L’esibizione di forza più risoluta, per mostrare di essere pronti veramente a tutto. Oggi è partita la Nato; tra poco seguiranno i russi e pure i francesi, trasformando ottobre in un intreccio di esercitazioni degli arsenali nucleari focalizzate sull’Europa. Un modo di testimoniare la determinazione ad andare fino in fondo, fino agli ordigni che inceneriscono intere metropoli: uno scenario che ogni giorno diventa purtroppo meno remoto.
L’Orologio dell’Apocalisse, creato da un’associazione di scienziati per rendere visibile il rischio di un conflitto atomico, non è mai stato così vicino alla “Mezzanotte della distruzione totale” neppure nei momenti più cupi della Guerra Fredda. Le grandi manovre dell’Alleanza atlantica prendono il nome proprio da questo simbolo: “Steadfast Noon” vuole dire “Saldi sul Mezzogiorno”: incarnano la speranza che la deterrenza sia ancora in grado di fermare le armi nucleari. Per questo da oggi 71 aerei di quattordici nazioni, Italia inclusa, si impegneranno i…
L’esibizione di forza più risoluta, per mostrare di essere pronti veramente a tutto. Oggi è partita la Nato; tra poco seguiranno i russi e pure i francesi, trasformando ottobre in un intreccio di esercitazioni degli arsenali nucleari focalizzate sull’Europa. Un modo di testimoniare la determinazione ad andare fino in fondo, fino agli ordigni che inceneriscono intere metropoli: uno scenario che ogni giorno diventa purtroppo meno remoto.
L’Orologio dell’Apocalisse, creato da un’associazione di scienziati per rendere visibile il rischio di un conflitto atomico, non è mai stato così vicino alla “Mezzanotte della distruzione totale” neppure nei momenti più cupi della Guerra Fredda. Le grandi manovre dell’Alleanza atlantica prendono il nome proprio da questo simbolo: “Steadfast Noon” vuole dire “Saldi sul Mezzogiorno”: incarnano la speranza che la deterrenza sia ancora in grado di fermare le armi nucleari. Per questo da oggi 71 aerei di quattordici nazioni, Italia inclusa, si impegneranno in un wargame che proseguirà per tredici giorni: i jet europei sono destinati a trasportare le bombe tattiche di proprietà statunitense. Il numero di caccia, cisterne volanti, velivoli radar è senza precedenti. Il focus geografico sarà sul Mare del Nord, coinvolgendo le basi “speciali” olandesi, belghe e britanniche dove ci sono le ogive americane. Saranno parte attiva gli F-16 Viper di Varsavia, il cui governo ha chiesto invano agli Usa di ospitare testate atomiche americane, ed esordiranno gli F-18 Hornet di Helsinki.
Durante l’esercitazione gli ordigni non usciranno mai dai bunker sotterranei: sotto le ali ci saranno soltanto simulacri. La protezione delle basi è però diventata un tema chiave in un continente dominato dall’allarme per droni, attentati e sabotatori che compaiono ovunque: impedire assalti fisici agli aeroporti e agli hangar è tornata a essere un’esigenza prioritaria. Lo scorso mese c’è stato un test della guarnigione che presidia il deposito in Belgio; adesso se ne terranno nelle altre installazioni. Due sono in Italia: ad Aviano (Pordenone) bombe e aerei sono tutti americani; a Ghedi (Brescia) invece le testate verrebbero caricate dai caccia del Sesto Stormo dell’Aeronautica, che sta passando dai Tornado agli F35. Si stima che nel nostro Paese ci siano cinquanta ogive nucleari, ma la materia è coperta dal segreto.
Il colonnello Daniel Bunch, responsabile dello schieramento atomico atlantico in Europa, ha spiegato che i droni non sono una preoccupazione e da tempo sono stati distribuiti strumenti per impedire le incursioni. “Dobbiamo fare queste esercitazioni perché ci aiutano a essere certi che il nostro deterrente rimanga il più possibile credibile, sicuro ed efficace”, ha spiegato il segretario generale della Nato Mark Rutte: “Mandano un segnale a ogni potenziale avversario: vogliamo e possiamo difendere tutti gli alleati da ogni minaccia”. In realtà ci sono forti dubbi sull’equilibrio tra gli arsenali del terrore. Negli scorsi anni le infrastrutture degli aeroporti europei designati per la rappresaglia sono state modernizzate e il Pentagono ha trasferito l’ultima versione della bomba B61 nei depositi italiani, olandesi, tedeschi, belgi e inglesi. Si tratta però di ordigni “a caduta libera”: possono essere sganciati solo avvicinandosi al bersaglio, esponendo così i velivoli al fuoco della contraerea. Da vent’anni i francesi – l’unico Paese Nato con un arsenale completamente autonomo e interamente di produzione nazionale – le hanno sostituite con missili aria-terra. E i russi hanno sviluppato tanti modelli di missili dotati di ogive tattiche: ipersonici, balistici e cruise. James Stokes, capo della direzione Nato che si occupa della politica nucleare, sostiene che nonostante la retorica del Cremlino evochi sempre più spesso questi ordigni “non ci sono stati cambiamenti nella postura nucleare russa”. Un segnale tranquillizzante che sarà messo alla prova dalle grandi manovre russe Grom – Tempesta – che dovrebbero cominciare la prossima settimana: sono state emesse le disposizioni per vietare la navigazione in una larga fetta di mare a ridosso dell’Artico.
Per sei giorni – tra il 20 e il 26 ottobre – le due esercitazioni nucleari saranno sfide parallele. Il copione di Mosca in genere è molto più imponente e prevede lanci – reali o simulati – di missili a lungo raggio da sottomarini, aerei e semoventi terrestri: la triade delle superpotenze. L’appuntamento annuale però viene a cadere in un momento straordinario, non solo per i combattimenti in Ucraina e il clima generale di “Guerra Ibrida” che si è diffuso nell’Unione Europea: c’è in corso il braccio di ferro indiretto tra Putin e Trump, reso durissimo dalla prospettiva della consegna a Kiev dei missili cruise Tomahawk statunitensi. Il timore di alcuni analisti è che il Cremlino possa sfruttare le manovre Grom per alzare ulteriormente il livello del confronto. E’ una linea strategica che durante la Guerra Fredda veniva chiamata “escalate to descalate”: portare la tensione al massimo livello per ottenere le migliori condizioni di negoziato. Una condotta ad alto rischio, perché la situazione può sfuggire di mano e perché possono esserci incidenti. Alla Casa Bianca c’è un presidente che è fuori dagli schemi mentre lo Zar del Terzo Millennio non riesce a ottenere la vittoria sui campi di battaglia del Donbass: una combinazione imprevedibile. Putin negli ultimi giorni ha posto l’accento su un’arma specifica: il missile a testata multipla Oreshnik, già scagliato un anno fa sull’Ucraina con un attacco dimostrativo contro la zona industriale di Dnipro. Si tratta di un ordigno che non può raggiungere gli Stati Uniti: tiene sotto tiro tutte le capitali europee.