A Be’eri il tempo si è fermato: “Il mondo non dimentichi cosa è successo il 7 ottobre 2023”
dalla nostra inviata Francesca CaferriBE’ERI (SUD DI ISRAELE) – Due anni dopo, Miri Gad Messika non riesce ancora a camminare in alcune strade di Be’eri, il kibbutz nel Sud di Israele che i suoi nonni avevano fondato, 70 anni fa, e dove ha passato tutta la vita. «Quello è l’angolo dove sette dei miei amici sono stati uccisi a sangue freddo – ci spiega, fissandolo da lontano – gli uomini di Hamas volevano portarli a Gaza, ma non c’erano più macchine e gli hanno sparato. Non riesco a passarci. Ho la sensazione di calpestare i loro corpi», dice asciugandosi le lacrime.
Sono passati due anni, ma il 7 ottobre 2023 in Israele non è mai finito. Ovunque ci sono le foto con i volti degli ostaggi o scritte che invocano il loro ritorno. La televisione non ha mai smesso di trasmettere le immagini di quei giorni e ora c’è una novità: i film e le serie tv che ricostruiscono le storie delle vittime, come se la realtà da sola non bastasse. È così in tutto il Paese, ma qui dove tutto è cominciato siamo davanti ad altri livelli di dol…
BE’ERI (SUD DI ISRAELE) – Due anni dopo, Miri Gad Messika non riesce ancora a camminare in alcune strade di Be’eri, il kibbutz nel Sud di Israele che i suoi nonni avevano fondato, 70 anni fa, e dove ha passato tutta la vita. «Quello è l’angolo dove sette dei miei amici sono stati uccisi a sangue freddo – ci spiega, fissandolo da lontano – gli uomini di Hamas volevano portarli a Gaza, ma non c’erano più macchine e gli hanno sparato. Non riesco a passarci. Ho la sensazione di calpestare i loro corpi», dice asciugandosi le lacrime.
Sono passati due anni, ma il 7 ottobre 2023 in Israele non è mai finito. Ovunque ci sono le foto con i volti degli ostaggi o scritte che invocano il loro ritorno. La televisione non ha mai smesso di trasmettere le immagini di quei giorni e ora c’è una novità: i film e le serie tv che ricostruiscono le storie delle vittime, come se la realtà da sola non bastasse. È così in tutto il Paese, ma qui dove tutto è cominciato siamo davanti ad altri livelli di dolore, di rabbia e di incredulità. “I Love Be’eri”, recita la maglietta che indossa Gad Messika, a rimarcare l’appartenenza. Tami Baruch invece gira per le strade con una t-shirt con la foto dei figli: uno è stato ucciso il 7 ottobre, l’altro è stato rapito ed è morto nella Striscia: «Aspetto ancora il suo corpo», ci dice.
Miri Gad Messika, a destra, nei vialetti di Be’eri insieme alla portavoce del kibbutz, Michal Kfar
Be’eri è congelata nel tempo: tutto è fermo a quelle ore. Le case bruciate, i fori dei proiettili e delle esplosioni sulle pareti, le macchine ricoperte di polvere, le stoviglie sporche nei lavandini di case i cui abitanti non torneranno mai per lavarle perché sono morti: 102 persone delle 1.200 che vivevano qui sono state uccise il 7 ottobre 2023. 34 sono state portate a Gaza: quattro sono ancora lì, incluse nella lista dei “non vivi” che Israele spera di riportare a casa se e quando sarà firmato l’accordo con Hamas.
Gad Messika ha passato mesi a chiedersi come sia stato possibile che il suo nome, quello di suo marito e quelli dei loro figli non siano finiti in nessuna delle due liste. «Hanno provato a ucciderci quattro volte. La prima quando hanno tirato una granata sulla porta nella nostra safe room. La seconda quando hanno dato fuoco alla casa. La terza quando hanno sparato sulla casa degli amici dove ci eravamo rifugiati dopo essere saltati fuori dalle nostre finestre. Infine di notte, quando il pullman su cui ci stavano evacuando è finito sotto il fuoco dei terroristi». È ancora viva, e la spiegazione che ha trovato per questo è semplice e assoluta. «Se sono qui è per raccontare. Perché il mondo non possa dimenticare quello che è accaduto».
I fori dei proiettili in una delle abitazioni assaltate
Dimenticare. È una parola che ossessiona Israele questa, e che a Be’eri si fa più urgente e più dolorosa. Mentre camminiamo nelle strade del kibbutz i bombardamenti dall’altra parte del confine si sentono chiarissimi. Nonostante la possibilità di un cessate il fuoco a breve, l’Idf continua a colpire il Nord della Striscia, che da qui dista solo cinque chilometri: sui cellulari arrivano i numeri e i volti dei palestinesi uccisi.
Gad Messika non chiude gli occhi - come sta facendo da mesi la maggior parte del Paese - e neanche ripete le accuse di antisemitismo che il primo ministro Benjamin Netanyahu lancia contro chiunque osi protestare. «Io sono certa che stiano succedendo cose orrende lì – ci dice - ma sono certa anche che alcune cose siano montate ad arte da Hamas. Non abbiamo iniziato noi questa guerra. Non è territorio conteso, questo. E questo chi oggi critica Israele non dovrebbe dimenticarlo. Qui ci abitava gente di sinistra, pacifisti, che cercavano di aiutare la gente di Gaza: guardate come siamo stati ripagati».
Mentre parla, il suo sguardo si posa sulla casa di Vivien Silver, 74 anni, uno dei volti più noti del pacifismo israeliano, bruciata viva nella sua casa.
Nelle case di chi è stato ucciso due anni fa il tempo si è congelato: i piatti sporchi rimasti nel lavandino
Nel nome di Silver e degli altri 101 morti di Be’eri, di quelli di Kfar Azza, di Nir Oz e di tutti gli altri, Israele si fermerà oggi. Lungo la statale 232, la strada della morte, dove centinaia di ragazzi in fuga dal Nova Festival furono uccisi, ci sono già candele accese e fiori. Sull’asfalto si vedono ancora i segni delle auto bruciate. Da queste parti il pellegrinaggio da due anni non si è mai fermato. Ovunque c’è gente che piange: i morti di quei giorni e quelli dei mesi che sono seguiti. Ma anche il Paese che non c’è più.
«Niente di ciò che è successo dopo può lenire le ferite o alleviare il trauma – scriveva ieri su Maariv Ben Caspit, uno dei più importanti commentatori israeliani -. Lo Stato di Israele, fondato unicamente perché ci fosse un posto al mondo in cui gli ebrei potessero vivere protetti, ha fallito nel suo compito. Questa infamia resterà nella nostra memoria per sempre». Assieme ad essa, resterà il solco che la reazione senza freni alla strage ha scavato fra Israele e il resto del mondo: ma di questo, oggi, nessuno qui ha voglia di parlare.