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Israele ritira l’esercito e minaccia Hamas: “Disarmi o l’Idf tornerà”

(ansa)

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I gazawi sono morti fino all’ultimo minuto. Diciassette i decessi per effetto dei raid israeliani ordinati nelle 24 ore che hanno preceduto l’entrata in vigore del cessate il fuoco, nonostante l’accordo fosse già stato annunciato
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GERUSALEMME – Mezzogiorno di pace. Alle dodici di ieri, ora di Gaza City, il fuoco è cessato nella Striscia di Gaza e, contemporaneamente, è partito il conto alla rovescia delle 72 ore concesse a Hamas per riconsegnare tutti gli ostaggi, in nome della fase uno dell’accordo siglato a Sharm el-Sheikh e approvato dal governo Netanyahu. La pioggia di bombe si è interrotta nel 735 esimo giorno della guerra scatenata da Israele contro Hamas in risposta al pogrom del 7 ottobre, e diventata, di fatto, la punizione collettiva di un intero popolo. Che ieri, ancor prima dell’ufficialità dell’inizio della tregua, si è rimesso in cammino, per tornare al nord, a quei ruderi e mucchi di macerie che una volta chiamava case.

Alla stessa ora, le dodici, l’esercito israeliano ha completato l’arretramento dietro la Linea Gialla, tracciata sulla mappa dal Piano Trump. Che sia il frutto di colloqui tra lui e Netanyahu lo si capisce dal fatto che le truppe, durante la riconsegna degli ostaggi, non saranno n…

GERUSALEMME – Mezzogiorno di pace. Alle dodici di ieri, ora di Gaza City, il fuoco è cessato nella Striscia di Gaza e, contemporaneamente, è partito il conto alla rovescia delle 72 ore concesse a Hamas per riconsegnare tutti gli ostaggi, in nome della fase uno dell’accordo siglato a Sharm el-Sheikh e approvato dal governo Netanyahu. La pioggia di bombe si è interrotta nel 735 esimo giorno della guerra scatenata da Israele contro Hamas in risposta al pogrom del 7 ottobre, e diventata, di fatto, la punizione collettiva di un intero popolo. Che ieri, ancor prima dell’ufficialità dell’inizio della tregua, si è rimesso in cammino, per tornare al nord, a quei ruderi e mucchi di macerie che una volta chiamava case.

Alla stessa ora, le dodici, l’esercito israeliano ha completato l’arretramento dietro la Linea Gialla, tracciata sulla mappa dal Piano Trump. Che sia il frutto di colloqui tra lui e Netanyahu lo si capisce dal fatto che le truppe, durante la riconsegna degli ostaggi, non saranno nella zona cuscinetto lungo il confine come nel gennaio scorso ma rimangono ben in profondità nella Striscia, a controllare un’area che lambisce le città maggiori e che si estende per il 53 per cento del territorio.

I gazawi sono morti fino all’ultimo minuto. Diciassette i decessi per effetto dei raid israeliani ordinati nelle 24 ore che hanno preceduto l’entrata in vigore del cessate il fuoco, nonostante l’accordo fosse già stato annunciato. Anche il riposizionamento dei soldati e dei blindati israeliani è stato accompagnato con fuoco e bombardamenti di copertura, mentre il comando ordinava alla popolazione di stare alla larga dai militari. È la fase uno dell’accordo, che prevede, da domenica, anche l’ingresso di 600 camion di aiuti umanitari al giorno, gestiti e distribuiti dalle agenzie dell’Onu. Solo nella fase due, se mai Israele e Hamas troveranno l’intesa sulla smilitarizzazione di Gaza ed entrerà in funzione la cosiddetta “forza internazionale di stabilizzazione”, i soldati di Israele si sposteranno più indietro. Ma sempre, comunque, dentro.

«Hamas sarà disarmata e Gaza sarà demilitarizzata, se non nel modo morbido, allora nel modo duro», minaccia Netanyahu in un lungo messaggio alla nazione che è la sua replica a chi lo critica per come ha condotto la battaglia e a chi, adesso, gli chiede conto della «vittoria totale» che va promettendo da due anni. «L’esercito rimarrà a Gaza fino a quel momento. Una combinazione di pressione diplomatica e militare ha isolato Hamas costringendolo all’accordo, bisogna ringraziare anche gli Usa».

Il primo ministro fa capire che se tutte le condizioni stabilite non saranno rispettate è pronto a far ripartire l’artiglieria, nonostante le garanzie che Stati Uniti e Qatar hanno dato ad Hamas. Anche Yechiel Leiter, l’ambasciatore israeliano a Washington, dice che la tregua si romperà, se i miliziani non molleranno i fucili, i lanciarazzi e gli esplosivi.

«Il disarmo farà parte di una discussione più ampia», frena Naim Basem, uno dei dirigenti del gruppo islamista. «Siamo però pronti a farci da parte per quanto riguarda il governo di Gaza, ma rimanendo sul posto». E non stanno perdendo tempo: già ieri, nelle zone urbane abbandonate dall’esercito, sono riapparsi i poliziotti di Hamas. Per ora pochi, ma in divisa. E sui canali telegram vicini al movimento armato è stato pubblicato un annuncio che suona come l’inizio di una resa dei conti. «I servizi di sicurezza di Gaza lanciano una campagna per trovare e punire chiunque sia stato coinvolto nei posti di blocco illegali o nel saccheggio dei cittadini. Chi ha collaborato con gli occupanti nei due anni di guerra si deve arrendere entro 48 ore».

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