✕

Ahmed torna nella casa bombardata il giorno prima del cessate il fuoco: “Non ho più un futuro”

Ascolta l'audio

Lo studente 17enne, sfollato a sud, ha scoperto che l’abitazione della sua famiglia, ad al Shati, è stata colpita mercoledì mercoledì
2 minuti di lettura

GERUSALEMME – Ritorno alla non casa. La gioia per la tregua finisce dove cominciano i resti del soggiorno. L’edificio di quattro piani che era l’abitazione della famiglia Alboji, 28 persone, è stato centrato da un razzo israeliano il giorno prima dell’annuncio del cessate il fuoco. Ahmed Alboji non ci vuole credere, la sorpresa supera la rabbia. Ha fatto 8 chilometri a piedi per venire a controllare lo stato dell’edificio, nel campo profughi di al-Shati a Gaza City, sicuro di vederlo intatto come era appena 48 ore fa. Si è ritrovato al cospetto dell’ultimo sfregio. Eccolo qui, ansimante per lo sforzo, muto per l’amarezza, ritto su un cumulo di sassi che una volta chiamava camera da letto. Ad affrontare il destino collettivo degli sfollati che stanno tornando a nord.

(afp)

Ahmed Alboji ha 17 anni, è arrivato dal villaggio di al-Zawaida dove era evacuato mesi fa assieme ai genitori. Suo padre lo ha mand…

GERUSALEMME – Ritorno alla non casa. La gioia per la tregua finisce dove cominciano i resti del soggiorno. L’edificio di quattro piani che era l’abitazione della famiglia Alboji, 28 persone, è stato centrato da un razzo israeliano il giorno prima dell’annuncio del cessate il fuoco. Ahmed Alboji non ci vuole credere, la sorpresa supera la rabbia. Ha fatto 8 chilometri a piedi per venire a controllare lo stato dell’edificio, nel campo profughi di al-Shati a Gaza City, sicuro di vederlo intatto come era appena 48 ore fa. Si è ritrovato al cospetto dell’ultimo sfregio. Eccolo qui, ansimante per lo sforzo, muto per l’amarezza, ritto su un cumulo di sassi che una volta chiamava camera da letto. Ad affrontare il destino collettivo degli sfollati che stanno tornando a nord.

(afp)

Ahmed Alboji ha 17 anni, è arrivato dal villaggio di al-Zawaida dove era evacuato mesi fa assieme ai genitori. Suo padre lo ha mandato in avanscoperta, perché della famiglia è quello col passo più svelto. Ha preso scorciatoie e ha camminato su mobili, cavi della luce, bossoli di fucile, pezzi dei robot esplosivi che l’esercito israeliano utilizzava per far saltare in aria gli alloggi di al-Shati, 95 mila residenti prima della guerra. Nel suo quartiere ha incontrato soccorritori intenti a estrarre cadaveri dalla città in frantumi e vicini che hanno piantato la tenda sul cumulo di detriti corrispondente alla propria casa. «Preferisco stare così che provare ancora l’umiliazione di sfollare al sud», si è sentito dire da un uomo che allacciava i tiranti della tenda a un pilastro storto e senza più tetto da sorreggere. Non si è fermato a discutere, la sua missione era andare a verificare che tutto fosse a posto per poi avvertire il resto della famiglia che si poteva rientrare. E invece.

«La nostra casa non aveva subito danni finora, poche ore fa era in piedi. Dove vivremo ora? Cosa dirò a mio padre?», mormora. I piani dell’edificio sono collassati uno sull’altro. Sul tetto c’è un foro circolare, forse l’ingresso del missile. Ahmed non ci pensa su, si arrampica e si infila nel buco. Ne esce a mani vuote e con una lista di cose che non ha più.

«Ho perso la bicicletta elettrica, sarebbe stata molto importante in questi giorni in cui non abbiamo carburante. Ho perso i libri, i vestiti. Cercavo il computer e le coperte, sta arrivando il freddo. Non ho trovato nulla. Non capisco… Perché hanno colpito la casa? Era vuota. Hanno bombardato il mio presente e il mio futuro, ho solo 17 anni, mi mancano due anni di scuola e due anni di vita. Voglio andarmene via, andare via da Gaza, in un Paese dove non c’è l’occupazione israeliana».

Quando dice che Israele ha bombardato il suo futuro non è una metafora. Ahmed aveva un sogno: fare l’architetto come suo padre. È bravo con il disegno, la matematica e la scienza. «Ho perso la voglia di studiare, non mi interessa più diventare architetto, non qui, questa è la terra che non ha un domani, c’è solo un orrendo oggi. Cosa dovrei fare, fidarmi di Netanyahu? Riprenderanno a bombardare appena Hamas avrà riconsegnato gli ostaggi, sono sicuro».

(reuters)

Compare Akram, suo zio, 53 anni, padre di quattro figli. È uno dei proprietari dell’edificio ridotto in polvere. È venuto anche lui per ispezionare, ha capito subito che il suo lavoro era finito ancor prima di cominciare. «Quando gli israeliani ci hanno attaccato siamo fuggiti senza portare nulla», dice. «Dobbiamo ricominciare da zero, niente casa, niente vestiti, niente materassi, niente, letteralmente niente. Maledetti siano Netanyahu e Hamas, entrambi criminali. Gli israeliani hanno distrutto tutto, uccidendoci. E ad Hamas non importa niente di noi».

(ha collaborato Sami Abu Salem)

Leggi i commenti