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Pioggia, droni e la lezione di Napoleone: il cielo in Donbass si svuota e i russi vanno all’attacco

(afp)

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L’autunno ucraino, storicamente un ostacolo per gli eserciti, oggi blocca l’utilizzo delle armi a pilotaggio remoto e permette ai militari di Mosca di riprendere gli attacchi con i tank agli avamposti di Kiev
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Nel Donbass è arrivata la pioggia e i russi tornano all’assalto. Per secoli nelle pianure ucraine i temporali autunnali hanno fermato gli eserciti, trasformando le strade in canali di fango che imprigiona le ruote: Napoleone e Hitler hanno dovuto fare i conti con questa barriera naturale. Adesso è cambiato tutto: il maltempo blocca i droni che dominano il campo di battaglia e permette ai generali di Mosca di rinvigorire l’offensiva. “Non siamo ancora nella stagione dei diluvi – ha spiegato alla testata Twz il colonnello Arsen “Lemko” Dmytryk, capo di stato maggiore della Azov - ma il nemico aspetta i giorni di pioggia perché il cielo si svuota”. Senza l’ostacolo delle macchine alate, i russi tirano fuori i tank tenuti nascosti durante l’estate e vanno alla carica degli avamposti di Kiev, mettendo in crisi le difese in più punti.

Da inizio ottobre il Cremlino sta modificando le direttrici d’attacco. L’obiettivo però è identico: espugnare il territorio del Donetsk rimasto in mano a…

Nel Donbass è arrivata la pioggia e i russi tornano all’assalto. Per secoli nelle pianure ucraine i temporali autunnali hanno fermato gli eserciti, trasformando le strade in canali di fango che imprigiona le ruote: Napoleone e Hitler hanno dovuto fare i conti con questa barriera naturale. Adesso è cambiato tutto: il maltempo blocca i droni che dominano il campo di battaglia e permette ai generali di Mosca di rinvigorire l’offensiva. “Non siamo ancora nella stagione dei diluvi – ha spiegato alla testata Twz il colonnello Arsen “Lemko” Dmytryk, capo di stato maggiore della Azov - ma il nemico aspetta i giorni di pioggia perché il cielo si svuota”. Senza l’ostacolo delle macchine alate, i russi tirano fuori i tank tenuti nascosti durante l’estate e vanno alla carica degli avamposti di Kiev, mettendo in crisi le difese in più punti.

Da inizio ottobre il Cremlino sta modificando le direttrici d’attacco. L’obiettivo però è identico: espugnare il territorio del Donetsk rimasto in mano agli ucraini, quello che Vladimir Putin ha preteso nel negoziato ferragostano con Donald Trump. Viene protetto da una catena di città-fortezza: Kramatorsk, Sloviansk, Pokrovsk, Kostyantynivka e Druzhkivka. Dalla secessione del 2014 sono state dotate di bunker, rifugi sotterranei e sbarramenti di mine, che oppongono una resistenza formidabile. Pokrovsk è sotto assedio da un anno e, nonostante qualche incursione nelle periferie, i russi sono ancora a tredici chilometri di distanza.

Negli ultimi giorni però in tutta la regione sono stati rasi al suolo gli impianti elettrici, interrompendo luce e riscaldamento: giovedì è stata ordinata l’evacuazione delle famiglie con bambini e degli anziani da gran parte di Kramatorsk, la capitale ucraina della regione, e da Sloviansk. Anche ieri nelle due città ci sono stati bombardamenti devastanti con le Grom, i nuovi ordigni plananti che permettono ai caccia di Mosca di colpire da oltre cento chilometri: ognuna ha un’ogiva con oltre trecento chili di esplosivo. I droni pilotati tramite i cavi in fibra ottica si accaniscono contro i mezzi dei rifornimenti: ci sono filmati di strade costellate di veicoli incendiati. Il messaggio è chiaro: senza cibo, corrente e termosifoni, tutti gli abitanti ucraini saranno costretti ad andarsene mentre i palazzi vengono sbriciolati uno a uno. Pokrovsk, Kostyantynivka e Kupiansk sono già città fantasma.

Davanti al muro del Donetsk, i generali di Putin ora sembrano avere spostato le truppe migliori più a sud, cercando un varco nella pianura della confinante regione di Dnipropretovsk, priva di fortificazioni. E’ una manovra con una doppia valenza. Può tagliare definitivamente le arterie verso Kramatorsk e allo stesso tempo dare man forte all’offensiva verso Zaporizhzhia, che continua a guadagnare terreno. Dal primo ottobre – stando alle valutazioni dell’analista polacco Konrad Muzyka – in questo pezzo di fronte i russi hanno già conquistato 81 chilometri quadrati.

Non è l’unico allarme. L’intera linea viene tenuta sotto pressione e quando le avanguardie individuano una zona sguarnita scattano in avanti. Giovedì, approfittando del maltempo che ha messo fuori gioco i droni, c’è stata una serie di assalti corazzati per incunearsi nelle difese. Due colonne di tank e blindati si sono lanciate contro Volodymyrivka: la prima è stata bloccata; la seconda è riuscita a trasferire nel villaggio una settantina di soldati. Più a nord un’irruzione simile è stata tentata a Novoselivka: due cingolati sono stati distrutti, gli altri si sono ritirati. C’è la convinzione che insisteranno nelle prossime ore. “Usano i tank e gli altri veicoli corazzati per aprire un buco – ha sottolineato il il colonnello Arsen “Lemko” Dmytryk, che ha coordinato il contrattacco ucraino delle scorse settimane -. In testa alle colonne c’è un singolo carro armato, che ha vomeri per neutralizzare le mine e contromisure elettroniche per disturbare i droni, seguito da cinque-sei blindati su ruote o cingoli. Poi mandano nella breccia fanti sui fuoristrada o sulle motociclette per occupare stabilmente le postazioni”.

Maggior successo i russi hanno ottenuto a nord: a Kupyansk, dove ormai si stanno impossessando di interi quartieri e la cittadina è già stata superata da alcuni reparti. Tra loro e l’autostrada Kharkiv-Kramatorsk, che dista circa cinquanta chilometri, non ci sono più ostacoli. Una tenaglia, che si chiude lentamente per soffocare il Donetsk.

Gli ucraini combattono con determinazione. Due brigate sono state spedite dalla frontiera bielorussa all’area degli scontri. Il prezzo pagato in termini di caduti e di equipaggiamenti da Kiev è inferiore a quello di Mosca, ma è comunque alto. Dopo 44 mesi di guerra rimpiazzare i soldati è sempre più difficile mentre gli ordigni balistici e ipersonici russi ogni notte piombano sulle industrie militari. La contraerea ne abbatte sempre di meno, perché i meccanismi decisi dall’amministrazione Trump rallentano le consegna di munizioni per le batterie terra-aria e l’Europa non è in grado di fornirle. Giovedì notte un solo missile Patriot è stato lanciato per difendere le fabbriche della capitale.

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