I dati politici e quelli economici confermano come la Francia sia ormai diventata la grande malata di un’Europa che già di per sé non è certo in buona salute. Ma la crisi nel giro di dodici ore dell’ennesimo primo ministro nominato dal presidente Macron ci dice anche che siamo di fronte ad una malattia che è psichica prima ancora che fisica. «Avete il potere di sfiduciare questo governo, ma non avete il potere di ignorare la realtà», aveva avvertito profeticamente il penultimo premier, François Bayrou, rivolgendosi ai deputati che stavano per mandarlo a casa. Questo accecamento politico sembra aver ormai contagiato non solo il Parlamento ma gli stessi vertici del Paese, visto che Macron ha dato l’incarico ad un nuovo fedele, Sébastien Lecornu, che ha presentato un governo fotocopia di quello bocciato meno di un mese fa.
Strano destino, quello di Emmanuel Macron, eletto per la prima volta presidente nel 2017 in un quadro di totale disfacimento dei partiti tradizionali e che ora rischia…
I dati politici e quelli economici confermano come la Francia sia ormai diventata la grande malata di un’Europa che già di per sé non è certo in buona salute. Ma la crisi nel giro di dodici ore dell’ennesimo primo ministro nominato dal presidente Macron ci dice anche che siamo di fronte ad una malattia che è psichica prima ancora che fisica. «Avete il potere di sfiduciare questo governo, ma non avete il potere di ignorare la realtà», aveva avvertito profeticamente il penultimo premier, François Bayrou, rivolgendosi ai deputati che stavano per mandarlo a casa. Questo accecamento politico sembra aver ormai contagiato non solo il Parlamento ma gli stessi vertici del Paese, visto che Macron ha dato l’incarico ad un nuovo fedele, Sébastien Lecornu, che ha presentato un governo fotocopia di quello bocciato meno di un mese fa.
Strano destino, quello di Emmanuel Macron, eletto per la prima volta presidente nel 2017 in un quadro di totale disfacimento dei partiti tradizionali e che ora rischia di essere travolto da quello stesso disagio collettivo che lo aveva portato all’Eliseo. Doveva costituire l’argine del buon senso di fronte alla marea montante dell’estrema destra populista e anti-Ue guidata da Le Pen. Ora si trova assediato non solo dai lepenisti, diventati ormai primo partito, ma anche da una sinistra populista e ugualmente antieuropea che è venuta crescendo sotto la sua presidenza.
L’aspetto più paradossale è che in questi otto anni alla guida della Francia Macron è stato senza ombra di dubbio il leader più carismatico d’Europa. E’ il suo telefono quello che tutti i Grandi della terra chiamano quando, sempre più raramente, vogliono capire quale sia lo stato d’animo della Ue. Per Putin o per Trump, che certo non lo amano, ma anche per il britannico Starmer che invece si dice suo amico, è Macron il punto di riferimento del Vecchio Continente. Mentre la sua popolarità in Francia andava via via scemando, la sua figura internazionale è sempre più cresciuta, anche perché è stato l’unico tra i leader dei Ventisette ad esprimere con forza e con insistenza una idea politica e valoriale di Europa.
Di tutto ciò, ai francesi, non importa più nulla. E anche questo è il segno di quanto la malattia d’Oltralpe abbia trasformato la coscienza collettiva di un popolo che sembra aver smarrito la propria identità. Da de Gaulle in poi, i presidenti francesi hanno sempre tradotto la loro statura internazionale in dividendo politico interno. Il gollismo stesso, durato per molti decenni dopo la morte del generale, è stato un movimento definito da una certa idea e proiezione della Francia sulla scena mondiale. Anche Mitterrand, anche Giscard d’Estaing, hanno riscosso sul piano interno i frutti dell’immagine positiva che si erano costruiti sul piano internazionale. Oggi, sicuramente, non è più così. Anzi, sembra che stia avvenendo il contrario.
Le professioni di fede europeista, la tensione etica e politica che hanno reso grande Macron in Europa si ritorcono contro di lui agli occhi della maggioranza del popolo francese. Il suo prestigio internazionale diventa un disvalore in patria. La sua capacità di guardare ad un futuro comune oltre i confini dell’Esagono appare come un tradimento.
Sicuramente il presidente francese ha delle responsabilità nella crisi politica che ora minaccia di travolgerlo. Non ultima, quella di aver molto predicato di Europa senza mai tradurre queste belle parole in fatti concreti.
Ma la crisi di Macron è anche e prima di tutto la crisi di un Paese la cui pancia, irrazionale e perennemente arrabbiata, è cresciuta a dismisura rispetto ad un cervello che si è andato via via indebolendo e che non riesce più a tenere a freno gli istinti autodistruttivi del proprio ventre.
In democrazia, questo distacco progressivo tra il potere e l’opinione pubblica si risolve normalmente chiamando i cittadini alle urne. Tuttavia per Macron, che comunque non potrebbe ricandidarsi, il problema non è così semplice. Perché il Paese appare spaccato in tre tronconi tra una estrema destra, che rivendica una maggioranza relativa, un centro democratico ma sempre più diviso, e un’estrema sinistra che non vuole più fare da stampella all’establishment. In questo quadro, vagamente schizofrenico, è praticamente impossibile formare un governo che abbia una maggioranza, anche se lo si affidasse, come è già accaduto in passato, alle forze di opposizione instaurando una diarchia ai vertici dello Stato.
Ma in un Paese che non ha più una visione condivisa di sé e del proprio destino, anche indire elezioni presidenziali anticipate sarebbe un rischio enorme perché accentuerebbe ulteriormente la polarizzazione tra posizioni inconciliabili. Prima che politica ed economica, la crisi della Francia è la crisi della democrazia. C’è il rischio concreto che nessuna delle due riesca a superarla.