TEL AVIV – È Tel Aviv ma sembra l’America. Quella di Donald Trump. Sono da poco passate le 19.30 quando Steve Witkoff, Jared Kushner e Ivanka Trump salgono sul palco della piazza degli ostaggi e dalla folla – 400mila persone dicono gli organizzatori – parte un boato. «Thank you Trump», «Usa» e ancora «Witkoff, Witkoff», gridano migliaia di persone. L’inviato di Donald Trump, l’uomo che insieme al genero del presidente ha dato una svolta al negoziato, guarda davanti e dice: «Non sapete quanto ho sognato questo momento». Lo ha sognato anche Israele, da due anni: e allora ieri è iniziata la festa per il ritorno dei 48 ostaggi ancora a Gaza. Contenuta, prudente, all’insegna del «devono ancora arrivare»: ma comunque una festa. Di cui il protagonista assoluto è il presidente e i suoi inviati, che dal palco, a turno, fra un mare di bandiere americane, presentano il disegno complessivo: una «pace condivisa, più forte dell’odio», un Medio Oriente diverso, con «Paesi che una volta erano divisi …
TEL AVIV – È Tel Aviv ma sembra l’America. Quella di Donald Trump. Sono da poco passate le 19.30 quando Steve Witkoff, Jared Kushner e Ivanka Trump salgono sul palco della piazza degli ostaggi e dalla folla – 400mila persone dicono gli organizzatori – parte un boato. «Thank you Trump», «Usa» e ancora «Witkoff, Witkoff», gridano migliaia di persone. L’inviato di Donald Trump, l’uomo che insieme al genero del presidente ha dato una svolta al negoziato, guarda davanti e dice: «Non sapete quanto ho sognato questo momento». Lo ha sognato anche Israele, da due anni: e allora ieri è iniziata la festa per il ritorno dei 48 ostaggi ancora a Gaza. Contenuta, prudente, all’insegna del «devono ancora arrivare»: ma comunque una festa. Di cui il protagonista assoluto è il presidente e i suoi inviati, che dal palco, a turno, fra un mare di bandiere americane, presentano il disegno complessivo: una «pace condivisa, più forte dell’odio», un Medio Oriente diverso, con «Paesi che una volta erano divisi e che ora sono insieme». Grazie, naturalmente, alla «leadership coraggiosa» di Trump.
È un assaggio di ciò che ascolteremo domani, quando il presidente Usa arriverà qui per una visita lampo: un incontro con le famiglie e un discorso alla Knesset, il Parlamento, per ribadire ancora il suo supporto a Benjamin Netanyahu. E poi in Egitto a disegnare il nuovo Medio Oriente: fra i Paesi invitati – scrive ben informato sito Axios, ma non ci sono conferme – ci sarebbe anche l’Iran. In concomitanza con il discorso del presidente, Israele aspetterà gli ostaggi: l’operazione di liberazione dovrebbe iniziare proprio domani mattina.
Nella piazza di Tel Aviv, ieri sera Netanyahu non era solo il grande assente: ma soprattutto il grande colpevole, come dimostrano le urla di disapprovazione che si sono alzate appena Witkoff ha fatto il suo nome. Il primo ministro ieri è rimasto in silenzio, in attesa che l’arrivo di Trump e la liberazione degli ostaggi – i venti in vita usciranno subito, mentre per gli altri 28 si annunciano tempi lunghi perché Hamas ha detto di aver problemi a localizzare tutti i corpi – segnino ai suoi occhi, il suo trionfo. Secondo i media israeliani gli islamisti avrebbero iniziato a raccogliere i rapiti per prepararli alla liberazione.
Nella piazza ieri nessuno ha nominato i palestinesi, né parlando di pace, né parlando di futuro, né parlando dei nuovi assetti regionali. Kushner ha accennato al fatto che «non tutti i gazawi sono colpevoli», ma nessuno ha reagito: gigantesco invece l’applauso quando ha parlato dei soldati dell’Idf e della «morale» con cui hanno risposto alla «barbarie».
Di sicuro Israele non potrà ignorare a lungo i suoi vicini: mentre decine di migliaia di persone cercavano di tornare a casa ieri a Gaza, nelle carceri israeliane è iniziata l’operazione di spostamento dei 250 ergastolani e dei 1700 detenuti gazawi che saranno liberati come previsto dall’accordo.
Nella Striscia la situazione è catastrofica: ora che la gente comincia a muoversi e a raccontare, è ancora più evidente. Ieri hanno provocato un’ondata di indignazione le immagini dell’ospedale Al Rantisi, unico centro pediatrico polivalente dell’area, annientato dai bombardamenti degli ultimi dieci giorni. Da oggi gli aiuti umanitari cominceranno a entrare in maniera consistente, ieri è passato il primo camion. Non basteranno a rispondere alle enormi esigenze, ma è un punto di partenza.