GERUSALEMME – A Gaza la festa comincia quando le bombe ancora cadono e la gente muore. Straripa dai bordi della prudenza, nonostante caccia e droni ronzino sopra la testa dei gazawi. E travalica la realtà dei fatti, per cui la fase uno di un accordo molto complicato diventa subito «la fine della guerra», il termine della notte atteso da due anni. Troppa la voglia di alzare le braccia al cielo, di ritrovarsi tutti per strada sin dalla mattina di ieri, ancor prima che il cessate il fuoco venga ufficialmente dichiarato. Dei giovani armati sparano colpi di Ak-47 in aria, si canta tra la polvere, si suona il darbuka, il tamburo arabo, i clacson strillano come dopo le vittorie, i gazawi saltano sui tetti delle auto, si fanno video-selfie che saturano i social, perché anche il mondo festeggi con loro.
Sollievo ma anche sospetto, gioia impastata di dubbi. I palestinesi non si fidano di Netanyahu: già l’hanno sperimentata la facilità con cui il primo ministro di Israele a marzo ha rotto unilateralmente la tregua, costringendo centinaia di migliaia di persone a fuggire dai ruderi delle case cui erano appena tornati.
Su un cumulo di immondizia, all’ingresso del campo profughi di al-Maghazi, centro della Striscia, Khaled Masoud è contento. «Il bagno di sangue sta per finire, gli israeliani smetteranno di ucciderci, e io voglio tornare nella mia casa di Gaza City». Masoud è consapevole che il piano elaborato dagli uomini di Trump e modificato da Netanyahu a lungo termine non sarà un buon affare per la Palestina, perché di fatto concede poco e niente all’autodeterminazione del suo popolo. «Lo sappiamo, ma ha l’effetto non trascurabile di salvarci la vita. E non credo che Netanyahu lo violerà perché questa volta l’accordo è garantito da Usa, Egitto, Qatar e Turchia».
Hossam Almoghanni, 44 anni, padre di quattro figli, vive in una tenda lungo la strada principale, la Salah al-Din. La sua reazione è fatta di respiri. «Finalmente respiro profondamente, non ci riuscivo più da un po’ di tempo, mi sentivo compresso». Di Masoud condivide la sensazione di sollievo, ma non l’ottimismo. «Forse Netanyahu, dopo aver ripreso i rapiti, bombarderà», profetizza, con un filo di voce. «Nessuno lo fermerà, soprattutto non lo fermerà il suo amico Trump». Respiri e sospiri.
I raid che battono la Striscia, per fermare gli sfollati che tentano già di tornare a nord e per colpire i bersagli indicati dai comandi militari, non aiutano la fiducia collettiva. Ieri altri 27 morti, mentre il governo di Israele vota l’intesa con Hamas. «L’artiglieria e gli attacchi non si sono interrotti», grida al telefono il sarto Kamal al-Haddad, 47 anni, quando il sole è tramontato su questa prima giornata a metà, metà tregua, metà guerra. «Hanno appena bombardato la casa della famiglia Ghabboun a nord di Gaza City, quattro morti... se l’esercito israeliano viola il cessate il fuoco già adesso, cosa farà quando avranno recuperato gli ostaggi?». Una buona domanda, da girare a Netanyahu e ai suoi ministri messianici.
Dei giornalisti palestinesi al buio vagano tra i palazzi, nelle strade prive di internet, urlando alla gente che la guerra è finita. Qualcuno fa il carosello con la bandiera italiana. I bambini ballano tra le macerie. Suhaila Borsh, 48 anni, vive in tenda con i quattro figli. Il marito è stato ucciso dieci mesi fa, e il figlio maggiore Hussein, 22 anni, è detenuto in Israele. Racconta di aver «atteso con sete» la notizia. «Con sete», dice così, assetata di pace. «La tregua è vitale, significa che riaprono i valichi, compreso Rafah, arriverà il cibo. Speriamo di ricominciare a mangiare». Interrogata sulla possibilità che questa tregua, come sostiene Hamas, sia davvero la fine del conflitto, Suhaila è scettica. «Ho paura sia una trappola. Prenderanno gli ostaggi e poi ci colpiranno di nuovo».
Per Fahmi Alrifi è «50 e 50»: 50 per cento la guerra è terminata, 50 per cento è «una pausa tattica». Trentasette anni, padre di tre figli, Alrifi abita con 18 parenti. «Hamas e Israele hanno concordato solo la prima fase, relativa a prigionieri e ostaggi. Le altre fasi saranno molto più complicate», osserva. Il giovane Wael Shorbasi, poco più che adolescente, si concentra invece sul pollo futuro. «Da mesi non mangiamo carne di pollo», dice, sorridendo. «Adesso potremo farlo. E torneremo a giocare a calcio, perché le tende saranno tolte dai campi».
(ha collaborato Sami Abu Salem)