. Le perdite di civili palestinesi sono subito altissime, mentre quelle di Hamas non sono chiare, perché i suoi militanti si nascondono nella vasta rete di tunnel scavati sotto edifici pubblici e privati.

Il 15 novembre, dopo un lungo assedio, l’esercito israeliano conquista il più grande ospedale di Gaza, affermando che nelle gallerie scavate sotto di esso c’era una centrale di comando di Hamas. Israele ordina alla popolazione della Striscia di trasferirsi nel sud di Gaza per evitare perdite ancora più gravi. L’Onu e ong straniere distribuiscono aiuti alimentari, carburante e medicine a Gaza, sia pure con crescente difficoltà e pericoli per la propria incolumità, avvertendo del rischio di una catastrofe umanitaria.

L’allargamento del conflitto

Intanto, fin dall’8 ottobre, i fondamentalisti di Hezbollah, hanno cominciato a bombardare con razzi il nord di Israele per solidarietà con Hamas; e gli Houti yemeniti lanciano missili contro lo Stato ebraico con la stessa motivazione. Entrambi i movimenti sono finanziati e sostenuti dall’Iran. Circa 100 mila israeliani sono costretti a lasciare le proprie case in prossimità della frontiera con il Libano. Israele risponde con raid aerei contro Hezbollah e Houti che vanno avanti per due anni.

Il primo cessate il fuoco

Con la mediazione di Egitto, Qatar e Stati Uniti, il 23 novembre a Gaza inizia un cessate il fuoco di cinque giorni: durante la tregua vengono rilasciati 150 ostaggi israeliani e centinaia di palestinesi detenuti in Israele. L’intesa prevede che il cessate il fuoco si estenda di un giorno alla volta per ogni 10 ostaggi rilasciati da Hamas, ma dopo una settimana le due parti si accusano a vicenda di avere violato la tregua con attacchi reciproci e la guerra riprende.

Il 4 dicembre Israele inizia la prima offensiva a Khan Younis, nel sud di Gaza. Il 22 gennaio 24 soldati israeliani muoiono in un giorno solo, la maggior parte quando un razzo sparato da Hamas colpisce un palazzo e la fa crollare addosso ai militari di Gerusalemme. La guerra ha un prezzo anche per Israele, molte famiglie si chiedono quanto durerà, le famiglie degli ostaggi manifestano per interromperla in cambio della liberazione di tutti i loro cari.

Il rilascio degli ostaggi durante il primo cessate il fuoco

Il rilascio degli ostaggi durante il primo cessate il fuoco

 

Le accuse di genocidio

Il 26 gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, il tribunale delle Nazioni Unite, tiene la prima udienza sulla denuncia di genocidio presentata dal Sud Africa contro Israele per quanto sta avvenendo a Gaza. La Corte rende noto che il procedimento sarà lungo ma intanto intima a Israele di fare tutto il possibile per dimostrare che non si tratta di genocidio. Poco più di un mese dopo, il 29 febbraio, più di 100 palestinesi rimangono uccisi mentre sono in coda per ricevere aiuti umanitari, in uno dei più sanguinosi episodi del conflitto.

Negli stessi giorni Israele inizia ad attaccare Rafah, la città all’estremo sud della Striscia, nelle vicinanze del confine con l’Egitto, ordinando ai palestinesi che vi erano sfollati dal nord di trasferirsi di nuovo, verso un’altra zona, teoricamente non a rischio di bombardamenti. È una fuga senza fine, da un accampamento all’altro, senza servizi igienici, alla perenne ricerca di cibo per sfamarsi.

Il primo scontro con l’Iran

L’1 aprile un missile israeliano colpisce il consolato iraniano a Damasco, uccidendo vari alti gradi delle Guardie della Rivoluzione riuniti per coordinare l’offensiva degli Hezbollah libanesi contro Gerusalemme. Due settimane più tardi, Teheran risponde con un lancio di missili e droni contro Israele: il primo attacco diretto iraniano mai avvenuto contro lo Stato ebraico. Ma i missili vengono quasi tutti intercettati dalle difese antiaeree e causano pochi danni umani e materiali. Israele replica a sua volta con raid contro le difese missilistiche iraniane e a quel punto il confronto militare tra i due Paesi si chiude, almeno temporaneamente.

Il raid per liberare gli ostaggi

L’8 giugno un commando di forze speciali israeliane libera 4 degli ostaggi catturati da Hamas nell’attacco del 7 ottobre precedente. Ma il capo del commando israeliano muore per le ferite riportate nel raid. È una delle rare operazioni in cui Israele riesce a localizzare e liberare i prigionieri.

In un’altra occasione, due ostaggi, riusciti a scappare, vengono uccisi per errore dalle forze israeliane che li scambiano per militanti di Hamas. Un’altra volta, l’8 agosto, Israele recupera i corpi di sei ostaggi, apparentemente uccisi dai loro rapitori quando capiscono che l’esercito israeliano sta per raggiungerli.

I tre capi di Hamas eliminati

Il 31 luglio Ismail Haniyeh, il leader politico di Hamas, viene ucciso con una bomba azionata a distanza nel suo alloggio a Teheran, all’interno del quartier generale delle Guardie della Rivoluzione, dove si trova per partecipare alla cerimonia di inaugurazione del nuovo presidente iraniano. Tramite infiltrati, spie e informatori, il Mossad è riuscito a piazzare l’ordigno nella stanza a lui riservata e a farlo esplodere quando Haniyeh ci è entrato. Il giorno dopo, un bombardamento israeliano, guidato da forze speciali entrate a Gaza travestite da palestinesi, uccide Mohammed Deif, il leader militare di Hamas.

I due massimi responsabili dell’attacco del 7 ottobre sono così entrambi eliminati. Nei mesi successivi, molti altri comandanti di Hamas vengono uccisi da Israele, fino a quando, il 17 ottobre, muore anche Yaya Sinwar, capo supremo del movimento islamico, ucciso da un’unità militare israeliana in uno scontro a fuoco a Gaza, mentre cerca di trasferirsi da un rifugio all’altro: i soldati non si rendono subito conto della sua identità.

Gli ultimi istanti di vita di Sinwar: in una palazzina col volto coperto e un bastone

La trappola dei cercapersone

Contemporaneamente, il Mossad continua a colpire anche gli Hezbollah, nel tentativo di fermare i bombardamenti che proseguono dal Libano verso il nord di Israele. Due operazioni in particolare indeboliscono il movimento libanese. Il 17 settembre migliaia di cercapersone, comprati da Hezbollah per aggirare il rischio di essere individuati dallo spionaggio israeliano attraverso i telefonini, esplodono contemporaneamente nelle loro mani, uccidendo decine di dirigenti e militanti del gruppo, ferendone più di 3 mila.

Come un cavallo di Troia, i cercapersone erano stati fabbricati dal Mossad all’estero, celando all’interno di ogni apparecchio una minuscola quantità di esplosivo, poi venduti a Hezbollah tramite una società fittizia. Dieci giorni dopo, il 27 settembre, una serie di potenti missili colpisce un bunker sotterraneo alla periferia di Beirut uccidendo lo sceicco Hassan Nasrallah, da tre decenni capo supremo di Hezbollah. È l’inizio di un declino del movimento armato filoiraniano. Il governo del Libano riprende parzialmente il controllo del Paese e ipotizza un accordo di pace, o almeno di non belligeranza, con Israele.

L’incriminazione di Netanyahu

Il 21 novembre 2024 la Corte Penale Internazionale dell’Aia, un tribunale distinto da quello dell’Onu che sta esaminando la denuncia di Israele per genocidio, incrimina il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il suo ministro della Difesa Yoav Gallant e i capi di Hamas (tutti e tre però già morti) per crimini di guerra. Il provvedimento rende esecutivo un mandato di arresto, se Netanyahu si recasse in un Paese che riconosce la Corte Penale dell’Aia.

Né Israele né gli Usa ne riconoscono la validità, ma anche il premier israeliano, come Vladimir Putin per i crimini commessi dal suo esercito nell’invasione dell’Ucraina, viene considerato un criminale di guerra da un tribunale internazionale. Come già nel processo per genocidio, Israele respinge le accuse, sostenendo che sta difendendosi da un’aggressione terrorista e che cerca di limitare le perdite civili contro un nemico che usa i civili come scudi umani.

Il secondo cessate il fuoco

Dopo la vittoria alle presidenziali del novembre 2024 e nell’imminenza dell’inaugurazione della sua presidenza il 20 gennaio 2025, Donald Trump invia emissari in Medio Oriente per cercare di mettere fine al conflitto di Gaza, come aveva provato a fare, senza successo, anche il suo predecessore Joe Biden. “Se tutti gli ostaggi israeliani non saranno rilasciati entro il 20 gennaio, sarà un inferno per i loro rapitori”, afferma Trump.

Il 15 gennaio, dopo quindici mesi di combattimenti, la mediazione americana, assistita da Egitto e Qatar, riesce a mettere d’accordo Israele e Hamas su un nuovo, più lungo cessate il fuoco in varie fasi. In teoria dovrebbe essere la graduale fine della guerra e un percorso per liberare gli ostaggi, disarmare Hamas, mettere una forza di transizione al governo di Gaza.

Nella prima fase della tregua, durata quarantadue giorni, vengono rilasciati in varie tappe circa 50 ostaggi israeliani e centinaia di detenuti palestinesi, mentre aumentano gli aiuti umanitari alla popolazione della Striscia. Ma le due parti non si accordano sulla seconda fase dell’accordo e, tra reciproche accuse di violazioni, la guerra riprende.

Il rilascio degli ostaggi israeliani da parte di Hamas

Il rilascio degli ostaggi israeliani da parte di Hamas

 (reuters)

La fame a Gaza

Nella primavera 2025 Israele accusa le Nazioni Unite e le ong di non impedire che gli aiuti umanitari vengano confiscati da Hamas e, con l’aiuto degli Stati Uniti, crea una propria società, la Gaza Humanitarian Foundation, per distribuire viveri e medicinali. Le centinaia di punti di distribuzione dell’Onu vengono ridotti a soltanto quattro. Soldati mercenari ed esercito israeliano sono accusati di aprire il fuoco contro i palestinesi in fila per ricevere cibo. Migliaia di persone muoiono o rimangono ferite in questi incidenti.

Stremata dai continui trasferimenti, la popolazione di Gaza è alla fame. L’Onu denuncia decine di morti per mal nutrizione. E nell’unico ospedale che ancora funziona a singhiozzo manca di tutto: medicinali, anestetici, personale. Chi ha nascosto dei soldi si procura qualcosa da mangiare pagando una fortuna al mercato nero. La maggioranza sopravvive a stento con un pugno di riso. Circa centomila palestinesi, pagando migliaia di dollari a testa a corrotte “agenzie di viaggi”, lasciano la Striscia per mettersi al sicuro in Egitto.

(reuters)

La guerra Iran-Israele

Dura 12 giorni, dal 13 al 24 giugno. Comincia con un attacco israeliano alle installazioni nucleari iraniane e ai leader del regime di Teheran, una dozzina dei quali vengono uccisi nel primo giorno dei raid, effettuati chiaramente con il supporto di spie e forze speciali israeliane all’interno del Paese.

All’attacco si uniscono gli Stati Uniti, quando il presidente Trump, dopo un iniziale tentennamento, dà via libera a bombardamenti con missili americani, gli unici in grado di penetrare in profondità i bunker nei quali si ritiene che gli ayatollah nascondano l’uranio arricchito necessario per costruire bombe nucleari. È l’azione che Netanyahu voleva compiere da anni, convinto che soltanto con la forza si possa annientare la minaccia nucleare iraniana: il fallimento della diplomazia e forse una luce verde da Trump lo inducono ad attaccare.

L’Iran risponde con maggiore intensità rispetto allo scambio di colpi del 2024: lancia 500 missili contro Israele, inclusi alcuni supersonici e più difficili da intercettare. Muoiono più di mille iraniani fra civili e militari; e almeno 31 civili israeliani. L’Iran lancia missili anche contro la base militare Usa in Qatar, ma dopo un avvertimento che consente alle difese antiaeree di intercettarli.

Dopo anni di guerra per procura, guerra totale fra Iran e Israele, ma finisce lì. Per qualche giorno, Gerusalemme spera che l’attacco provochi un cambio di regime a Teheran. Netanyahu esorta la popolazione iraniana a insorgere: “Non siamo in guerra contro di voi”, dice il premier israeliano, “soltanto con il sistema totalitario che vi opprime”. Gli ayatollah non cadono. Secondo alcune stime, riescono a conservare buona parte delle riserve di uranio arricchito.

La strage di giornalisti

Il 5 agosto cinque giornalisti di al Jazeera, l’emittente con base nel Qatar soprannominata la Cnn del mondo arabo, vengono uccisi da un missile israeliano a Gaza City. Israele sostiene che uno di loro era un membro di Hamas. Dall’inizio del conflitto, più di duecento giornalisti palestinesi perdono la vita sotto le bombe e i raid israeliani. Molti erano collaboratori di reti occidentali.

Il governo di Gerusalemme vieta alla stampa straniera di entrare nella Striscia: ufficialmente perché troppo rischioso. Ma i giornalisti hanno sempre rischiato la vita per raccontare in modo indipendente tutte le guerre del mondo: quella di Gaza è l’unica combattuta senza che i media occidentali possano avere i propri inviati sul campo di battaglia.

Il funerale di uno dei giornalisti a Gaza
Il funerale di uno dei giornalisti a Gaza 

L’attacco a Gaza City

In agosto la capitale della Striscia, già più volte bombardata e presa d’assalto dalle forze israeliane, viene dichiarata da Israele l’ultimo obiettivo militare della guerra. Nonostante l’opposizione che trapela da forze armate e servizi di sicurezza, Netanyahu ordina di attaccare e occupare Gaza City, con combattimenti strada per strada.

Un milione di palestinesi che ci si erano rifugiati sono invitati ad andarsene: è l’ennesimo esodo di disperati. Il mondo condanna l’operazione. I familiari degli ostaggi accusano il premier israeliano di lasciare morire i propri cari. Ma l’attacco comincia e aumenta di intensità di giorno in giorno.

Palestinesi in fuga verso sud dopo l'intensificarsi dei raid israeliani al nord
Palestinesi in fuga verso sud dopo l'intensificarsi dei raid israeliani al nord (reuters)

Il bombardamento del Qatar

Tra un combattimento e l’altro, le trattative fra Israele e Hamas alla ricerca di un cessate il fuoco vanno avanti, sempre mediate da Usa, Egitto e Qatar. Il 9 settembre, mentre i leader in esilio di Hamas si riuniscono a Doha, la capitale del Qatar, che li ospita da anni, per esaminare l’ultima proposta di pace americana, Israele lancia un attacco missilistico contro l’edificio in cui si trovano: perdono la vita mezza dozzina di persone, i leader di Hamas apparentemente si salvano, ma le loro condizioni non sono chiare.

Alle proteste della comunità internazionale si aggiungono stavolta quella degli Stati Uniti, che hanno nel Qatar un alleato chiave in Medio Oriente: la più grande base militare Usa nella regione, sede di oltre 10 mila militari, si trova nel piccolo, ricchissimo emirato del Golfo Persico.

Il piano di pace di Trump

A questo punto, il 30 settembre, arriva il colpo di scena diplomatico: Trump presenta un piano di pace per Gaza e non solo, con la prospettiva di allargare all’Arabia Saudita gli Accordi di Abramo, la pace fra Israele e quattro Paesi arabi da lui mediata durante il primo mandato presidenziale.

Articolato in 20 punti, il piano prevede la liberazione di tutti i rimanenti 50 ostaggi israeliani (20 dei quali ancora vivi) nelle prime 72 ore dalla firma dell’accordo, la resa e il disarmo di Hamas, con un’amnistia o l’esilio per i combattenti che rinunciano alla guerra, l’insediamento di un “Board of Peace” presieduto dallo stesso Trump, coadiuvato dall’ex-premier britannico Tony Blair e composto in gran parte da esponenti arabi e palestinesi indipendenti, con il compito di governare Gaza durante una fase di transizione, avviandone la ricostruzione e lo sviluppo economico, mentre una polizia palestinese addestrata da Egitto e Giordania dovrebbe garantire la sicurezza.

Diversamente da quanto affermato in precedenza da Trump a proposito di una presunta “Riviera di Gaza”, la popolazione palestinese della Striscia potrà rimanerci a vivere o, chi decidesse di andarsene, avrà il diritto di tornare. Una volta che questa complessa fase venisse attuata, e che l’Autorità Nazionale Palestinese si riformasse con leader e strutture differenti, il piano afferma che ci sarebbero le condizioni per “incamminarsi verso l’autodeterminazione e uno stato palestinese”, riconosciuto come “una legittima aspirazione”.

Praticamente tutti i Paesi arabi e i più importanti Paesi islamici, tra cui Turchia, Pakistan e Indonesia, appoggiano l’iniziativa di Trump, così come tutti i leader europei e occidentali, una dozzina dei quali (tra i quali Regno Unito, Francia, Canada, Australia) hanno nel frattempo riconosciuto uno stato palestinese e altri (inclusa l’Italia) si dicono disposti a farlo non appena gli ostaggi saranno liberati e Hamas espulsa da Gaza.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, alla Casa Bianca
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, alla Casa Bianca (reuters)

Dopo un colloquio con Trump alla Casa Bianca, durante il quale telefona all’emiro del Qatar per scusarsi del raid missilistico, Netanyahu accetta il piano, pur affermando poi, appena rientra in patria, che “non ci sarà mai alcuno stato palestinese”. Qualche giorno dopo, Hamas accetta la parte del piano sul rilascio degli ostaggi e il trasferimento del governo di Gaza a un’entità palestinese indipendente, rimanendo nel vago sul disarmo.

Decine di imbarcazioni della Flotilla internazionale che voleva consegnare aiuti a Gaza vengono intercettate dalla Marina militare israeliana, gli equipaggi arrestati ed espulsi. Enormi manifestazioni pro-Pal riempiono le città italiane. “Speriamo che il piano americano vada in porto e assicuri almeno la fine della guerra”, dice una famiglia palestinese della Striscia, interpellata dalla Bbc, “perché noi non ne possiamo più”.

I commenti dei lettori