✕

Michael Walzer: “Se Trump è un pacificatore ora pensi a costruire un percorso di convivenza”

Ascolta l'audio

Il teorico della “guerra giusta”: “Un sollievo che le armi si siano fermate, ma manca una visione”
2 minuti di lettura

Il momento è cruciale, ma è troppo presto per parlare di pace in Medio Oriente; figuriamoci di Nobel a Donald Trump. Certo, è un sollievo sapere che i bombardamenti su Gaza sono fermi ed entro un paio di giorni gli ostaggi torneranno liberi. È molto importante: ma per arrivare alla pace in quella parte di mondo, ancora ce ne vuole». Michael Walzer, l’influente filosofo che teorizzò il concetto di “guerra giusta”, è da oltre mezzo secolo la figura di riferimento della sinistra americana. Un anno fa ha pubblicato Che cosa significa essere liberal, il suo “libro — testamento”. Dall’alto dei suoi 90 anni, ancora lucido e informato, dice di guardare con sgomento al Paese guidato da Trump: «Non è più la mia America».

Come si costruire la pace fra palestinesi e israeliani?

«Serve una visione, un progetto politico, sociale ed economico. E bisogna studiare un percorso di convivenza. Purtroppo, visto che a guidare questo processo ci sono Donald Trump e Bibi Netanyahu, figure che disprezzo, io r…

Il momento è cruciale, ma è troppo presto per parlare di pace in Medio Oriente; figuriamoci di Nobel a Donald Trump. Certo, è un sollievo sapere che i bombardamenti su Gaza sono fermi ed entro un paio di giorni gli ostaggi torneranno liberi. È molto importante: ma per arrivare alla pace in quella parte di mondo, ancora ce ne vuole». Michael Walzer, l’influente filosofo che teorizzò il concetto di “guerra giusta”, è da oltre mezzo secolo la figura di riferimento della sinistra americana. Un anno fa ha pubblicato Che cosa significa essere liberal, il suo “libro — testamento”. Dall’alto dei suoi 90 anni, ancora lucido e informato, dice di guardare con sgomento al Paese guidato da Trump: «Non è più la mia America».

Come si costruire la pace fra palestinesi e israeliani?

«Serve una visione, un progetto politico, sociale ed economico. E bisogna studiare un percorso di convivenza. Purtroppo, visto che a guidare questo processo ci sono Donald Trump e Bibi Netanyahu, figure che disprezzo, io resto scettico. Il risultato sarà storico solo se si porrà fine, per sempre, al conflitto di Gaza: aprendo le porte alla soluzione dei due Stati. Ma le domande che mi pongo in questo momento, sono tante: chi governerà Gaza? Quanto saranno coinvolti i palestinesi? Quando inizierà la ricostruzione? Hamas deporrà davvero le armi ? Chi sono i prigionieri che Israele ha accettato di liberare? Mi colpisce che Marwan Barghouti non sia fra loro...»

Perché Barghouti?

«I miei amici in Israele lo ritengono la persona più adatta a guidare un futuro stato palestinese e io concordo. È l’unico che può impegnarsi nella coesistenza fra i due popoli. Ma non sono convinto che gli uomini di Trump abbiano lavorato a fondo su tutto questo. Vedremo, sarei felice di essere smentito».

Va riconosciuto a Trump l’aver ottenuto il raggiungimento dell’accordo.

«Sì, ma allo stesso tempo non possiamo dimenticare che si poteva raggiungere lo stesso risultato un anno fa: col piano dell’amministrazione Biden che Netanyahu rifiutò, sperando nella vittoria elettorale dell’amico Donald. Tanta sofferenza si sarebbero potuta evitare. Dobbiamo essere consci che Trump ha cambiato idea su Gaza e ha spinto per l’accordo solo dopo l’attacco israeliano in Qatar. Quando si è sentito sfidare da Bibi. Solo a quel punto ha sentito il bisogno di rispondere deciso, muovendosi col sostegno del mondo arabo con cui fa affari. Così ora si atteggia a pacificatore. Ma deve ancora dimostrare di esserlo: lavorando alla realizzazione della seconda fase dell’accordo. Sostenendo il ritiro israeliano e un nuovo governo a Gaza che abbia una qualche legittimità».

Se accadrà,Trump potrà aspirare al Nobel del 2026?

«La possibilità c’è. Ma ho apprezzato molto le parole usate dal Comitato nello spiegare perché hanno scelto di premiare la coraggiosa leader dell’opposizione venezuelana, Maria Carina Machado: “esempio di resistenza non violenta in un’epoca dove l’autoritarismo avanza globalmente”. Sono i loro valori e questo mi dice che se pure Trump raggiungesse una pace duratura in Medio Oriente, non otterrà il Nobel perché sta spingendo l’America verso l’autoritarismo».

È quel che sta accadendo?

«Forse oggi Trump è il pacificatore del Medio Oriente: ma sta minando la stabilità degli Stati Uniti. Basta pensare all’invio della Guardia Nazionale a Los Angeles e Chicago, città i cui problemi vanno affrontati da un punto di vista economico e sociale, non con la forza. Ma ha vinto ed è pieno di energia: dice e fa cose orribili. Solo i tribunali riescono ancora a contenerlo, ma la Corte Suprema lo sostiene qualunque limite superi. La situazione è precaria e io temo che cercherà di tenere il potere con la forza pur perdendo le elezioni. Allo stesso tempo vedo nuova energia fra i democratici. Apprezzo molto il governatore della California Newsom e quello dell’Illinois Pritzker: stanno emergendo come figure forti. E i sondaggi danno Trump in calo. Il braccio di ferro sullo shutdown lo sta penalizzando: la maggior parte degli americani incolpa i repubblicani. Voglio essere ottimista: mi è appena nata una pronipote e mi auguro il meglio per le nuove generazioni».

Leggi i commenti