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In arrivo contingente americano per la forza mista con gli arabi

(reuters)

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Le prime unità arabe avranno un compito prioritario: collaborare al recupero dei corpi degli ostaggi israeliani, rimuovendo le macerie di palazzi e tunnel bombardati che impediscono di raggiungere le loro prigioni
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Subito una task force, composta da pochissimi Paesi: Egitto, Qatar, Turchia e forse Emirati. Poi nel giro di 6 settimane scenderà in campo una forza di stabilizzazione più corposa. Con un’unica certezza: il coordinamento dell’operazione per tutelare la pace a Gaza verrà gestito dagli americani, che rappresentano la migliore garanzia per ottenere dagli israeliani il rispetto degli accordi. Il Pentagono sta allestendo un comando centrale fuori dalla Striscia – al momento nello Stato ebraico, poi forse sarà trasferito in Egitto o in Qatar – con duecento militari a cui si aggregheranno ufficiali egiziani, turchi e qatarioti. Il resto è tutto da definire e va fatto di corsa, per dare sollievo alla popolazione stremata e impedire ad Hamas di rialzare la testa.

Le prime unità arabe avranno un compito prioritario: collaborare al recupero dei corpi degli ostaggi israeliani, rimuovendo le macerie di palazzi e tunnel bombardati che impediscono di raggiungere le loro prigioni. Ma si dovranno occu…

Subito una task force, composta da pochissimi Paesi: Egitto, Qatar, Turchia e forse Emirati. Poi nel giro di 6 settimane scenderà in campo una forza di stabilizzazione più corposa. Con un’unica certezza: il coordinamento dell’operazione per tutelare la pace a Gaza verrà gestito dagli americani, che rappresentano la migliore garanzia per ottenere dagli israeliani il rispetto degli accordi. Il Pentagono sta allestendo un comando centrale fuori dalla Striscia – al momento nello Stato ebraico, poi forse sarà trasferito in Egitto o in Qatar – con duecento militari a cui si aggregheranno ufficiali egiziani, turchi e qatarioti. Il resto è tutto da definire e va fatto di corsa, per dare sollievo alla popolazione stremata e impedire ad Hamas di rialzare la testa.

Le prime unità arabe avranno un compito prioritario: collaborare al recupero dei corpi degli ostaggi israeliani, rimuovendo le macerie di palazzi e tunnel bombardati che impediscono di raggiungere le loro prigioni. Ma si dovranno occupare anche di proteggere la distribuzione degli aiuti, un elemento determinante per restituire la speranza ai palestinesi. La seconda fase della missione – che potrebbe partire entro metà novembre – sarà una sfida senza precedenti: a Gaza è stato distrutto tutto e ci sono ordigni seminati ovunque. Vanno ricostruite la rete idrica, elettrica, telefonica, stradale e almeno inizialmente toccherà ai reparti di genieri farsene carico. Bisogna tornare a dare assistenza medica, ricorrendo ad ospedali da campo. E riportare la sicurezza, bloccando il riarmo dei miliziani e le irruzioni dell’esercito israeliano.

L’articolo 6 dell’intesa prevede che le nazioni del grande contingente dovranno essere accettate da Hamas e dallo Stato ebraico. Si sta cercando di coinvolgere Paesi arabi o comunque musulmani come Marocco, Giordania, Azerbaijan, Indonesia, Bangladesh. Soltanto l’Egitto può però schierare forze qualificate ed esperte, con il vantaggio di essere confinante. Una presenza significativa di Ankara potrebbe invece subire il veto del governo Netanyahu, limitando l’intervento a gruppi di supporto e personale sanitario. Lo stesso discorso vale per i pakistani. E non è detto che l’offerta di truppe francesi e spagnole possa essere gradita agli israeliani. Infine non vanno esclusi contributi sudamericani, ad esempio dall’Argentina, o asiatici, dalle Filippine.

Mettere insieme una compagine eterogenea ne complica inevitabilmente l’efficienza, mentre a Gaza ne servirà tanta. La missione ha un’altra serie di incognite da risolvere in fretta. Anzitutto la catena di comando: chi deciderà cosa fare? Poi vanno stabilite le regole di ingaggio: in quali condizioni sarà previsto l’uso delle armi? E come si potrà rispondere alle eventuali violazioni della tregua da parte israeliana? Senza chiarezza su questi capisaldi si rischia di creare la brutta copia delle spedizioni Onu, con la prospettiva di ritrovarsi in uno scenario simile alla Mogadiscio del 1993: i caschi blu assistevano senza intervenire alle razzie delle milizie in una metropoli dove mancava tutto. O a quello di Unifil sul confine libanese, che non ha il potere di agire nei confronti di Hezbollah né di reagire alle aggressioni dello Stato ebraico. Infine ci sarà da inventare l’autorità palestinese che amministrerà la Striscia e di conseguenza i suoi apparati di sicurezza: per quest’ultimo incarico si conta sulla competenza dei carabinieri per guidare un pool di istruttori europei e arabi destinati a formare da zero il corpo di gendarmeria locale: uomini a cui toccherà difendere gli abitanti da qualsiasi minaccia.

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