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Trump sarà in Egitto per incassare l’ultimo sì: “Poi lavorerò a Iran e Ucraina”

Trump sarà in Egitto per incassare l’ultimo sì: “Poi lavorerò a Iran e Ucraina”
(reuters)

Il presidente Usa celebra l’intesa su Gaza, ma già anticipa le prossime mosse: “Non ritiro i soldati dall’Europa”. Sulla Spagna: “Potremmo cacciarla dalla Nato”

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New York - Adesso l’Iran e l’Ucraina. Certo l’accordo su Gaza è importante, Trump si aspetta la liberazione degli ostaggi tra lunedì e martedì, e prepara un viaggio in Egitto e Israele per celebrarlo. Però l’obiettivo ancora più ambizioso, che davvero meriterebbe il Nobel per la Pace oggi o in futuro, è costruire un nuovo paradigma per il Medio Oriente, allargando a tutti gli Accordi di Abramo e coinvolgendo Teheran.

Lo ha ammesso lo stesso presidente, parlando durante la riunione del suo gabinetto alla Casa Bianca: "L’attacco all’Iran è stato importante per raggiungere l’accordo su Gaza". Quindi ha aggiunto: "L’Iran vuole lavorare sulla pace, noi lavoreremo con l’Iran".

Discorso simile per l’Ucraina: “Non intendo ritirare le truppe americane dall’Europa - ha detto Trump - anche se potremmo cacciare la Spagna perché non investe abbastanza in difesa. Pero’ sono pronto ad imporre nuove sanzioni alla Russia: chiuderemo anche questa guerra”.

Trump ha ringraziato i leader di Qatar, Egitto e Turchia per la mediazione, elogiando in particolare Erdogan: "E’ stato coinvolto nei rapporti con Hamas, grandioso". Ha scherzato poi sul premier israeliano Netanyahu: "Penso che Bibi sia molto popolare in questo momento, molto più di quanto non lo fosse prima dell'accordo". Ha confermato di essere stato invitato a parlare alla Knesset, dando la disponibilità: "Se me lo chiederanno lo farò". Se le visite mediche che ha in programma oggi all’ospedale militare Walter Reed non lo fermeranno, "proverò ad andare in Egitto per la firma ufficiale dell’accordo" e poi nello Stato ebraico.

Facendosi più serio, ha riconosciuto le difficoltà esistenti: "I corpi di alcuni ostaggi saranno difficili da trovare". Ma resta l’obiettivo: "Prima facciamo tornare gli ostaggi, era quello che tutti volevano. Poi discuteremo di disarmo, ritiro e le altre venti cose che devono accadere". Inclusa la ricostruzione: "Creeremo una Gaza dove la gente potrà vivere. I paesi arabi si faranno avanti per ricostruire". L’Onu denuncia che finora è riuscita a trasportare solo il 20% degli aiuti umanitari necessari, ma ha 170mila tonnellate di beni pronte alla consegna.

Il Pentagono, secondo l’Associated Press, è pronto anche a mobilitarsi per la tregua: “Gli Stati Uniti stanno inviando circa 200 soldati in Israele per supportare e monitorare l'accordo di cessate il fuoco a Gaza, come parte di un team che include nazioni partner, organizzazioni non governative e attori del settore privato, hanno dichiarato giovedì funzionari statunitensi. I funzionari, che hanno parlato in condizione di anonimato per discutere dettagli la cui divulgazione non è stata autorizzata, hanno affermato che il Comando Centrale degli Stati Uniti istituirà un "centro di coordinamento civile-militare" in Israele che contribuirà a facilitare il flusso di aiuti umanitari, nonché l'assistenza logistica e di sicurezza nel territorio devastato da due anni di guerra”.

Per il futuro, Trump non si è impegnato sui due Stati: "Non ho una visione, seguirò ciò che le parti hanno concordato". Il segretario generale dell’Onu Guterres, offrendo completo appoggio per l’applicazione dell’intesa, lo ha però avvertito: "Sia per gli israeliani che per i palestinesi, questo accordo offre un barlume di sollievo. Quel barlume deve diventare l'alba della pace, l'inizio della fine di questa guerra devastante. Esorto tutti a cogliere questa epocale opportunità per tracciare un percorso politico credibile. n percorso verso la fine dell'occupazione, il riconoscimento del diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese e il raggiungimento della soluzione dei due Stati".

Il segretario di Stato Rubio ha rivelato che "la svolta c'è stata meno di due settimane fa, con l'incontro all'Onu tra il presidente e i Paesi arabi e musulmani, e quello successivo con Netanyahu". Non c’è dubbio che lo stile diretto, irrituale e in qualche caso abrasivo di Trump abbia rappresentato l’elemento chiave dell’intesa, al punto che secondo Washington Post meriterebbe il Nobel. Incluse le pressioni che solo lui poteva esercitare sul premier israeliano, in particolare dopo il bombardamento di Doha, seguite al via libera militare dei mesi scorsi, che ha contribuito a piegare Hamas. Ora però bisogna costruire sul risultato iniziale, per fare in modo che dalla prima fase si riesca a passare davvero alla seconda, quando non ci saranno più gli ostaggi da sfruttare, ma da una parte dovrà avvenire il disarmo, mentre dall’altra iniziare il ritiro.

Trump però guarda già oltre. Vuole allargare gli Accordi di Abramo all’Arabia, cosa che aveva spinto l’Iran a fomentare l’attacco di Hamas il 7 ottobre, e magari coinvolgere proprio Teheran, creando le condizioni per una pace mai vista prima in Medio Oriente.

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